Che poi, alla fine, comunque vadano sono davvero una bella cosa: le elezioni sono proprio belle da vedere. Ti svegli la mattina e sei di buonumore al pensiero di dover uscire per andare a votare, anche se piove e l’estate stenta ad arrivare. E ti piace osservare tutta quella gente che si riversa in direzione del seggio: le persone si sorridono tra loro quando vanno a votare, hanno voglia di chiacchierare, di stringersi la mano. Le elezioni sono un momento che sa di antico, rappresentano una strana cerimonia, quasi un memoriale: le elezioni, nel loro piccolo, rappresentano una sorta di liberazione, una liberazione collettiva, e riescono a farti percepire quella goduriosa sensazione di contare.

È bello osservare gli anziani che vanno a votare, alcuni dolcemente testardi lo fanno in stampelle, accompagnati dai figli e col santino tutto stropicciato nella tasca: è tenero come il giovane furbo ripeta nell’orecchio dell’anziano le istruzioni, quasi con diffidenza, e torna alla memoria, e commuove, il ricordo di quel signore barbuto che si raccomanda con l’anziana mamma: “l’albero, la quercia, devi mettere la croce sulla quercia” e la signora che faceva “ho capito, per i comunisti devo mettere la croce sulla quercia”. Si, per i comunisti, lasciamo perdere. Che poi la mamma non si sa mai per chi vota, non lo dice mai perché tanto quando al governo ci stavano quegli altri era uguale, sono tutti uguali.

Capita, mentre andate al seggio, di accorciare volutamente il passo: è che uno certi momenti se li vuole proprio godere fino all’osso. Tolleri che la matita non sia ben temperata, qualche piccola imperfezione rende tutto più vero, ma poi quello spazio in cabina te lo vuoi proprio vivere intensamente perché è tutto e solo tuo: ti accarezzi la scheda, guardi tutti i simboli perché hai voglia di sorridere leggendo i nomi delle liste più strane. Poi poni la tua croce, perché a volte la fede in certi ideali può diventarla una croce, con attenzione, senza sporcare altre parti del foglio che poi ti annullano il voto. Poi ti piace ripiegare quella carta, con cura, come fa il prete con il fazzoletto dopo aver asciugato l’interno del calice, e con orgoglio torni al banchetto, inserisci la scheda nell’urna e saluti tutti, animato da buon umore.

Poi ti incammini e mentre esci guardi il timbro sul certificato elettorale – con lo stesso orgoglio con cui si sfoggiano le giuste cicatrici perché votare, certe volte, può essere doloroso e far sanguinare – e non vedi l’ora di dire a tutti che hai votato, che hai fatto il tuo dovere: perché votare, lo diciamo sempre e ci piace da morire ricordarlo al mondo in quei momenti, non è solo un diritto.

Che poi il rituale si arricchisce e la cerimonia è sempre più complessa: la sera ci sono Vespa e Mentana. Diciamocelo, Porta a Porta è per quelli di una certa età: i giovani guardano la maratona di Mentana e, alcuni, riescono persino a perdonargli l’affronto di far commentare il voto a Massimo Giletti. Alcuni, io proprio non ci riesco, però ci siamo divertiti a gufare la Bonino quando la davano al 3.9% e che goduria alla fine. E il 26 maggio abbiamo votato per le europee.

L’analisi di un voto non è mai semplice perché poi ognuno se la vive come gli pare e ogni situazione è diversa dall’altra e tutto è un’opinione: una cosa però ce la possiamo dire e cioè che queste elezioni con l’Europa non avevano assolutamente nulla a che fare. L’Europa leviamola di mezzo che alla gente dell’Europa non gliene frega proprio niente e chi analizza il voto attorno all’europeismo e all’antieuropeismo non ci ha capito una mazza. Le elezioni europee, in Italia, si leggono in chiave di politica interna.

Ha vinto Salvini, dicono, e grazie al piffero: certo che ha vinto. Che poi in questi momenti io penso sempre a Bossi: chissà come la vive il vecchio ‘sta cosa che il ragazzino porta a casa certi numeri che lui, che ce l’aveva pure duro, se li poteva solo sognare. Sicuro se la vive male.

Il PD non si può lamentare e la strategia del fratello di Montalbano alla fine ha pagato: non dire e non fare assolutamente nulla gli ha fatto recuperare 4 punti dalle politiche. In effetti era un po’ l’uovo di colombo, anche se col senno del poi siam bravi tutti: magari l’astensionismo sale un po’, ma se hai il merito di aver soppiantato Martina a qualcuno devi risultare simpatico per forza. Uno magari non ti vota, ma se fa confronto con gli ultimi che ti hanno preceduto, un po’ di bene te lo deve volere di sicuro, non c’è storia. Poi lascia perdere che su wikipedia c’è scritto che il PD è un partito di centro-sinistra e ti viene da piangere pensando a Renzi e alla Boschi: ormai per la gente quello è il passato.

Poi uno ti domanda del risultato di Fratoianni e davvero ti mancano le parole se pensi all’attenzione mediatica che gli è stata comunque bene o male riservata. Invece, zitto zitto, niente male lo 0.8% di Rizzo: nessuno se lo fila, ma ha un sacco di ragazzi che si impegnano con lui e ha raddoppiato i consensi. Per carità, parliamo dello zero virgola nulla, ma il suo lo fa e gli va riconosciuto. Qua il problema grosso è e a casa del Movimento 5 Stelle.

Il risultato elettorale del Movimento è disastroso: una Caporetto senza precedenti, un fiasco che non ha mai fine, una caduta rovinosa e una nuvola di polvere che non si vede più nulla.

Certo fa davvero impressione: il sistema politico italiano, e magari non solo il nostro, è caratterizzato da un tasso di liquidità semplicemente spaventoso. Partiti che passano dal 40% al 22% in pochi anni e, allo stesso tempo, un altro che passa dal 6% al 34%. Cose del genere non si sono mai viste e andrebbero in qualche modo interpretate. Forze politiche estreme, tipicamente centrifughe e – come si diceva una volta – da “opposizione irresponsabile”, che ti diventano centripete, gigantesche e predominanti. Che poi, la politica estremista, in un sistema politico sano non fa male: va bene avere delle ali estreme, minoritarie, che danno in un certo senso equilibrio al sistema bilanciandosi vicendevolmente. Il problema può sorgere quando l’estremismo ce lo troviamo al centro del sistema e, con qualche piccola alleanzucola, in maggioranza quasi assoluta.

In momenti come questi siamo tutti orfani perché in due battute, con una schematicità infinitamente disarmante, con un fondo nient’affatto prolisso, Giovanni Sartori ci avrebbe chiarito tutto. Il maestro non c’è più e tocca improvvisarci da noi.

Sicuramente la gente soffre, questo è certo: un elettorato che si muove in questo modo, con fare schizofrenico, denota un malessere profondo e drammatico. L’elettore italiano vive una parentesi di tragedia pura, quasi di soffocamento, e probabilmente cerca, animato da uno schifo assolutamente comprensibile e tutto sommato condivisibile nei confronti della vecchia politica, di aggrapparsi a tutto quel che capita.

E Salvini questo lo sa benissimo: uno che è a capo di un partito che si è pappato 49 milioni di euro di soldi pubblici e che riesce a passare da paladino della legalità; uno che ci chiamava terroni e che adesso parla di Italy first. Non dobbiamo aggiungere niente, ha capito che a fare la differenza nelle elezioni non sono gli intellettuali e la gente istruita: la differenza la fanno quelli che amano sentir parlare di comunisti col rolex e di comunisti cresciuti a pappardelle e tartufo. Uno deve trovare il linguaggio giusto per parlare alle persone e oggi, che ci piaccia o no, la politica si fa così. Poi magari, in cuor tuo, puoi anche fare questo ragionamento: io convinco i babbei parlando un linguaggio da trivio per arrivare al potere e poi li governo con saggezza e buon senso. Questo ragionamento però lo fai dopo. E adesso tocca capire che succede e la risposta ce la possono dare soltanto i 5 Stelle.

L’onda giallo-verde è sulla via del tramonto e chi ancora pensa ad un modello di questo tipo si ostina a fare il giapponese nella giungla. Salvini cadrà comunque in piedi: se il governo regge, lui farà quello che gli è caro e utile e tutta la merda la scaricherà addosso ai 5 stelle; se il governo cade, la colpa sarà dei 5 stelle. Matteo si è blindato alla grandissima.

In prospettiva poi, i 5 Stelle li molla di sicuro, gli conviene: certo, è utile avere un alleato politico a cui scaricare tutti gli insuccessi del governo, ma sarà troppo forte la tentazione di cedere alla regola delle “coalizioni minime”. Non è fantapolitica pensare che Salvini decida di allearsi soltanto con Fratelli D’Italia, magari limitandosi al sud come fece Berlusconi con Fini nel ‘94: anche perché, con sta storia di mettere sui manifesti quella bella ragazza che le somiglia, la Giorgia in un nulla è passata dal 3.5% al 6.4%, mica male. Berlusconi, invece, pace all’anima sua.

La mossa spetta ai 5 Stelle: prima di tutto chi sbaglia paga. Di Maio deve andare a casa e lasciare subito la guida del Movimento. In effetti lo dicevamo che la scelta di Luigi di Maio alla guida del Movimento 5 Stelle fosse la peggiore che si potesse operare, però pazienza: non è mai troppo tardi. Sono tanti, tantissimi e non vale la pena ripercorrerli tutti, i passi falsi che Di Maio ha commesso nella maggioranza di governo: ha ceduto sui punti di maggior sensibilità e si è lasciato letteralmente fagocitare da Salvini. Per questo il Movimento è crollato e la fase che vive in questo momento è di delicatezza assoluta perché dalle prossime decisioni dipende la sua sopravvivenza, magari il rilancio del progetto, o la sua fine.

Il Movimento deve sganciarsi dalla Lega e buttare giù il governo: ci vuole coraggio, si perderanno dei pezzi, ma non c’è altra via. Devono sparire soggetti come Di Maio, Toninelli e anche quello che ha fatto il Grande Fratello: basta, non se ne può più, è ora di crescere. Bisogna cercare uno spazio politico: la destra è satura. È necessario mantenere un linguaggio che conduca al potere: bisogna continuare a parlare al popolo, come il Movimento e la Lega hanno saputo fare in tempi diversi, ma l’antipolitica oggi paga poco perché la politica è Salvini e la gente gli vuole bene. Tocca cercare una ricetta nuova, dove c’è spazio e con i giusti argomenti.

La strada è una sola, ed è una strada dolorosa e in salita: il Movimento deve scegliersi un nuovo leader, Di Battista è il migliore in questo momento, e diventare un grande partito populista di sinistra. È la sola e unica via possibile, l’unica che possa garantire al Movimento di restare in piedi e l’unica che possa contrapporsi, senza troppa speranza di prevalere, alla grande vittoria che attende la destra italiana.