A più di un anno dalle elezioni politiche del marzo 2018 e a quasi dodici mesi dal varo del governo giallo-verde, il populismo italiano si trova con urgenza nella necessità di tracciare un bilancio dell’esperienza politica maturata, in funzione soprattutto dello sviluppo di una visione di futuro che a oggi, con chiarezza, risulta ai più essere assente. Che ora batte l’orologio della rivoluzione in Italia? Che prospettive ha un sentimento maggioritario e diffuso, popolare e spontaneo, caotico, informe, spesso contraddittorio, coagulatosi nell’esercizio del voto in un sostegno inedito alla Lega nazionale e al Movimento Cinque Stelle? Si può dare ossigeno a un’esperienza politica inizialmente ricca di potenzialità ma che sul piano della prospettiva oggi sempre più rischia di arenarsi nelle secche dei selfie gastronomici e di un’azione di governo non particolarmente incisiva?

Ora, è indubbia sul piano politico, almeno per quanto riguarda le possibilità, la carica dirompente e innovativa espressa dall’attuale esecutivo, prodotto senza precedenti nella storia repubblicana dell’affermarsi di due forze politiche che, seppure con tratti differenti, poca chiarezza e talvolta poco coraggio, possiamo semplificando definire “antisistema”. Con il crollo del progetto bipolarista a tendenza bipartitica e a trazione centrista coltivato fin dagli anni ’90 dai cultori dell’american way si concretizza la possibilità, da destra e da sinistra, di una reale messa in discussione dell’ordine attuale, con un’azione radicale orientata verso la costruzione di uno Stato nuovo capace tra le altre cose di affermare il primato della politica sull’economia, di sviluppare un nuovo equilibrio tra capitale e lavoro che comprenda davvero la tutela dell’ambiente e della salute, di promuovere la nascita di una società più forte, coesa e giusta, pienamente cosciente della propria identità e delle proprie tradizioni, di esercitare una politica estera più indipendente orientata senza complessi al perseguimento dell’interesse nazionale.

Al netto della feroce e a tratti sboccata resistenza messa in campo da un sistema a parole “aperto”, nei fatti decisamente “chiuso”, si tratta di orientamenti (solo in parte riportati) pienamente condivisi da molti osservatori, analisti, militanti (anche senza partito), dirigenti, soprattutto cittadini, convinti della necessità di porre con forza un freno alla decadenza del Paese. Orientamenti, appunto, già nel contesto non facili da perseguire, che a distanza di un anno, causa anche diverse carenze e poca organizzazione, rischiano di rimanere tali, senza traduzione, scadendo nella stessa retorica puntualmente esercitata dalle malconce opposizioni, sfibrate, autoreferenziali, prive di coraggio, ma pronte e galvanizzate all’idea di capitalizzare un lento e progressivo logoramento.

Serve uno scatto, uno scarto, un salto di qualità, capace di codificare e di mettere a frutto sul piano politico e programmatico l’energia ancora espressa, nonostante tutto, dal matrimonio giallo-verde. Serve ordine, nella consapevolezza che non tutto può essere ordinato, che margini di flessibilità e di improvvisazione risultano necessari; serve precisione, puntualità, nella consapevolezza del necessario generico e non detto. Ci sono i “però”, anche qui i “ma anche” di veltroniana memoria, ma soprattutto ci deve essere la presa di coscienza del fatto che la cifra oggi è data dal troppo caos e dalla troppa improvvisazione e che di questo passo, con il fiato corto, le prospettive nel medio gioco e nel finale non sono rosee: fallimento dell’esperienza, ritorno del centrodestra, quarantena Cinque Stelle e in prospettiva cosa, dialogo dei pentastellati con il Pd? Un centrosinistra di coalizione e non più solo centro?

Abbiamo già visto, abbiamo già dato. Non si torna indietro, non vogliamo tornare indietro. È necessario convocare al più presto una sorta di “Stati generali” del populismo italiano, concedendosi il tempo e l’organizzazione necessari per un coinvolgimento ampio, profondo e reale di tutte le energie interessate, politiche, culturali, sociali, produttive, nel solco di una rottura comune che occorre definire, tradurre nel concreto, in maniera partecipata. Si richiede un’evoluzione in senso politico-culturale del populismo nostrano, la messa a punto di una chiave di lettura, di un’Idea originale, capace di appassionare e di mobilitare, traducibile in obiettivi concreti alti, qualificanti e coraggiosi. Un processo elaborativo-fondativo ampio, strutturato, capace di dare respiro lungo e prospettiva politica a un’esperienza inedita, liberandola dalla maledizione (e dalla monotonia) della sola gestione del presente e delle beghe di bottega.

È ora di proporre in modo chiaro al Paese una visione, un viaggio che conduca al traguardo di una nuova Italia attraverso coraggiose e rivoluzionarie riforme di struttura istituzionali, economiche e sociali, capaci di aggredire alla radice problemi e storture. Dopo le elezioni europee, comunque vadano le cose, si avvii questo cantiere, si costruisca questo spazio, aperto al contributo di tutte le forze realmente critiche rispetto l’ordine attuale, a prescindere dalle camicie di forza della “destra” e della “sinistra”.

Partire dall’alto, forgiare un’Idea, tradurla radicalmente in opera per dare risposta alla rabbia e al dolore che milioni di italiani quotidianamente provano all’ora di cena guardando un telegiornale: non è ammissibile che a trecento km dalle coste nazionali, nel Mediterraneo, si giochi una partita che vede l’Italia abbozzare in rimessa, non è ammissibile che un pensionato italiano venga umiliato, torturato e assassinato da giovani annoiati nell’indifferenza più generale, che le donne vengano massacrate da fidanzati e mariti, che in alcune realtà si arrivi a ipotizzare la copertura dei crocefissi nei cimiteri per i funerali laici, che esistano lavoratori poveri e poveri senza lavoro, che le nascite continuino a crollare, che si alimentino strumentalmente a distanza di quasi ottanta anni gli strascichi di una guerra civile, che le forze dell’ordine spesso si trovino con le mani legate, che centinaia di migliaia di irregolari girino per il paese a piede libero, che criminali efferati se la cavino con pochi anni di galera.

L’elenco è decisamente parziale, potrebbe proseguire per un bel po’, se non all’infinito abbastanza per propiziare il sonno. Dove le forze del “politicamente corretto” alternano balbettio e ditino alzato, il populismo italiano, espressione del sentimento popolare, può dare risposte all’interno di un quadro coerente, politico e programmatico, da sviluppare e definire. Andava fatto prima, andava fatto per tempo, possiamo farlo adesso. Serve solo buona volontà, tanto lavoro, tanta organizzazione.