In momenti di massimo scoramento, le uniche speranze del Popolo dovrebbero essere riposte in coloro che, in prima persona e tramite un’acquisita incisività istituzionale, avrebbero l’onere di avvalorare il principio della solidarietà. Con lo sfaldarsi del tessuto sociale, con il diradarsi della fiducia nella – seppur ultimamente fittizia – rappresentanza, con l’offuscamento delle speranze per l’avvenire, la quotidianità si ottenebra e lo squarcio tra i governati e i governanti diviene una voragine incolmabile. Alla luce di uno scenario talmente opaco, le fatiche teoriche di eminenti personalità vengono soggiogate dalla sete di potere e la volontà popolare e il benessere comune sono degradati a mercimonio elettorale, dove un obbrobrio programmatico, che persuada le inette coscienze degli ossequiosi sudditi, prevale sulle indispensabili posizioni di principio ed addirittura su quelle di analisi. La richiesta della base è dunque chiara: gli interventi della politica e dei gruppi di interesse con essa operanti sono fondamentali perché le istanze cittadine non restino grida inaudite nell’economica e lavorativa desertificazione nostrana. Sin dalla fine del Quattrocento, Niccolò Machiavelli indicava appunto nella virtù e nella forza le caratteristiche preminenti affinché il Principe venisse legittimato dal suo regno.

Il riflesso contemporaneo nell’Italia degli autoscatti e dei pomposi proclami da propaganda è indecoroso e non confacente con la maestosità culturale del proprio trascorso. Siamo nell’Era delle celebrazioni a numero chiuso, degli appuntamenti nei centri pubblici di aggregazione, delle cene di gala fra un bicchiere di vino bianco e un banchetto imbandito da un marchio di un ridente e corpulento figuro, delle serate agghindate da un palco e da una scaletta compilata dietro le quinte per intercettare i consensi di folle plaudenti ed accondiscendenti, ma ignare che le personalità osannate abbiano responsabilità nell’immobilismo cronico del Paese. I postumi delle manifestazioni della Leopolda a Firenze e della CGIL a Roma deludono infatti le aspettative dell’opinione pubblica borghese e del sistema d’informazione assoldato, avide di scovare nei folti assiepamenti accorsi nella Capitale e nel capoluogo toscano un vincitore nelle vacue schermaglie della classe dirigente. Sarà stato indubbiamente demotivante per gli agognanti auspici dei colletti bianchi della società civile scoprire che né il governo e i suoi corifei né i sindacati ed adepti al seguito abbiano trionfato, bensì che in entrambe le circostanze ad uscire sconfitti siano stati i commercianti, gli artigiani, i piccoli e medi imprenditori. In generale, l’anello debole di una scala oligarchica, dispotica, indisponente, aguzzina, letteralmente sconclusionata, incapace, impotente, che ha completamente smarrito il contatto con la realtà.

Da un lato, l’elitaria combriccola di Matteo Renzi, crogiolo pulsante di banchieri, finanzieri, grandi imprenditori e cortigiani dell’ordine precostituito; dall’altro, il fuorviante manipolo di Susanna Camusso e di Maurizio Landini, volto unicamente alla sottesa costituzione di una compagine politica per assicurarsi poltrone e scranni e tutelare soltanto alcune sparute occupazioni: le loro. Ducunt volentem fata, nolentem trahunt.