Rebus sic stantibus, la mania dei calcoli e dei conteggi percentuali dovrà restare la mera ludopatia di coloro che all’analisi scientifica della cronaca politica preferiscono il pettegolezzo da masseria – intesa non nella nobile e purissima esplicitazione della vita rurale, bensì nei deliri di protagonisimo di Giletti, della D’Urso e compagnia guitto-borghese. Non occorrono statistiche per chiarire che non esistano né vincitori, né tantomeno vinti. L’odierna condizione socioeconomica nella quale l’Italia sta affondando, spernacchia Renzi, Grillo, Salvini, la Meloni, e pure il redivivo Berlusconi: purtroppo, i problemi sono tremendamente complessi per concentrarsi su una gara a chi la sa più lunga‎. L’esagerata radicalità della scelta fra un “Sì” e un “No” ha comportato lo smarrimento della reale questione da porre in essere: quale nuova configurazione apportare ad una struttura burocratico-governativo ancora troppo sedimentata ‎nella cultura del ricatto e del compromesso. Senza contare che nessuno dei due schieramenti avesse menzionato una benché minima risoluzione ad uno dei tanti cancri italiani, nell’eventualità di una vittoria di una o dell’altra barricata.

Matteo Renzi, la Boschi e i loro accoliti, avrebbero voluto apparentemente scuotere le fondamenta della gernotocrazia, ma velando un’incoscienza di fondo e un’inclinazione ad egemonizzare, seppur tramite una sensibile riduzione di poltrone. Dalle parti del “No”, di contro, l’ha fatta da padrone il desiderio di deporre la carovana renziana, dimenticandosi di fronteggiare il disdicevole ruolo affidato dalla riforma agli enti locali e regionali. Comunque, la logica del cambiamento ha prevalso, come perfetto compimento della democrazia: in assenza della volontà di stravolgere gli assetti di un ordine, non v’è possibilità che il krátos del démos possa esprimersi. Questo è lo snodo della questione: una sovranità ripristinatasi al ritmo di un’autodeterminazione che ha messo a tacere la confusione della propaganda. Il risultato è semplice e si radica nel fallimento di una strategia comunicativa incentrata sulla individualizzazione di una circostanza superiore anche aI prurito accentratore di un Presidente del Consiglio.

Al netto della diffusa ignoranza sui tecnicismi giurisprudenziali di cui questa riforma era gravida – nonostante si predicasse la semplificazione -, è stato preferito preservare 70 anni di storica identità legislativa, indubbiamente caratterizzata da nostalgico astio e da molteplici contraddizioni, ma di un’ineguagliabile valenza, piuttosto che viverne 30 di acuito clientelismo, di competenze rimbalzate e di ulteriore oligarchizzazione del potere. Chiunque succeda a Renzi – al quale va riconosciuta non una coerenza empirica, ma un parziale recupero di serietà in extremis -, dovrà ‎escogitare una legge elettorale che dia stabilità governativa al Paese e garanzie di operatività alla base popolare; defiscalizzare il lavoro; sburocratizzare la macchina statale; incentivare gli investimenti esteri ed evitare che i medesimi siano vittime delle insidie di un opprimente apparato amministrativo e giuridico. Faccende che le ragioni del “Sì” non avrebbero assicurato nemmeno con un’egemonia renziana pluriventennale: state tranquilli. Anche perché, stavolta, tocca agli altri “#staresereni”.