La destra si estinguerà, come partito, come riferimento, come classe dirigente. La difficile previsione si evince già in testi come “La rivoluzione conservatrice italiana” di Marcello Veneziani e in “Fuochi” di Pietrangelo Buttafuoco. Parallelamente il percorso storico della destra italiana, di ciò che ne restava dalla disintegrazione fascista, ha prodotto per la maggiore partiti del 6-7-8 % con picchi anche del 16% in singole enclave che la Resistenza aveva solo sfiorato. Questi partiti, i monarchici, la Destra Nazionale, l’Msi, fino al più recente Alleanza Nazionale, hanno sempre camminato con la testa rivolta all’indietro, senza dunque vedere in quale direzione si andava. Questo si è tradotto, non soltanto nel processo di liquefazione ideologica avvenuta sotto il berlusconismo, come ben ravvisa Veneziani nella sua analisi, ma in un mancato processo di formazione giovanile, dilapidato tra beghe intestine, correnti, protagonismi e scalate alla poltrona.

E’ così accaduto che la destra, per restar seduta, ha smesso di cadere in piedi e trasformare le sue batoste elettorali, a tratte mitigate dal contesto storico e sociale, in segnali di rinnovamento. Oggi infatti dal mito posticcio finiano, epigrafe tombale di ciò che restava di un seppur sentimento di ringiovanimento di una certa classe dirigente vecchia come il 21esimo secolo, si è giunti all’estinzione, l’ultima in ordine di grandezza, del mare destrorso post-almirantiano. Va detto che la destra non è l’unico occhiello rimasto senza titolo, nel marasma cartaceo di sigle e partitini. Dai socialisti ai repubblicani, sono molte le storie partitiche andate perse tra infiltrazioni clientelari, fenomeni di corruzione e arrivismo e, ancor più letale, dalla mancata fase formativa-giovanile. Troppo impegnati ad arricchire le casse per la prossima campagna elettorale, a rinvigorire l’immagine della passata segreteria e a costruire feudi sempre meno pregnanti, alla fine il Medioevo politico italiano ha prodotto i suoi nefasti frutti: il totale disinteressamento dei giovani alle ideologie politiche.

Nella generazione del 2000, la parola destra può esser associata solo ai libri di storia, alla stregua di dinosauri e uomini di Neanderthal. I delfini sono diventati balene, bianche o grigie, e chi ha resistito, come l’ultimo dei Mohicani, è dovuto irrimediabilmente scendere a compromessi col potere per saper sopravvivere, macchiandosi per sempre. Gli eroi invisibili invece, i militanti, i volontari, gli stoici capi sezione, che alla formazione guardavano con disinteressato amore passionevole, si sono lentamente integrati in quella politica liquefatta di cui si diceva e da cui tanto si è saputo prendere, in termini di consenso e di marketing. Basti pensare ai vari Alemanno, Gasparri, Storace, La Russa… tutti colonnelli di un esercito vecchio e marcio come il denaro, rimasto ingiudicato nella Norimberga italiana. Colpevoli nel non aver creduto nei giovani anche quando certe idee avrebbero fatto presa sulle nuove generazioni, adesso si trovano a contare quei pochi pezzi rimasti, tra bandiere, simboli e commemorazioni. Sembra non esserci altro.

Se ci fosse stata invece una base sana e vitale – e non zoppa e ingannata – sicuramente il Salvini di turno ed un Grillo ancor prima, non avrebbero avuto tutta questa facilità ad appropriarsi di battaglie proprie di una certa destra sociale, rivoluzionaria e conservatrice, gentiliana e sognatrice. E alla fine quando l’ultimo dinosauro avrà smesso di ruggire definendosi “destra italiana” non resterà che un ricordo scolastico e universitario, privo di qualunque pathos elettorale, liquefatto tra motivi federalisti e canzoni americane. Un triste epilogo per quella rivoluzione conservatrice che da Rensi a Prezzolini, passando per Malaparte e Gentile, Junger e Pound, Evola e Pareto, aveva avuto la ricetta per salvare l’Occidente dal suo inevitabile declino.