Il Movimento 5 Stelle sta palesemente subendo l’iniziativa della Lega: nel governo gialloverde, finora Di Maio ha fatto la parte della femmina e Salvini quella del maschio. E non solo per l’abile e ossessivo presenzialismo da social network del leader leghista: anche nella sostanza. E’ bastato infatti che il neo-ministro dell’Interno facesse la voce grossa su una singola imbarcazione di una delle Ong a cui l’Europa – Italia compresa – ha lasciato di fatto privatizzare il trasporto dei migranti sul mare, l’Aquarius, per dare una strigliata all’intera Europa, provocando un sacrosanto scontro con l’arrogantissima Francia di Macron. Da lì in poi la linea politica di Palazzo Chigi l’ha dettata lui, il vicepremier del Carroccio, e non il Presidente del Consiglio grillino Giuseppe Conte, apprezzabilissimo nella sobria durezza delle poche, troppo uscite pubbliche, comunque insufficienti a compensare lo squilibrio nella maggioranza.

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I tentativi di recuperare terreno, agli occhi dell’opinione pubblica, sono parsi francamente al di sotto delle aspettative: un tavolo per dare garanzie ai fattorini, categoria fra le più immondamente sfruttate del precariato, simbolicamente buono ma poco incisivo e invasivo, sotto il profilo dell’agenda generale; un maldestro annuncio di censimento dei raccomandati in Rai, che invece avrebbe bisogno di una riorganizzazione radicale, lanciafiamme in mano; e da ultimo l’acceleratore pigiato sul reddito di cittadinanza, ora rimodulato come uno scambio fra lavoro di pubblica utilità e formazione per ricevere poi offerte occupazionali che, se l’idea originaria non è cambiata, sarà nel numero massimo di tre. Ma mentre sul tema politicamente decisivo della gestione dei migranti la percezione dei risultati (ma, attenzione, non i risultati reali) è immediata, sulla “rivoluzione” promessa da Di Maio nel lavoro toccherà aspettare, e quindi al momento il carnet pentastellato è da considerarsi a zero (per tacere della tiritera del ministro delle infrastrutture Toninelli sulle verifiche costi/benefici delle “grandi opere”, alcune delle quali è già ampiamente e autorevolmente documentato che sono a cestinare o ridimensionare di brutto).

Per ora, l’elettorato è in luna di miele con il governo. Di qui l’impatto irrilevante dell’inchiesta sull’asse Roma-Milano partita dai maneggi sul nuovo stadio della Capitale. Il Movimento 5 Stelle, sinora forza di contro-potere e dunque totalmente inesperto come forza di potere, catapultato nella stanza dei bottoni senza una classe dirigente adeguatamente preparata, paga questa prima fase di sballottamento. Ma sarebbe il caso che si desse una svegliata, che probabilmente gli darà l’ancora indispensabile Beppe Grillo nell’imminente riunione indetta col gotha del Movimento. Non limitandosi, ci auguriamo, a rimettersi in moto e finita lì. Ma elaborando un minimo di strategia a medio termine. Che potrebbe essere questa: occupando Salvini lo spazio a destra dell’arco politico (è già di pubblico dominio l’esodo dei disperati forzisti verso il pianeta leghista, quanto a Fratelli d’Italia non si capisce bene che senso intendano dare alla propria esistenza), Di Maio dovrebbe, anzi è costretto, a coprire l’emisfero a sinistra. Detto che la cosiddetta sinistra è letteralmente scomparsa dalla scena, sia nel suo versante più radicale (si fa per dire: LeU e macerie varie) sia nella sua forma centrista di cadaverico PD, e detto che tutti sanno e tutti sappiamo che dal contratto odierno si va un domani nella direzione dell’Ok Corral finale fra i due semi-alleati di oggi, ai grillini conviene prendere con decisione la barra di una politica a favore dei poveri e degli impoveriti, dei disagiati di ogni età e fascia, del Mezzogiorno (loro bacino di voti principale) e dei giovani. Senza cercare di far concorrenza agli amici-nemici leghisti sui temi dove vanno forte, e su cui in ogni caso l’elettore medio preferisce sempre l’originale.

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Non solo. Ma può essere anche vantaggioso fare la parte del coinquilino più avveduto e assennato, rispetto al sovranismo spinto e alla smania protagonistica del dirimpettaio salviniano. Perché se Berlusconi fosse vampirizzato dalle truppe verdi e dall’altro lato il PD non ritrovasse, come sembra, un’identità post-Renzi, qualche fetta di italiani moderati che storcono il naso di fronte all’onnipresente Salvini potrebbe rifugiarsi persino fra i 5 Stelle, in qualità di unico contrappeso consistente su piazza. Insomma, il Movimento avrebbe tutto da guadagnare se finalmente oltrepassasse con risolutezza il livello di gioco “onestà” (vitalizi, pensioni d’oro) e diventasse ciò che in fin dei conti è, sia pur in latenza: un populismo della classe disagiata, differenziandosi da quello della classe più agiata, ancorché impaurita e bistrattata, del Centro-Nord delle partite Iva che vota Lega sognando la flat tax e contro l’immigrazione, vista come minaccia al proprio difficile benessere. Sullo sfondo resta la questione dell’euro e del posto dell’Italia nell’Europa e nel mondo. Vasto programma. Meglio procedere un passo alla volta. Ma con testa. E tirando fuori i coglioni.