Diceva Montanelli che se un popolo ignora il proprio passato, non conoscerà mai nulla del proprio presente. Se il grande giornalista di Fucecchio aveva ragione allora, ad oggi, gli italiani sono destinati ad essere un popolo di ignoranti. Lo dimostrano le condizioni in cui versano molti sacrari della Prima guerra mondiale, a quasi 100 anni dalla sua conclusione. Un recente reportage di Stefano Filippi ha documentato l’incuria crescente in uno dei luoghi più rappresentativi per la memoria della Grande Guerra: il sacrario di Redipuglia nei pressi di Gorizia. L’elenco dei nomi dei caduti è oscurato dall’elenco dei segni della trascuratezza: crepe, sconnessioni, erbacce, sterpaglie.

Il sacrario militare di Redipuglia

Il sacrario militare di Redipuglia

Quello di Redipuglia non è un sacrario come tutti gli altri essendo la più grande opera italiana dedicata ai caduti – non solo nostri connazionali – di quella che Benedetto XV definì l’inutile strage. La struttura è anche teatro della cerimonia ufficiale più importante, dopo quella che ha luogo presso il Vittoriano a Roma, per le celebrazioni del 4 novembre e del 2 giugno con tanto di presenza delle massime cariche dello Stato.

Lo scorso giugno, però, la consueta cerimonia di commemorazione si è rivelata un fiasco tanto che anche il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi non ha potuto fare a meno di notare che a mancare siano stati soprattutto i giovani, i destinatari del messaggio che viene lanciato in occasione di questa festa. Dobbiamo fare capire loro  che democrazia e pace devono essere difesi nel quotidiano attraverso l’esempio. Se non riusciamo a dare questi segnali allora abbiamo fallito.

Papa Benedetto XV

Papa Benedetto XV

Eppure il governo non ha lesinato investimenti nella valorizzazione dell’impianto tanto da stanziare 11 milioni di euro per le celebrazioni e per un restauro che doveva essere completato entro il 4 Novembre 2017. Una scadenza che difficilmente verrà rispettata visto che i lavori sono rimasti bloccati in attesa della sentenza del Tar sul ricorso presentato da Italiana Costruzioni: impresa arrivata seconda nella gara d’appalto. Lo scorso maggio la sentenza è arrivata e, oltre ad aver accolto il ricorso dell’azienda ricorrente, ha condannato la Presidenza del Consiglio a pagare le spese processuali. Lo stop ai lavori nel corso dell’iter giudiziario ha reso ancora più necessario un intervento conservativo come dimostrano le transenne apposte attorno all’imponente ma malandata tomba del duca d’Aosta, comandante della Terza Armata protagonista nella difesa della linea del Piave.

Se queste sono le condizioni in cui versa il più grande sacrario militare italiano, un destino ancora più amaro è riservato a decine e decine di monumenti dedicati ai caduti della Grande Guerra. Basta scorrere le cronache locali per rendersene conto: a Bassano del Grappa del monumento ai ragazzi del ’99 si notano solo lettere cadenti dalle lapidi logore; a Forlì rischia di essere smantellata la tomba della medaglia d’argento Mario Quartaroli per scadenza della concessione cimiteriale; erba alta e umidità sembrano essersi impadronite dell’ossario di Oslavia dove riposano insieme soldati italiani e austro-ungarici; a Sicignano degli Alburni la colletta indetta dal Comune per il restauro del monumento cittadino è stata cancellata per la scarsa partecipazione.

Postazione sul Monte Grappa

Postazione sul Monte Grappa

Ai sindaci italiani più smemorati la lezione arriva dagli omologhi austriaci che a quasi 100 anni dalla fine del conflitto non solo non hanno dimenticato i propri morti, ma tengono a non dimenticare nemmeno quei soldati morti sparando addosso ai loro trisavoli. E così, ad esempio, il comune di Sigmundsherberg ogni anno puntualmente fa deporre una corona con i colori della bandiera nazionale nella cappella del cimitero dei prigionieri di guerra italiani: cimitero, situato a confine tra l’Austria e la Repubblica Ceca, che viene curato dalla Croce Nera austriaca e risulta essere in ottimo stato.

Le istituzioni non sono affatto le uniche colpevoli di questa smemoratezza su un capitolo di storia nazionale così importante: lo stato di abbandono di sacrari e monumenti si configura come un problema di educazione civica che certifica l’estinzione dal sentire comune nazionale della Grande Guerra, non più percepita come una tragedia vicina. Così come l’inaugurazione di monumenti, colonne e targhe in tutta Italia all’indomani del 1918 simboleggiò l’ingresso dell’evento bellico nella memoria collettiva di un paese ancora giovane, l’incuria in cui versano oggi ne simboleggia la rimozione dalla memoria collettiva di un paese invecchiato. E’ rimasta, dunque, intatta la valenza simbolica di questi luoghi anche nel capovolgimento di significato.

Campo di prigionia austriaco

Campo di prigionia austriaco

A discapito dell’odierna smemoratezza, la prima guerra mondiale non è un capitolo polveroso e ormai pronto per l’archiviazione in quanto resta  chiave di volta per comprendere dinamiche internazionali ancora attualissime. L’esito della Grande Guerra, infatti, continua ad esercitare un’influenza decisiva sugli equilibri geopolitici mondiali: l’inutile strage segnò la fine della centralità del Vecchio Continente nello scenario internazionale spianando la strada all’affermazione di quel primato americano che dura ancora oggi. Lo capì papa Benedetto XV quando profetizzò che quella guerra avrebbe rappresentato il suicidio dell’Europa civile.

L’interazione esistente tra passato e presente è la stessa che passa tra memoria e identità: più si trascura la prima e più si smarrisce la seconda. L’abbandono di questi luoghi commemorativi fotografa forse più di qualsiasi articolo o saggio la crisi profonda dell’identità nazionale. Per gli italiani, riscoprirli e valorizzarli dovrebbe essere necessario e potrebbe anche essere piacevole come dimostra il bellissimo caso della tredicenne Julika, avvenuto proprio a pochi km dal sacrario di Redipuglia. Arrivata nel goriziano nell’ambito di un’iniziativa scolastica italo/romeno/ungherese proprio sulla prima guerra mondiale, la ragazzina romena ha ritrovato nel cimitero austro-ungarico di Palmanova la tomba del fratello del suo bisnonno morto sul fronte dell’Isonzo. Quel fiore che a lungo la sua famiglia non poté apporre sulla sua tomba credendolo disperso, Franz Messaros – questo il nome del caduto – lo ha ricevuto dalla nipotina ben 100 anni dopo la sua morte.