di Fabrizio Ciannamea

Più che una “battaglia per il Quirinale”, quella svoltasi all’interno dell’Aula di Montecitorio fino a sabato scorso è parsa una rissa da bar confusa, dalla quale una parte importante dei riottosi protagonisti è uscita piuttosto frastornata e malconcia. Matteo Renzi di tale rissa è stato l’iniziatore che, subito defilatosi, ha sferrato il primo e principale montante. Lui, rivelatosi vero “politico di razza”, dotato di carisma, pragmatismo politico e trasformismo dai caratteri ottocenteschi, nel momento in cui ha esumato Sergio Mattarella come unico candidato democratico alla Presidenza della Repubblica ha saputo riunire con un solo gesto le varie fazioni interne al Partito Democratico, attrarre a sé i paladini dell’ateismo politico vendoliano e dell’austerità “made in UE” di stampo montiano e infliggere, infine, una sonora batosta ad un ormai disfattissimo centro-destra che, non essendo inizialmente d’accordo con la candidatura democratica alla Presidenza della Repubblica, è prevedibilmente crollato al momento del voto. Infatti è necessario considerare che alcuni dei 665 voti ricevuti da Sergio Mattarella per la nomina definitiva provenivano proprio da una parte degli ex democristiani guidati da Alfano che, pur di non scrollarsi la poltrona di dosso,  ha indicato ai suoi (Schifani su tutti) di votare per l’ex giudice della Consulta, determinando un vero e proprio esodo dal  piccolo partito di matrice democristiana,  Sacconi e Saltamartini su tutti.

E in Forza Italia invece? E’ stata necessaria l’elezione del Presidente della Repubblica per far venire al pettine definitivamente tutti quei nodi interni al partito che per mesi sono stati celati, anche con la complicità di Berlusconi, in nome di un’unità politica inafferrabile ma cercata fino all’ultimo. Infatti circa una trentina dei grandi elettori azzurri hanno preferito votare Mattarella piuttosto che stringersi intorno ad un ormai stanco e ricattabile “capo”, tradendo la sua indicazione di votare scheda bianca. Che siano gli uomini di Fitto tali “franchi elettori”? Probabile. Ciò che conta piuttosto è l’ormai manifestatasi crepa all’interno di tutto il centro-destra, che continua a rappresentare, anche dopo tale cedimento, una fetta importantissima della maggioranza parlamentare. Quale sarà dunque il destino di questa larga parte della politica italiana? Difficilissimo presagirlo, anche perché quello che i media chiamano centro-destra è composto da anime e idee diverse tra di loro che molto spesso, come è emerso anche in questi giorni, è  difficile tener compatte.

Probabilmente partiti come il Nuovo Centro Destra e Forza Italia saranno destinati a scomparire insieme ai loro capi nel giro dei prossimi tre anni, ma le persone che li compongono resteranno parte intangibile del complicatissimo ingranaggio che è la politica italiana tutta. Chi prenderà dunque le redini centro-destra, rappresentanza parlamentare eterogenea,  composta dai sempiterni ex-democristiani, dai socialisti della prima ora o dagli ex membri di quello che fu (il tradito) Movimento Sociale Italiano? Il naturale candidato potrebbe essere Matteo Salvini che dovrebbe, tuttavia, mettere da parte la maschera di instancabile combattente ( almeno sui social-network ) per la sovranità nazionale costruitasi in questi anni, per indossare i panni di un  capo moderato fra i moderati. Il segretario della Lega dovrebbe dunque valutare la convenienza di un tale assoluto e repentino cambiamento politico e personale.

L’altra ipotesi per il futuro del centro-destra sarebbe ravvisabile, invece, nella costituzione di un’alleanza Salvini-Meloni-Fitto, i quali potrebbero ripartirsi la guida delle tre anime principali del centro-destra: quella leghista, quella democristiana, e infine quella composta dagli ex-membri di Alleanza Nazionale e dagli uomini più fedeli al Cavaliere.