Questa è una crisi di governo che non dimenticheremo facilmente. In effetti, a voler essere ottimisti a tutti i costi, un lato positivo in questa vicenda lo possiamo comunque rinvenire: abbiamo parlato di politica e lo abbiamo fatto intensamente, non soltanto sulla carta stampata, ma anche al bar con gli amici, nelle telefonate fatte alla famiglia, con la fidanzata magari, sui luoghi di lavoro. Dovremmo farlo sempre, parlare di politica, sempre così.

Farlo è comunque un bene, per chi crede che la politica può e deve tornare a rivestire un ruolo collettivo e aggregante, a svolgere la sua preminente funzione sociale e dialettica, a condurci nell’individuazione di ricette nuove e risolutive dei problemi che affliggono le nostre comunità. E tuttavia allo stesso tempo in fasi come questa ci si scatena davvero e di fregnacce se ne sentono a non finire, al di là della retorica scialba di chi “adesso sono tutti politologi e costituzionalisti”, che poi son gli stessi che per mesi e mesi ci tormentano su Facebook con i loro insopportabili commenti alle partite della Juve e del Napoli.

Di cose su cui dibattere ce ne sono state davvero molte, perché prima di tutto c’è chi non ammette, nemmeno a se stesso, la vera identità di colui il quale ha ingenerato tutto questo casino e riesce, probabilmente in buonafede e spinto da un involontario moto di rimozione, ad attribuire la crisi dell’esperienza gialloverde e la nascita del nuovo governo persino alla Costituzione. Sì, insomma, sintetizzando brutalmente, sarebbe l’ingegneria costituzionale della nostra Carta ad aver comportato l’alleanza tra Di Maio e Renzi. Questa è evidentemente un’ingenuità – se non addirittura una strumentalizzazione – perché ciò che ha rilevato, ciò che in questa fase ha distinto il modello italiano da altre repubbliche parlamentari, non è l’assetto istituzionale, bensì l’assenza nelle seconde di una certa politica da pattumiera. Il responsabile di questa crisi di governo ha un nome e un cognome e si chiama Matteo Salvini: fatevene una ragione.

Ora, di retroscena ne abbiamo letti tanti: c’è chi dice che si sia fatto infinocchiare da Zingaretti, il quale gli avrebbe promesso elezioni in caso di crisi di governo; chi banalmente afferma che, convinto della sua influenza politica e forte dei suoi sondaggi, confidasse nella capacità di forzare la mano a Mattarella facendogli sciogliere le Camere; chi è arrivato persino a supporre che a infinocchiare Salvini sarebbe stata una gonnella che, manovrata dalla regia di Renzi e Verdini, avrebbe convinto Sansone a rivelarle il segreto del suo machismo e magari ad indurlo a buttare giù il tempio. Quale che sia la verità non ha alcuna importanza e ciò che rileva è solo la responsabilità che il capo della Lega si deve assumere agli occhi dei suoi elettori e del paese: ha scommesso e ha perso. Che in questa circostanza abbia agito da babbeo o no (per noi assolutamente si) è un altro discorso.

Ebbene, individuata la responsabilità della crisi di governo, tocca adesso capire quale politica abbia invece dato origine alla nuova esperienza di governo e anche in questo caso la risposta è semplice e ce la fornisce la cronaca degli ultimi anni.

Il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico hanno ampiamente dimostrato di non nutrire alcun rispetto del proprio elettorato, dell’opinione pubblica in generale e soprattutto, cosa ancor più grave agli occhi di chi nutre una certa vanità intellettuale, dell’intelligenza di chi li sta a guardare.

Il buongiorno in casa 5 stelle si è visto dal mattino, da quando un farsesco Di Maio ha espresso piena fiducia nei confronti del Presidente della Repubblica, della sua capacità di gestire la crisi e della sua saggezza, dimenticando di aver minacciato persino la messa in stato d’accusa al Capo dello Stato soltanto 14 mesi prima (giustamente in quella circostanza, ma erano altri tempi).

Ha palesato l’arroganza di una classe dirigente che ha dimenticato le buffonate celebrate sull’altare della retorica dello streaming. Ne ricordiamo peraltro uno durissimo che vide fronteggiarsi un Renzi e un Grillo in perfetta forma, gli stessi Renzi e Grillo che oggi nelle segrete stanze delle cerimonie tipiche della politica tradizionale hanno dato vita al Conte Bis, ipocriti più che mai.

Guardiamo basiti al Movimento 5 Stelle che ha per anni mosso ogni singolo passo nella politica nazionale attaccando duramente il Partito Democratico, dipingendo una certa politica, quella specifica politica a firma Renzi – Boschi, come il male assoluto del paese, urlando solo di recente a pieni polmoni che mai e poi mai si sarebbe giunti al governo col partito di Bibbiano.

Osserviamo esterrefatti lo stesso Movimento 5 Stelle che propugnava l’uscita dall’UE e dall’euro e che oggi incassa l’applauso di Oettinger e Lagard, lo stesso Movimento che professava l’indipendenza dai mercati e dalle logiche di borsa in favore e a vantaggio di scelte politiche forti e coraggiose in tutela dei cittadini e in particolare dei più deboli, quello stesso Movimento che oggi si vanta di ispirare rendimenti positivi del FTSE MIB e di tenere basso lo spread. Uno schifo assoluto, uno schiaffo in pieno viso indirizzato a chi, oggi umiliato e considerato sciocco da questi furbastri imbroglioni, un tempo ci aveva creduto e che ora grazie a Di Maio si trova un piddino europeista al Tesoro e un piddino europeista designato come nuovo Commissario Europeo da chi aveva promesso di rivoltare le stanze fredde e grigie dell’austerity.

È questa impunità a far ribollire il sangue: è quel sorrisino sciocco e finto che Di Maio stampa sulla sua ipocrisia quando ci racconta dell’esito del voto sulla Piattaforma Rousseau, filosofo peraltro alla base dell’idea tutt’altro che libertaria della c.d. religione civile, ammantandolo con la favoletta della democrazia diretta. Una favoletta che nasconde la più grande delle pagliacciate: una sorta di oligarchia riconosciuta a circa centomila persone che avrebbero potuto potenzialmente sconfessare (magari!) la scelta politica intrapresa dalla delegazione parlamentare del partito, eletta alle ultime politiche nondimeno che da milioni e milioni di elettori (per inciso, ad un’ipotesi del genere non avremmo creduto manco morti). 

Tutto questo non è accettabile: la totale assenza di considerazione di ciò che si afferma e che si consegna alla testimonianza della storia; la trasformazione della politica in un teatrino di guitti che non rispondono mai di quanto scrivono e promettono, svuotando il sistema di qualsiasi credibilità e affidabilità prospettica; è la vergognosa e sfacciata paraculaggine di quattro politiconzoli da strapazzo che piazzano al Viminale un tecnico pur di non assumersi la responsabilità di una scelta politica netta e chiara.

E sul PD si potrebbe affermare esattamente lo stesso, seppur non faccia più notizia e non susciti ormai scalpore: da Renzi che finge di dimenticare gli insulti personali dei grillini solo perché teme che Zingaretti gli dia una pedata su per il culo; al segretario che garantisce da un palco, accolto dallo scrosciare degli applausi, che mai e poi mai il PD sosterrà un governo coi 5 Stelle; all’ipocrisia di Orfini che dichiara di non essere soddisfatto di andare al governo col Movimento in quanto “forza alternativa” al PD, come se a costringerli a raggiungere l’intesa ci fosse stato Don Corleone con la pistola e l’offerta che non si può rifiutare. E poi si finisce che persino LEU riesca ad ottenere un ministero: cose dell’altro mondo!

Ci troviamo dinanzi al paradosso per cui, nonostante l’urlo di protesta che gli italiani hanno lanciato il 4 marzo 2018, siamo guidati oggi da un governo benedetto da Bruxelles, con dentro uomini di Bruxelles, che fa contenti tutti, ma proprio tutti, tranne che gli italiani e i lavoratori di questo sfortunato paese.

E attenzione ai lavoratori, occhio al Ministero del Lavoro, soprattutto ora che Landini e la sua CGIL saranno costretti a fare pippa col PD al governo: Luigi scappa agli esteri, non che si possa parlare di una fuga di cervello, e si fa sostituire da una personalità anonima che ancora molto deve raccontarci sulla sua idea di mercato del lavoro, un mercato del lavoro che a suo dire deve conciliare flessibilità e sicurezza, vecchio mantra di chi ha distrutto i diritti dei lavoratori italiani. Una fuga, saremo malpensanti, che attira però la nostra attenzione e suscita il più profondo dei sospetti perché sarebbe stato proprio questo il momento in cui, per mantenere le promesse elettorali fatte, Di Maiuccio nostro avrebbe dovuto picconare il Jobs Act: raccontarlo all’alleato Renzi sarebbe stato molto molto complicato, meglio defilarsi, soprattutto per uno come Gigi che per ora è riuscito a picconare soltanto il Movimento 5 Stelle.