di Dylan Emanuele De Michiel 

Di recente Silvio Berlusconi, che ha costruito il suo successo politico su un uso sapiente e coscientemente strumentale della televisione, ha affermato che la politica in televisione è morta. Un’ affermazione importante per le forme di discussione nel nostro Paese, che se fosse vera sarebbe gravida di conseguenze. La politica in televisione è una causa e, al contempo, una conseguenza del degrado attuale. Il mondo dello spettacolo ha saputo addomesticare come nessun altro media del passato il discorso sulla gestione della cosa pubblica per renderlo simile al suo: l’arsenale retorico, alla fin fine sempre riconducibile alla sfera emotiva ed istintiva dell’ascoltatore, è finzione teatrale o cinematografica e come tale deve intrattenere e suggestionare. Socrate criticava lo scollamento fra discorso pubblico e interesse per la verità che osservava nell’Atene del V secolo a.C., così è oggi.

Il discorso politico televisivo ha abbandonato ogni pretesa veritativa, l’intento principale è l’irretire il telespettatore medio con delle argomentazioni che tocchino quelle sfere di buonsenso spicciolo e indignazione da bar che costituiscono il suo sostrato etico e culturale. Le varie anime che popolano i talk show sono come le maschere della commedia dell’arte veneziana: ognuna interpreta un personaggio differente (il benaltrista, il polemico, il benpensante, il falso ottimista e altri) ma sono tutte contraddistinte dal proprio statico bagaglio di atteggiamenti e le situazioni e gli scontri sono ricorrenti e stereotipati. Le rare personalità di cultura che accettano di partecipare a simili programmi, che probabilmente lo fanno in buona fede, portano avanti una lotta donchisciottesca perché i ritmi meccanici con cui viene portata avanti la discussione banalizzano la complessità dei loro punti di vista. La finzione mutuata dallo spettacolo si è estesa all’intero discorso politico, andando ad azzerare il contenuto ideologico di ogni dibattito, in questo senso è concausa della situazione attuale. Al contempo, tuttavia, è anche una conseguenza: lo spazio di discussione si può rivolgere a problemi marginali e congiunturali, le vere sfide sono tabù e non vengono quasi mai trattate con serietà. Rimangono le briciole su cui discutere seriamente perché le vere sedi decisionali sono altre rispetto a quelle nazionali. In questo sta la totale inautenticità, heideggerianamente, dei talk show: solo chiacchiere, sterili curiosità da parrucchiere ed equivoci.

Da quanto detto finora appare evidente che i talk abbiano influenzato logica del discorso politico in tutti i suoi ambiti, tanto da determinare spesso un’identificazione fra chiacchiera da intervento televisivo e comizio. Non si può quindi dire che la politica in tv sia morta, perché le forme mediatiche hanno fatto scuola e sono omnipervasive. Né si può dire che il propagandare in tv sia cosa del passato. La nuova tendenza di alcune reti (ma va notato anche in altre forme di comunicazione, quali la musica commerciale ad esempio, per le quali il discorso può essere simile), accanto alla mai desueta disinformazione sui fatti o deformazione degli stessi, è quella di insistere spasmodicamente nei telegiornali su dati e informazioni, puntualmente privi di fonti, negativi e catastrofici. Il messaggio è ben diverso da una seria e precisa informazione in tempo di crisi economica, la nuova tendenza catastrofista ha molte sfaccettature ma, di certo, non hanno finalità genuinamente giornalistiche. Il bombardamento di simili notizie ha in primo luogo una funzione di ipostatizzazione ed eternizzazione del presente con il suo cupo grigiore, grazie anche alla presunta burocratica scientificità di tali dati. In quest’epoca di compiuto nichilismo c’è una gioia sadica e masochista al contempo nel decretare la morte di tutte le possibilità, l’abbruttimento della comunicazione è generalizzato. In secondo luogo, ed è paradossale dopo l’effetto paralizzante appena citato, queste informazioni martellanti fungono da sfondo in cui nuove soggetti illuminati si propongono come unici salvatori. Nel buio del presente, ecco che i nuovi messia brillano di luce propria con ancora più chiarezza. In questo senso si può dire che la politica in televisione non sia ancora finita, ridimensionata al massimo, ma ancora capace di reinventarsi a seconda del contesto.