Non vi parleremo dei depuratori fatiscenti, degli scarichi fognari abusivi, degli sversamenti illegali di liquami e rifiuti che infestano e depredano i nostri mari: l’inquinamento delle acque e del suolo nelle regioni costiere d’Italia rappresenta il 35,7% dei reati contro l’ambiente, un fenomeno che rispetto all’anno scorso registra oggi un incremento del 22,2% delle violazioni.

Non vi parleremo delle tonnellate di cemento che soffocano disgustosamente le seducenti coste italiane con ben 3.314 infrazioni accertate nell’ultimo anno, accompagnate da 1.110 sequestri e 4.310 tra denunce e arresti. Costruzioni impassibilmente abusive, tirate su furbescamente sul demanio marittimo per macinare soldi nella stagione estiva o per tuffarsi in acqua senza stancarsi troppo: indispensabili, si sa, l’ascensore per arrivare agli scogli e le piattaforme per i lettini da sole, com’è stato ragionevolmente pensato in una villa a picco sul mare a Casamicciola Terme (Ischia), poi inspiegabilmente sequestrata. Ed è di vitale importanza, per la sopravvivenza del mare, edificare villette a 150 metri da alcuni scogli affioranti al largo delle acque della Scala dei Turchi (Agrigento): deleterio sarebbe stato rispettare il limite d’inedificabilità assoluta a partire dalla linea di battigia, come previsto sconsideratamente dalla legge, della cui carnevalesca interpretazione da parte della società costruttrice non v’è proprio nulla da eccepire.

Non vi parleremo dei pescatori di frodo che in barba al rispetto della biodiversità marina e della salute dell’uomo acchiappano pesci indiscriminatamente con truci mezzi vietati dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea. Gli affari sono affari: se piazzare 460 tonnellate di prodotti ittici (rigorosamente privi di garanzia di qualità) nei mercati e nei ristoranti di tutta Italia mi fa arrotondare lautamente per un anno (ne sa qualcosa il Veneto che con oltre 118 tonnellate è la regione con il numero più alto di sequestri), allora ben venga la spadara che con piombi e catene travolge furiosamente flora e fauna dei fondali mediterranei.

Non vi parleremo neanche degli sport nautici da diporto e dell’impercettibile ovvero innocua presenza di barche, motoscafi e moto d’acqua che invadono noncuranti aree marine protette e navigano placidamente sotto costa, carezzando bagnanti inconsapevoli.  

Insomma, non vi spaventeremo con cifre da capogiro, sorvoleremo sui 17 mila reati contestati nel 2017 ai danni del nostro mare e sul giro d’affari che, tra valore delle sanzioni penali e amministrative e valore economico dei sequestri, sfiora il miliardo. È la mafia, bellezza. O meglio, in questi casi più che di mafia Legambiente parla di Ecomafia, inteso come fenomeno criminale con precisi interessi nel settore dell’ambiente e del territorio.

Eviteremo anche di raccontarvi la solita paradossale (ma non più impressionante) storia dell’Italia paese col maggior numero al mondo di beni paesaggistico-culturali e con un lievissimo tasso di tutela e valorizzazione. Retorica polverosa, litania arrugginita.

Mare Monstrum 2018 (Legambiente)

Vogliamo parlarvi, invece, di una storia sommersa, annegata, annichilita, ogni tanto resuscitata per essere poi più violentemente bistrattata e offesa. Una storia antica, antichissima, a volte gloriosa altre ordinaria: oggi certamente mitica e leggendaria, dopo migliaia di ipotesi fantasiose lambiccate attorno a essa. Storie che potrebbero scombinare la Storia, ma che se ne stanno in fondo al mare, negli abissi neri e indifferenti, a vegliare su ciò che un tempo fu e non si seppe mai. Souvenir dal passato che oggi chiamiamo archeologia e che il Mediterraneo s’è inghiottito, riuscendo però, ogni tanto, a farsi scaldare dalla luce del sole, riportati a galla da ignari pescatori.

Ebbene, abbiamo un patrimonio culturale subacqueo straordinario: immaginate tutti i popoli che hanno messo in piedi grandiose civiltà lungo le coste dei paesi mediterranei; immaginate tutti gli incontri, gli scontri, il commercio, la scienza, la guerra, la scoperta dell’arte, l’eccitamento, lo scambio, la suggestione, e poi il declino, la scomparsa, la rinascita. Ora moltiplicate questo ciclo per decenni, secoli, millenni, e immaginate che di ogni strato di vita, di ogni giro di civiltà, oggi resti qualcosa. Un relitto, un utensile, un’anfora, una scultura sublime. O, nel migliore dei casi, un intero sito archeologico. Poi spingetevi un po’ oltre e immaginate di poterli vedere e toccare quei reperti, di poter scoprire qualcosa di quelle vite, di quei tempi, di quei luoghi. Di venire a conoscenza, mentre vivete gli affannosi anni Duemila, di storie mai sentite prima. Immaginate, insomma, di ribaltare il Mediterraneo e scoperchiare un mondo inesplorato. Parrebbe impossibile, vero? Beh, ascoltateci bene: sprofondati in mare aperto o abbarbicati ai fianchi salati delle nostre terre esistono centinaia – centinaia – di siti archeologici e una miriade di relitti, tutti sentinelle di informazioni umane irrinunciabili.

Ritrovamento dei Bronzi di Riace, 16 Agosto 1972

Posta in questi termini sembrerebbe una grande vittoria per i ricercatori e un sogno a occhi aperti per i cultori del passato. Ma la mafia, furbissima, mette il naso anche lì, non lascia in pace nemmeno la sacralità del ricordo collettivo, la divina bellezza di un’arte che viene da lontano. Tanto da essersi riservata una fetta esclusiva nel furto e commercio illegale di reperti archeologici inabissati nei nostri mari. Funziona come sulla terraferma: scavi clandestini, saccheggio, traffico internazionale. Solo un po’ più facile, a causa delle difficoltà di monitorare costantemente coste e fondali. Un piano criminale impeccabile e redditizio, favorito dall’assoluto anonimato della merce in questione: pezzi mai visti prima, quindi mai catalogati, ma preziosissimi e rari, finiscono indisturbatamente nei musei e nelle collezioni private di tutto il mondo, depredati della loro autentica identità. Mentre sfuggono allo studio appassionato di storici e archeologi nonché alla fruizione pura e incorrotta di potenziali visitatori.

Le organizzazioni mafiose, quando non possono lucrarci su con guadagni diretti, utilizzano i beni trafugati come mezzo per riciclare denaro o come moneta di scambio per partite di droga e armi. Più semplice di così. Un grande affare, inutile negarlo. Ma non è tutto qui. I metalli pesanti, gli idrocarburi, i pesticidi e il mercurio che le industrie scaricano in mare, e il sovraccarico di rifiuti organici che sfuggono alla depurazione, corrodono tutto ciò che incontrano sott’acqua. Così, oltre ad alterare l’ecosistema, l’inquinamento marino sollecita il deterioramento di relitti e reperti. E poi di nuovo le tecniche di pesca invasive e il turismo subacqueo irresponsabile: per farla breve, un patrimonio storico-culturale che si ritrova, neanche a dirlo, a rischio. Insidiato da continui danneggiamenti, faccende illecite e sfacciato menefreghismo.

Satiro danzante in bronzo rinvenuto nel 1998 da un peschereccio nelle acque di Mazara del Vallo, forse appartenente al relitto di una nave ellenistica che fece naufragio nel Canale di Sicilia, tra Pantelleria e Capo Bon in Tunisia, tra il III e il II secolo a.C.

Ora vogliamo portarvi a Isola Capo Rizzuto, in Calabria, dove c’è la maggior concentrazione di evidenze archeologiche sommerse nel mar Ionio. Ma anche la più grande area marina protetta d’Italia, istituita nel 1991, e un parco archeologico (con ciò che rimane dell’antico tempio di Hera Lacinia) su uno degli otto promontori che si facciano sulle sue acque, quello di Capo Colonna. Un tripudio di tutela e conservazione che, seguendo una logica abbastanza elementare, dovrebbe interessare anche i sei relitti e altri dodici ritrovamenti archeologici che il progetto Archeomar del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha censito lungo questo tratto di costa. Invece no. Nessuna cooperazione naturalistico-archeologica. Nessun inchino di fronte a una ricchezza che resta, suo malgrado, invisibile.

L’area marina protetta, che già di per sé stenta a funzionare, non ha alcuna competenza sul patrimonio archeologico che essa stessa include. L’ideale sarebbe poter contare, come reclama caparbiamente Legambiente (per lo Ionio ma anche per il Basso Tirreno e il Basso Adriatico), sull’istituzione di un parco archeologico subacqueo o di una soprintendenza archeologica del mare sul modello di Sicilia e Grecia. Per il momento, però, tutto resta com’è. Un gran peccato. Perché l’area, col cimitero di navi naufragate nel convulso avvicendarsi delle epoche, i cui carichi sono in parte esposti nel museo di Capo Colonna e in (gran) parte ancora giacenti sul fondo del mare, è custode fortuita di odissiache avventure. E di opere d’arte che nulla hanno da invidiare ai grandi musei delle capitali europee. Avete mai sentito parlare di un mare che cela timidamente tra le sue onde un audace Eracle in lotta con la cerva sacra ad Artemide, mentre compie la terza delle sue dodici fatiche? E il dolce abbraccio di Amore e Psiche, e lo sfrenato corteggiamento di Dioniso… Ionio zeppo di mito, del divino forgiarsi di un’umanità mortale.

Gruppo bronzeo di Eracle in lotta con la cerva del Monte Cerine (relitto Punta Scifo A, Isola Capo Rizzuto)

Statua in marmo di Amore Psiche rinvenuta nel relitto Orsi a Punta Scifo (Isola Capo Rizzuto)

Sarcofago dal relitto Sèleno (Isola Capo Rizzuto) con scena relativa al corteggio di Dioniso

E un promontorio spietato, vendicativo, dall’occhio bovino, si è visto mai? Lacinion, oggi Capo Colonna, è dove sorge il santuario eretto in onore di una divinità controversa. Hera, moglie di Zeus, matrigna di Eracle: protettrice del matrimonio e della fedeltà coniugale, dea tra le dee, ma donna gelosa e crudele, tormento femmineo del sacro Olimpo. I suoi strali colpiscono chiunque le si metta di traverso. Chissà che non abbia risparmiato chi ridusse il suo tempio a una rachitica colonna dissipando l’aurea mitica e l’affollata adorazione di pellegrini provenienti da ogni dove per la dea dalle bianche braccia e dagli splendidi capelli. E chissà che oggi non risparmi nemmeno chi oltraggia la sua regale dimora pianificando villaggi turistici dall’improbabile godimento culturale.

Punta Scifo, a due passi dall’area archeologica di Capo Colonna, è lo scempio edilizio più scandaloso degli ultimi tempi. Un progetto in grande stile (79 bungalow) autorizzato placidamente nel 2011 da Comune, Provincia, Soprintendenza archeologica e quella dei beni architettonici. Che hanno dato il via all’inquietante ballo della morte paesaggistica, poi per fortuna interrotto in seguito alle proteste di archeologi e ambientalisti. Non dopo aver lasciato, tuttavia, i segni di uno stupro irreversibile: 79 piattaforme in cemento armato e lo scavo incompleto di una grande piscina, laddove il piano regolatore prevedeva esclusivamente la realizzazione di attività agricole. Insediamenti ellenistici e romani cancellati con un colpo di ruspa. Storia e mito fatti a pezzi da raggiri burocratici avallati in sordina da istituzioni distratte.

Resti del Tempio di Hera Lacinia sul promontorio di Capo Colonna

Possiate perdonare la nostra retorica lamentosa ma, vedete, da queste parti non è certo il primo caso di deturpazione del territorio e delle sue risorse. Ci viene in mente il parco eolico di Isola Capo Rizzuto, tra i più grandi d’Europa, sequestrato al clan Arena dalla Guardia di Finanza di Catanzaro e poi confiscato dalla sezione Misure di prevenzione del tribunale di Crotone su richiesta della Dda, provvedimento confermato in Appello nel marzo 2018. In Italia, denuncia Legambiente, sono decine le inchieste aperte sull’assalto alla green economy da parte della criminalità organizzata, di affaristi e di politici senza scrupoli: torbidi giri per accaparrarsi finanziamenti europei e riciclare denaro sporco attraverso il business delle energie rinnovabili. Non basterebbe la furia di Hera per estirpare tutto il marciume e inoculare il seme di un’ingenua legalità.    

Beh ora le cose stanno così: qualche mese fa è stato firmato da Comune, Regione e Ministero per i beni e le attività culturali il progetto Antica Kroton, un investimento di 61,7 milioni che vuole recuperare e valorizzare l’intera area archeologica della città di Crotone (Capo Colonna e Area marina protetta comprese). Per “recupero” e “valorizzazione”, nomenclatura politica ormai logora e più che abusata, si intende una massiccia operazione (si spera non invasiva) di scavi, restauri, musealizzazione, messa in sicurezza delle strade, realizzazione di itinerari archeologici subacquei e di una struttura di supporto all’antica Kroton marina. Perplessità e riserve, tra gli esperti del settore, non mancano. Non ci resta che aspettare e vedere che succede. Siamo qui. Da secoli e millenni.


Per approfondire:

Dossier Legambiente “Mare Monstrum 2018”

Dossier Legambiente “L’arte sotto il mare”