Non che la vicenda dell’elezione di Luigi Di Maio desti particolare interesse. In uno scenario politico desolato, vuoto, vacuo e banale come quello italiano ormai è difficile rinvenire episodi o cesure di particolare rilievo. Eppure questa storia consente di fare una qualche riflessione complessiva sul Movimento che Di Maio è chiamato adesso a guidare. Bisogna tuttavia essere chiari: non c’è qui la volontà di esprimere un giudizio sulla forza politica, ma solo quella di presentare evidenze e interrogativi non dissimulabili, giusto per parlare di qualcosa, senza neppure particolare coinvolgimento: proprio come una vacca guarda un treno che passa. Ebbene, con triste rassegnazione, bisogna necessariamente partire da un assunto: queste primarie per la scelta del leader del Movimento sono state un fallimento totale.

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Lo si fa con triste rassegnazione, dal momento che il lettore potrebbe con facilità immaginare quanto si desidererebbe affermare l’esatto contrario: in un contesto di tale avvizzimento nella politica, quanto meravigliosa avrebbe potuto essere una smentita di rinascita partecipativa! E tuttavia non si può sostenere cosa diversa. Partiamo dai numeri.

Hanno partecipato al voto poco più di 35 mila sostenitori. È necessario commentare il dato? Appare quasi pleonastico: persino il Partito Democratico, nelle sue primarie, riesce a mobilitare masse enormemente più ingenti. E nel caso del PD il voto non avviene da casa, con un semplice click: è necessario muovere il proprio deretano in strada e recarsi presso un seggio e, come se non bastasse, si deve anche versare una quota per poter partecipare. Il Movimento 5 Stelle è votato al principio di democrazia partecipativa, mediante il ricorso al web e ai canali comunicativi di ultima generazione: questo risultato appare compatibile con un proposito di questo tipo? Se si, ancorandosi a quale disperata argomentazione?

Di Maio dimostra una profonda ingenuità nel sostenere che il numero di partecipanti alle primarie sia irrilevante, dal momento che esso è indicativo della propria legittimazione politica

Basterebbe questo, sarebbe ampiamente sufficiente fermarsi alla lapidaria affermazione dei numeri, ma proviamo a dire di più. Ci sono almeno altri due aspetti che lasciano fortemente a desiderare, se si guardasse ai grillini come a quelli che più di tutti dovrebbero caratterizzarsi per tasso di democraticità interno. Prima di tutto la prevedibilità. Che Luigi Di Maio sarebbe diventato il candidato premier del Movimento lo si sostiene praticamente da sempre. Tale convincimento è quasi genetico e sicuramente precedente a tanti avvenimenti che hanno caratterizzato la vita del movimento in questi ultimi anni. Ora ci si chiede se tale prevedibilità sia davvero compatibile con una spiccata vocazione democratica. Insomma, perché andare a votare per qualcosa di tanto ineludibile?

Sarebbe coerente solo in un caso, ossia quello in cui il candidato sia tanto autorevole da rendere la consultazione solo una forma, un’inevitabile benedizione popolare. È questo il caso? Vediamo un attimo chi è Luigi Di Maio e per cosa si sia distinto. Basta consultare il web, strumento solito a chi si definisca grillino: Di Maio è noto per non aver completato gli studi all’Università e per non aver svolto alcuna attività professionale di particolare rilievo; è famoso per la scarsa padronanza del congiuntivo; è noto per aver sostenuto che il regime di Pinochet fosse venezuelano; e passato alle cronache per aver citato il vitalizio del parlamentare Boneschi, non sapendo che questi fosse ormai defunto.

L’espressione di Di Battista sullo sfondo vale più di qualsiasi commento all’intervento del candidato premier del Movimento 5 Stelle

E allora qualcosa non torna, anche perché il Movimento non si dimostrerebbe migliore dei partiti nella selezione della classe dirigente. Dopotutto la stessa cosa è successa con la scelta della Raggi a candidato sindaco della Capitale: a prescindere da come stia governando oggi, possiamo affermare con una certa serenità che la Virginia non fosse un candidato di particolare autorevolezza o di travolgente carisma politico, senza voler entrare nel merito della pratica legale presso lo studio Previti. C’è ancora la seconda considerazione: i candidati alternativi a Di Maio erano poco competitivi, praticamente anonimi.

La vittoria di Di Maio, nonostante la sua epidermica antipatia, era semplicemente scontata. Anche in questo il Movimento si è fatto superare persino dal PD, dove almeno a scontrarsi durante le primarie sono generalmente esponenti alternativi tra loro e comunque di peso politico definito. L’assenza di Di Battista (sicuramente più carismatico e simpatico alla base) è stata imbarazzante e la sua reticenza nel presentarne le ragioni altrettanto. Sabato scorso ha provato in diretta streaming a fornire una spiegazione, ma il suo ragionamento è stato tanto debole e patetico da non meritare nemmeno di essere citato in parte. E quindi sorge prepotente lo stesso interrogativo: una competizione elettorale con canditati del genere è compatibile con una vocazione partecipativa diretta? No, non lo è.

Di Battista spiega, o meglio non spiega, perché non si sia presentato contro Di Maio come candidato premier

Nel contesto politico italiano, il fatto che un partito (o un movimento) non sia democratico al proprio interno non desta particolari scalpori e quindi sarebbe ingeneroso marchiare a fuoco il Movimento per come sono andate le cose, ma specularmente quest’ultimo non è più autorizzato ad avvolgersi nell’aura di una democrazia altra, nuova e veramente partecipata. Tutto qui. E però non ci possiamo fermare, dal momento che certe cose non succedono mai per caso. Premesso che Di Maio non sia il miglior candidato cui si potesse ambire, bisogna ora chiedersi perché il suo nome sia stato imposto.

E allora vengono in mente altre due ipotesi. La prima è quella che verrebbe in mente a qualsiasi grillino doc che abbia l’onestà di rivolgere al proprio movimento lo strumento di analisi che applica a suo non io. Questo lo porterebbe alla ricerca del complotto del giorno, dell’ordine mondiale del momento, della scia chimica contingente, e Casaleggio non potrebbe salvarsi dagli infiniti sospetti che l’attivista gli rivolgerebbe. Tale metodologia tuttavia è spesso criticata al movimento e pertanto si dovrebbe provare a rinvenire una diversa spiegazione. Passiamo alla seconda ipotesi. La vittoria della Raggi a Roma è stata la più grande catastrofe politica che potesse toccare a Grillo: governare una città così malridotta è un’opera titanica, mentre è miele per chiunque voglia restare all’opposizione e abbia voglia di gridare allo scandalo. Pensiamo all’Italia e chiediamoci se il paese nel suo complesso possa rispecchiarsi nella triste parabola capitolina. Tale valutazione deve compiersi soprattutto alla luce delle infinite promesse e dei feroci affondi che Grillo ha inferto in questi anni. Non è un dato da poco e le recenti aperture europeistiche di Di Maio conforterebbero tale scenario: teme di vincere e non vuole apparire incoerente. Si noti poi che Cernobbio non sia tra le località maggiormente note a chi si animi del pensiero politico più rivoluzionario.

Di Maio a Cernobbio non pare incarnare l’idea di svolta che il Movimento vorrebbe provocare

La cosiddetta opposizione irresponsabile ha costituito un cartello di rendita per alcuni partiti nella storia d’Italia. Il Movimento Sociale Italiano e il Partito Comunista Italiano hanno campato per anni ricorrendo a essa: è facile promettere e altrettanto criticare con forza i governi se non si viene successivamente chiamati a concretizzare un’alternativa, essendo fuori dal gioco dell’alternanza politica al potere. Ecco che promettere di uscire dall’euro, di affondare i barconi, di istituire il reddito di cittadinanza, crea enorme consenso, ma il gioco funziona fintanto che non si si chiamati a passare dai propositi ai fatti.

Per carità, non si fraintenda: non si vuole in questa sede riqualificare il Pentapartito da un lato e gli esecutivi attuali dall’altro; tantomeno si intende demonizzare una vittoria del Movimento 5 Stelle alle prossime politiche (che invece è forse il caso di auspicarsi). Molto semplicemente resta un forte sospetto relativamente al fatto che i pentastellati siano, quantomeno limitatamente agli ingranaggi di democrazia interna, così tanto diversi dagli altri. Viene spontaneo pensare che essere chiamati al governo del paese possa destare dei timori e che passare il Rubicone della responsabilità possa incutere delle paure: forse si ritiene più saggio accamparsi per un’altra legislatura sulle rive del fiume, tanto il sistema politico difficilmente potrà rinnovarsi per moto endogeno, e la scelta di Di Maio è perfetta per permettere a qualcun altro di precedere il passo.