Guardate, lo sappiamo benissimo come funziona e siamo consapevoli del fatto che non sia un problema di legittimità giuridica o istituzionale. L’Italia è una Repubblica parlamentare ove vige il principio della rappresentanza indiretta priva di vincolo di mandato. Ovvero, in parole povere, alle elezioni il popolo si sceglie (si fa per dire, perché poi dovremmo entrare nel merito della legge elettorale, ma meglio lasciar perdere) quelli che saranno i suoi rappresentanti per i successivi anni e questi, liberamente e in coscienza, faranno un po’ come gli pare. Pertanto, non accomunateci strumentalmente a quegli sparaquaglie che persino in Parlamento denunciano governi non eletti dai cittadini, ovvero, per cortesia non affiancateci a quegli scalzacani che in Senato berciano scompostamente di esecutivi privi del mandato popolare perché non è questo il punto. E non è questo il punto perché siamo consci del fatto che il problema non sia di legittimità, bensì di legittimazione. Il vulnus, in tutta questa vicendaccia, non è giuridico: è politico e scusate se è poco.

Si sta configurando, ormai i peggiori incubi stanno prendendo forma, un pessimo governo composto da M5S e PD. E tuttavia questa rimane un’affermazione semplicistica, dal momento che entrambi i partiti, come abbiamo detto, sono abitati da due anime al loro rispettivo interno. Pertanto, sarebbe meglio dire, che si sta componendo un esecutivo ideato e voluto dall’ala dimaiana del Movimento e dall’ala renziana del PD (attualmente maggioritaria in Parlamento e unica ad avere reale vantaggio dall’evitare il voto).

Si sostiene, questo è un po’ l’argomento principe di chi – seppur con imbarazzo e impacciata timidezza – nella base del Movimento prova a difendere tale scelta, che questo esecutivo serva per evitare un massacro elettorale nelle eventuali elezioni di autunno. Ebbene, chi sostiene questo, lo diciamo col tenero rispetto che si deve a chi se la passa male, guarda al dito e non alla luna: il massacro elettorale cui il Movimento andrebbe incontro è figlio della gestione che del partito Di Maio ha tenuto all’interno del Governo Conte. È questo il punto: la linea politica di Di Maio è stata quella di colui il quale, completamente privo di carattere e doti leaderistiche, ha provato (persino nella discussione in Senato della scorsa settimana) a nascondersi all’ombra di Conte pur di non assumersi alcuna responsabilità. È a questo tipo di atteggiamento che la base del Movimento deve imputare l’eventuale (probabile, per la verità) disfatta elettorale. È necessario individuare quale ricetta politica abbia condotto il M5S all’attuale prostrazione e, dopotutto, la scelta di costituire un governo col PD risponde esattamente e perfettamente a quella stessa linea politica fallimentare, che se perseverata contribuirà ad erodere ulteriormente quei già ridotti consensi dei quali il Movimento ancora gode.

È veramente triste osservare come chi guida il Movimento 5 Stelle, piuttosto che rappresentarne con coerenza le istanze, la storia e le origini, si impegni invece a mortificarne e umiliarne l’immagine. Insomma, c’è chi dice che il PD sarebbe disposto a sottoscrivere un esecutivo con i grillini, solo se questi ultimi fossero disposti, di poco o di tanto che sia, a cospargersi il capo di cenere rispetto all’appena conclusasi esperienza con la Lega. Roba da saltare dalla sedia: davvero il bue che dà del cornuto all’asino! Dovrebbe piuttosto essere il M5S a rifiutare con sdegno e quasi disgusto l’ipotesi di sottoscrivere un accordo di governo coi piddini, a meno che questi non rinneghino gli ultimi 10 anni di protervi favori alle banche, arrogante supporto ai poteri forti, impunito impoverimento del paese, colpevole erosione dei diritti dei lavoratori e chi più ne ha più ne metta.

Appare davvero paradossale l’ipotesi di sottoscrivere un accordo di governo con chi fino a qualche tempo fa era alleato con Forza Italia per tenere le unghie su Palazzo Chigi. Eppure lo abbiamo ascoltato tutti Mallegni in Senato qualche giorno fa sostenere che per colpa del Decreto Dignità gli imprenditori hanno paura di inserire nuovi lavoratori nelle aziende (solo perché la nuova norma obbliga, dopo ben 12 mesi di tempo determinato, l’azienda a spiegare perché mantenga ancora il lavoratore come precario invece che assumerlo con contratto stabile). Piuttosto che umiliare la base del Movimento 5 Stelle, che non lo merita affatto, Luigi Di Maio dovrebbe una volta tanto avere le palle di chiedere al PD di sconfessare il Jobs Act, pretendendo la reintroduzione di giuste tutele per i lavoratori illegittimamente licenziati: altro che chinare il capo dinanzi a quelli che hanno sostenuto i crimini (politici) maieuticamente partoriti dalla mente della Fornero e del Governo Monti!

Dopotutto, è nei dettagli che si nasconde il diavolo: lo abbiamo visto tutti come LEU si è lanciato anima e corpo in questa poltiglia. Di Maio ci deve spiegare come sia accettabile che una organizzazione politica che si proponeva come l’alternativa a sinistra del PD, vivaddio presa a calci nei denti in tutti i modi possibili e immaginabili dagli elettori, giustamente relegata sulla soglia dell’extra parlamentarietà, adesso si trovi a poter esprimere dei ministri della Repubblica. Lo deve spiegare al Movimento e al paese: è tenuto a farlo e a convincerli!

Nel suo intervento in Senato, Paola Taverna ha ricordato di come sua nonna le dicesse che in agosto i politici fanno le migliori porcate. Aveva ragione la nonna della Taverna: pensate, facciamo un pochino di storia, che il 13 agosto del 2011 il Governo Berlusconi emanò un decreto divenuto famosissimo tra quelli che si occupano dei diritti dei lavoratori, il decreto numero 138, che porta il nome dell’allora Ministro Sacconi. Quel decreto prescrive che, in determinate condizioni, si possano sottoscrivere in azienda accordi sindacali con la capacità di derogare in peius le previsioni di legge. In poche parole costituisce la base legale per tragedie come quelle destinate ai lavoratori di quelle aziende in crisi, dove con quella previsione si garantisce al padrone la possibilità di dire “firmate o vi licenzio”, riferito ad accordi che riducano persino le poche e residue tutele garantite dalla legge. In AlmavivA lo sanno molto bene.

Quel decreto resterà di sicuro impresso nella nostra memoria presente e futura e, invece, senti questa Paolè: l’agosto del 2019 ce lo ricorderemo tutti e per sempre per il governo che Luigi sta mettendo su con Matteo Renzi, dopo peraltro aver per anni gridato all’inciucio della casta disposta a tutto pur di non rinunciare al potere. Ancora, il problema non sono i nomi, non ora perlomeno. Il nodo è a monte: non rileva chi sarà a Palazzo Chigi, al Viminale o alla Farnesina; a noi interessa capire quale sarà la politica che questo governo intende perseguire con il PD. Tutto il resto è solo fumo.

Una posizione per nulla invidiabile oggi la ricopre chi nel Movimento la vede in maniera diversa da Di Maio e Toninelli e, per carità, qui non si vuole biasimare nessuno per la timidezza o il silenzio perché difficilmente è immaginabile quale possa essere il dramma, anche personale e umano, che anima in questo momento la vita di chi nel progetto ha creduto davvero e fin dal primo momento e che, magari, per un presunto senso di responsabilità e di appartenenza, evita di esporsi al fine di escludere fratture e strappi forse non più ricucibili. E però una domanda ve la dovete porre, necessariamente, perché poi il rischio che correte e quello di essere in futuro chiamati a raccogliere i cocci di un progetto politico che non esisterà più o, peggio, di ritrovarvi in un posto che non vi rappresenta e nel quale non avrete più spazio e dignità. La vera responsabilità poi, ce l’avete nei confronti della vostra base, essa stessa responsabile ad ogni modo per la sua scarsa reattività: una base attonita, incredula e confusa che mai come in questo momento appare isolata e spaesata. Che qualcuno la prenda per mano e reagisca, prima che sia troppo tardi.