Da anni ormai le voci di intellettuali, professori, politologi o semplicemente appassionati delle dinamiche che attraversano la politica odierna, si sprecano nel tentativo di definire compiutamente il “populismo”, d’individuarne i caratteri principali, di comprenderne le ragioni e, soprattutto, di fornire una spiegazione di come esso abbia inciso e stia incidendo nella società di questo inizio XXI secolo. Partiamo, quindi, col tentare di darne una definizione che sia quanto più possibile esauriente.

Il prof. Marco Tarchi, illustre politologo, nel suo Italia Populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo (Il Mulino) ne dà la seguente spiegazione:

La mentalità che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali e ne rivendica il primato come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione.

Il popolo inteso come “totalità organica” è uno dei capisaldi sui cui si reggono le società politiche precedenti lo scompaginamento causato dalla rivoluzione francese. Il prof. Roberto de Mattei, storico, già vicepresidente del C.N.R., esprime tutto questo nei seguenti termini:

Gli Stati e le nazioni del Medioevo e dell’Ancien Régime costituiscono “società organiche” formate non da un insieme d’individui ma da un insieme di famiglie e di corpi intermedi, posti tra il semplice individuo e il vertice dello Stato. Il termine “organico”deriva dal paragone con gli esseri viventi, dotati di organi e parti funzionali che, pur essendo sottomessi all’influenza di un unico principio, godono tuttavia di un carattere distintivo e di una propria relativa autonomia. Almeno fino allo scoppio della Rivoluzione Francese, l’Europa cristiana può essere definita come una società formata da una pluralità di corpi intermedi e di “ordini” ciascuno dei quali è caratterizzato da libertà, diritti e privilegi diversi ma sempre inserito nel quadro di una concezione del mondo unitaria e organica. (R. DE MATTEI, Plinio Correa de Oliveira. Apostolo di Fatima. Profeta del Regno di Maria, Edizioni Fiducia)

A tale visione segue una concezione della politica rigorosamente subordinata all’etica. Etica, purtroppo ferita – ai giorni d’oggi – dal fendente mossole dal relativismo valoriale, nella prospettiva post-moderna che segna la radicale disfatta del pensare una concezione del vivere che vada oltre il banale istinto o l’utile a sfondo nichilista.

Oggi, nelle rivolte parigine dei gilets jaunes, piuttosto che nell’asse Lega-M5S che è al governo in Italia, troviamo – oltretutto – espressa una fluidità di opzioni politiche che fanno molta fatica a stare incollate alle classificazioni tradizionali che la scienza politica ha inteso dare sin qui alla destra ed alla sinistra. Il popolo italiano, francese, statunitense avverte l’esigenza della politica, di una buona politica che cozza irrimediabilmente con le divisioni artificiose create ad arte per dividere il popolo. Dal punto di vista storico-politico entrambi i concetti – destra e sinistra – nascono con la Rivoluzione francese e con il sorgere di uno spazio politico “profano”, ossia – come dicevamo prima – non subordinato all’etica ma esclusivamente all’atto di forza di una parte o dell’altra, ciascuna intenta esclusivamente a procacciarsi la maggioranza dei voti, in nome del quale si imporranno le scelte politiche sotto l’egida di quella categoria astratta che Rousseau definisce volontà generale.

Se Marco Tarchi individua alcuni elementi di fondamentale rilievo relativi all’essenza del populismo ed alla richiesta di una “nuova politica”, è il filosofo Alain De Benoist, teorizzatore della Nouvelle Droite, a marcarne il contenuto in termini ancor più rigorosi:

Il populismo è un modo di articolare la domanda politica e sociale che parte dalla base e, da una prospettiva contro-egemonica, si leva contro le élites (politiche, finanziarie o mediatiche) considerate come un’oligarchia separata dal popolo. Un’oligarchia preoccupata unicamente dei propri interessi. Da questo comprendiamo come il populismo sostituisca la vecchia divisione destra-sinistra, che è una divisione “orizzontale”, con una divisione “verticale”: quelli che stanno sotto, contro quelli che stanno sopra.

La fotografia di ciò che sta accadendo nei vicoli e nelle piazze di mezza Europa e d’oltreoceano è propria questa, e si misurerà precisamente su questa traiettoria il trionfo o il declino dei populismi. Saranno in grado i populismi di “liberare” i popoli da uno stato di asservimento subdolo alle agenzie di rating ed ai nuovi mostri incarnati dallo spread? Saranno in grado di rimettere al centro del discorso la politica? Dipende, secondo noi non bastano più le grida molto spesso sbraitate al vento, né la demagogia – di cui si è fatto ampio uso in passato – può bastare per tenere a freno i nervi di chi non riesce più ad avvertire i governanti come dei buoni padri di famiglia.

In un’intervista rilasciata a La Verità (10.12.2018), Marcello Veneziani afferma che il sovranismo è la scuola media del populismo, è il salto di qualità che la nuova politica messa all’angolo dalle oligarchie, decide di intraprendere affinché dalla ribellione si transiti all’interno della proposta politica, mettendo al centro le identità: identità nazionale, culturale, storica, politica, religiosa. Certamente non tutti i populismi sono sovranisti: il M5S e gli Indignados, per esempio, hanno un aspetto radicale, più che nazionale. Ed è anche a seguito di una tale differenza di scolarizzazione, che all’interno della formazione grillina troviamo un coacervo di opinioni politiche su temi che spaziano dall’immigrazione alle questioni etiche, capitolo quest’ultimo della massima importanza:

Le divisioni interne al governo su questi temi sono gravissimi e insormontabili. […] Se non si legifera contano le sentenze della Corte Costituzionale, della Corte Europea, del magistrati d’assalto. […] Se su temi come il fine vita o le adozioni gay c’è una fioritura di giurisprudenza creativa, è meglio prendersi il rischio di aprire una discussione per arrivare a una legge. (M. VENEZIANI)

Ma per costruire delle élite, occorre un nuovo passo avanti che integri il sovranismo con una weltanshauung ben definita nelle coordinate essenziali e libera nelle scelte da attuare rispetto alle contingenze, di per sé sempre nuove e mutevoli. Una élite che guidi il popolo fuori dalla palude in cui si trova la politica nostrana e che sappia fare tesoro della lezione della scuola elitista italiana di inizio ‘900 (Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels).

Studiando la politica come una “scienza”, questo filone di pensiero ha documentato come in tutte le società umane la direzione politica della società è sempre affermata da una minoranza organizzata, che essi definiscono élite. […] Quando una classe dirigente si corrompe, da élite si trasforma in oligarchia, finanziaria, partitocratica, o di altro genere, ma sempre caratterizzata dal fatto di perseguire egoisticamente gli interessi personali o di un gruppo. L’élite è al contrario una classe dirigente che subordina i propri interessi a quelli del bene comune della Nazione.

La condizione affinché questo passo in avanti venga intrapreso, a nostro avviso ce la fornisce la riflessione del politologo russo Alexander Dugin, di cui abbiamo giù avuto modo di parlare. Egli, spiegando la Quarta Teoria Politica, afferma:

Costruendo la 4TP – egli spiega – arriviamo alla riscoperta della Pre-Modernità, intesa non come il passato, ma come una struttura a-temporale di principi e di valori che appartengono a un diverso Universo filosofico (dove esistono l’Eternità, il Dio o gli dèi, angeli, anime, il diavolo, la fine del tempo e la risurrezione dei morti). Il concetto di passato (come qualcosa che non è più) con connotazione negativa è essenzialmente un concetto moderno a sua volta basato sulla negazione della dimensione dell’Eternità e dell’assolutizzazione del tempo (divenire). La Pre-Modernità non è il passato. La Pre-Modernità è la società, la cultura, la Weltanschauung e il sistema politico costruito sul fondamentale credo nell’Eternità.

Lo spunto offertoci da Dugin ci permette per un attimo di riacquistare lo sguardo tipico dell’occidente sino al 1789. Uno sguardo limpido, aperto alla trascendenza, alla forza della spiritualità che con le sue dolci note svela all’uomo la sua essenza e “rivela l’uomo a se stesso”, denunciando d’altra parte la modernità dei totalitarismi ideologici, delle tradizioni dei popoli sacrificate sul fuoco degli idoli acefali, del relativismo valoriale che impregna la società, della neutralità assiologica con la quale viene impostato ogni discorso o fatta valere qualsivoglia pretesa in ordine a presunti diritti di cui lo stato dovrebbe farsi garante.

Il fenomeno della secolarizzazione, che segna la nostra epoca, è essenzialmente un fenomeno determinato in termini di tempo e in termini geografici. Inizia con l’età moderna e si sviluppa nella contemporanea […]. Nei popoli pre-cristiani non era concepibile la dissociazione tra la sfera politica e la sfera religiosa, essendo gli dei identificati con le collettività concrete. Di modo che assicuravano rifugio e protezione soltanto ai loro membri. La religione […] era una virtù politica – l’empietà, per contro, il più grave dei delitti politici –, poiché onorando gli dei si riconosceva il principio sul quale si basava l’unità della città. […] Il cristianesimo sostituì le antiche religioni come principio dell’unità civile.[…] Non si sottrasse alle esigenze dell’ordine naturale. Non solo, infatti, propone di coltivare le virtù teologali, ma altresì rafforza la pratica delle virtù naturali o morali. […] Il sovrannaturale si eleva a partire dall’umano e si incarna nel naturale. (M. AYUSO, La costituzione cristiana degli Stati, Edizioni Scientifiche Italiane)

Alexander Dugin

Disfare l’egemonia culturale di secoli di modernità è un compito che può sembrare immenso, e forse lo è, ma vale la pena giocarsi questo rischio, non soltanto perché non si ha nulla da perdere e tutto da guadagnare; ma soprattutto perché occasioni come quelle che sta vivendo l’occidente oggi risultano quanto più propizie per un simile colpo di reni. L’Europa, se ci pensiamo, ha vissuto i suoi secoli di grandezza in epoche storiche che hanno premiato il suo essere tutt’uno con la sua radice umana, esistenziale che inevitabilmente è quella permeata dal mistero e dalla trascendenza, al quale si apre con forza e con speranza, che non trasmette evanescenza, ma concretezza e attaccamento alla terra:

[…] L’unione fra la sfera religiosa e quella politica che va prendendo forma con la civitas christiana non consiste solo «in un riconoscimento della dipendenza della società nei confronti di Dio, quale sommo legislatore e custode, ma anche nella ricerca del bene comune naturale in quanto ordinato al bene comune sovrannaturale, dal quale è distinto ma non separato». (Ibidem)

Nel saggio Idee per una cultura di destra (Edizioni Settimo Sigillo) – uscito nel 1973 – Adriano Romualdi, giovane assistente universitario e allievo di Renzo De Felice, nonché figlio del presidente del M.S.I. Pino Romualdi, scrisse delle pagine memorabili e del massimo interesse, che purtroppo pochi ancor oggi hanno letto. Nello stesso anno, a causa di un tragico incidente stradale, egli morì e di lui e dei suoi libri rimase poco, se non il ricordo di esser stato uno studioso attento, storico della Rivoluzione conservatrice tedesca e seguace del pensiero di Julius Evola, di cui è stato probabilmente il discepolo prediletto ed a cui ha dedicato l’unica autobiografia autorizzata.

Il giovane storico romano ebbe il pregio di aprire una discussione sui valori della destra, intesa come parte di un sistema di cui la relativa denominazione, più che di una libera scelta, era frutto di una classificazione a posteriori dal momento che prima della Rivoluzione francese non esistevano simile distinzioni, in quanto la società tutta – da sempre – si trovava “a destra”, per una specifica visione del mondo e orientamento esistenziale.

Destra e Sinistra sono designazioni che si riferiscono ad una società politica già in crisi. Nei regimi tradizionali esse erano inesistenti, almeno se prese nel loro significato attuale; in essi poteva esservi una opposizione, però non rivoluzionaria – ossia mettente in questione il sistema – bensì lealistica e in un certo modo, funzionale; così già in Inghilterra, dove si poté parlare di una His Majesty’s most loyal [1], ossia di una «lealissima opposizione di Sua Maestà». Le cose sono cambiate dopo l’affacciarsi dei movimenti sovvertitori di tempi più recenti, e si sa che in origine la Destra e la Sinistra si sono definite in base al luogo occupato rispettivamente nel parlamento dagli opposti partiti.

Stante quanto detto, l’appellativo “di destra” appare per molti versi sbagliato, ma per semplicità, tuttavia, necessita di essere adottato in quanto ha il pregio di far comprendere la diversità con la sinistra, fermo restando la precisazione iniziale che è di fondamentale importanza porre in risalto. In questo saggio Romualdi elaborò un “prontuario” di cosa dovrebbe propriamente significare esser di Destra.

Desidererei concludere con questo breve elenco, perché ritengo che il salto di qualità definitivo, il populismo – cresciuto e diventato sovranismo – lo possa compiere ri-entrando in possesso di quei dati genetici che gli appartengono da sempre, in quanto frutto del migliore realismo che ha costruito l’Europa:

Esser di Destra significa, in primo luogo, riconoscere il carattere sovvertitore dei movimenti scaturiti dalla rivoluzione francese, siano essi il liberalismo, o la democrazia o il socialismo. Esser di Destra significa, in secondo luogo, vedere la natura decadente dei miti razionalistici, progressistici, materialistici che preparano l’avvento della civiltà plebea, il regno della quantità, la tirannia delle masse anonime e mostruose. Esser di Destra significa in terzo luogo concepire lo Stato come una totalità organica dove i valori politici predominano sulle strutture economiche e dove il detto «a ciascuno il suo» non significa uguaglianza, ma equa disuguaglianza qualitativa. Infine, esser di Destra significa accettare come propria quella spiritualità aristocratica, religiosa e guerriera che ha improntato di sé la civiltà europea, e — in nome di questa spiritualità e dei suoi valori — accettare la lotta contro la decadenza dell’Europa.