Trent’anni dopo l’89 che rivoluzionò gli equilibri mondiali e sancì la morte delle ideologie novecentesche, venticinque dopo il ’94 berlusconiano che trasfigurò gli assetti politici italiani della Prima Repubblica, diciotto anni dopo quell’11 settembre 2001 che cambiò radicalmente il concetto di Occidente ed Orientalismo, coniato dallo studioso Edward Said, viviamo in un’era di contemporanei e conviviamo in una società fluida dove il prima e il dopo sono semplici sfaccettature di un medesimo istante. 

Post-Ideologia, Post-Modernismo, Post-Femminismo, Post-Verità. In un’epoca in cui i partiti tradizionali scompaiono o vengono addirittura svuotati di ideologia (forse anche di idee) e la pratica fattualità politica esercita il primato sul pensiero politico, i cultori della teoria cercano ancora di ritagliarsi uno spazio di influenza nel delicato passaggio da Seconda a Terza Repubblica.

Il contenuto senza il contenitore. L’oste senza i conti. Nelle principali fasi di crisi politica della storia repubblicana, gli ideologi presunti, rinnegati o improvvisati hanno sempre cercato di dare consistenza a progetti sfarinati e a partiti nascituri per poi giungere a un punto di non ritorno. Spesso l’incontro e il sodalizio tra gli ideologi e la loro stessa creatura durano un battito di ciglia ma sono destinati a segnare per sempre la storia del nascente movimento partitico. Brevi storie degne del mito greco di Pigmalione: il re di Cipro innamoratosi della statua da egli stesso scolpita.

Gianfranco Miglio nel 1969

Le strade del professore Gianfranco Miglio e della Lega Nord si incrociarono per la prima volta agli inizi degli anni Novanta. Il preside della facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano e Umberto Bossi si conobbero nella villa del professore a Domaso, nel Comasco. 

Il Senatur aveva fondato la Lega Autonomista Lombarda nel 1982 con la collaborazione del giovane Roberto Maroni e Giuseppe Leoni. Nel 1984 Umberto Bossi diede vita alla Lega Lombarda per poi divenire segretario federale della Lega Nord nel raduno di Pontida del 1989, riunendo sotto il cartello leghista diverse sigle autonomiste territoriali, tra cui la Liga Veneta di Franco RocchettaFu in quell’istante che il pragmatismo secessionista di Umberto Bossi sposò la necessità di un assetto federalista di cui il professor Miglio era un convinto assertore. 

Federalista fin dagli anni ’50, Gianfranco Miglio aveva studiato a fondo le opere e i testi di Carlo Cattaneo. Fino al 1959, il professor Miglio aveva militato tra le fila della Democrazia Cristiana, lasciando in seguito il partito per dedicarsi all’attività accademica e agli impegni universitari presso l’Università Cattolica di Milano. 

La sua breve esperienza politica nella Lega Nord, durante i mesi infuocati di Tangentopoli e del crollo della Prima Repubblica, trasformò Miglio in un personaggio pubblico ed eclettico su scala nazionale: il volto educato e colto dei nuovi barbari leghisti raccontati dalla trasmissione Milano, Italia di Gad Lerner. 

Coloro che fanno politica non sono affatto i migliori, se non in rapporto a un giudizio comparato circa la capacità di ottenere materialmente il potere. 

La classe politica ai suoi occhi non era quindi davvero un’élite, bensì un agglomerato di individui che lottano per ottenere o conservare il potere. 

Il realismo federalista di Gianfranco Miglio si scontrò fin da subito con le brame di Umberto Bossi: Miglio puntava alla Repubblica padana del Nord e al superamento delle grandi nazioni ritenute dei semplici «prodotti artificiali dell’azione politica». In realtà Miglio non condivise le aperture del Senatur nei confronti di Berlusconi e Fini. Già nel 1994 il professore comasco ruppe con la Lega a causa di un suo mancato ingresso nel Governo Berlusconi in qualità di Ministro. «Una scelta che fu un chiaro sintomo involutivo della Lega» come testimoniato da Marco Formentini, storico sindaco leghista di Milano negli anni Novanta. 

Deluso da Bossi, il professor Miglio non abbandonò la propria passione politica: nel 1996 fu eletto senatore nel collegio di Como per il Polo per le Libertà. Un destino analogo segnò la parabola politica di Giuliano Urbani, storica tessera n.2 della nascente Forza Italia. Politologo dell’Università Bocconi, nel giugno 1993 catturò l’attenzione di Silvio Berlusconi attraverso un suo articolo, pubblicato sul Sole24Ore, in cui profetizzava la sconfitta del PDS di Achille Occhetto alle future elezioni politiche del 1994.

Il Cavaliere invitò Giuliano Urbani nella sua umile dimora di Villa San Martino. Arcore prima di Arcore. Il politologo bocconiano conquistò Berlusconi elaborando un progetto politico liberale fondato su una «lucida follia», teorizzata da Erasmo da Rotterdam. Di quel nucleo politico che costituirà il miracolo berlusconiano di Forza Italia, Giuliano Urbani fu stratega e ideologo. Nel corso dei governi di centro-destra a guida Berlusconi, Urbani svolse l’incarico di Ministro per la Funzione Pubblica e gli Affari Regionali (1994-1995) e in seguito Ministro per i Beni Culturali (2001-2005), dando infine l’addio al partito e alla politica poco prima degli scandali giudiziari che travolgeranno le sorti del Cavaliere. Scintilla spenta e fine del sogno liberale. 

Giuliano Urbani

In tempi più recenti, l’affermazione politica della democrazia diretta e del Movimento 5 Stelle hanno portato alla ribalta le esternazioni del professor Paolo Becchi, docente di Filosofia del Diritto dell’Università di Genova. Profondo conoscitore ed estimatore di Gianroberto Casaleggio, sarà proprio Becchi a teorizzare la natura anti-sistemica del movimento grillino e l’apertura del Parlamento come una scatoletta di tonno, logica alla base del successo del Movimento 5 Stelle alle prime elezioni politiche del 2013. Lo stesso Paolo Becchi ha accolto con entusiasmo l’abbraccio tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini che ha dato vita nel 2018 al governo giallo-verde.

Il successo leghista alle elezioni europee e le critiche nei confronti di un Movimento 5 Stelle, giudicato sempre più un partito ibrido, hanno portato il professor Becchi ad entrare nell’orbita di Matteo Salvini e a rilanciare il messaggio federalista di Gianfranco Miglio, in particolar modo dopo il successo del referendum per le autonomie regionali in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. 

Il divorzio invece tra Lega e Movimento 5 Stelle e le aperture di Beppe Grillo a favore della premiership di Giuseppe Conte, ritenuto un «elevato» dal comico genovese, e di una alleanza con il Partito Democratico, hanno generato la furia del professor Becchi che si è scagliato contro lo stesso Beppe Grillo:

Giuda, hai distrutto l’opera di Casaleggio.

Il professor Becchi si è recentemente scagliato contro la nascita del governo giallo-fucsia targato Conte:

Un’alleanza tra PD e M5S è innaturale. Il M5S è post-ideologico, non si può schierare con una forza di sinistra: verrebbe meno il suo ruolo. Anche Gianroberto Casaleggio sosteneva che piuttosto che fare un governo con il PD sarebbe uscito dai 5 stelle. 

Maggioranza che vai, ideologo che trovi. Il nuovo governo vede nel sociologo Domenico De Masi uno dei principali fautori e sostenitori: 

Penso che non fosse niente altro che lo sbocco naturale considerate le forze in campo. Si sarebbe potuto fare già quattordici mesi fa, se soltanto il PD avesse voluto. 

Nonostante le invettive di Matteo Salvini contro i «professoroni», la partitocrazia senza ideologie ha ancora bisogno di ideologi.