Bisogna partire da una constatazione banale, ma a quanto pare non ovvia: il contratto di governo stipulato fra Movimento 5 Stelle e Lega è un compromesso. Non poteva essere diversamente, dato che le due forze sono diverse per origini, per alcuni valori di fondo (ma non tutti: la riappropriazione della sovranità, sinonimo di autodeterminazione, è un comun denominatore importante) e per programmi elettorali. Far convivere idee differenti – ci avevano spiegato a scuola – è l’anima della politica in una democrazia di tipo parlamentare, in cui, secondo Costituzione, i cittadini eleggono un parlamento da cui poi deve uscire un Presidente del Consiglio, che propone al Capo dello Stato i ministri affinché li nomini così da arrivare al voto di fiducia delle due Camere (possibilmente, senza inventarsi un ruolo di parte, di giocatore in campo per Mattarella, il quale dovrebbe ricordarsi che la sua tanto amata Carta prevede all’articolo 1 che è il popolo ad essere sovrano, non le istituzioni di Bruxelles o gli speculatori nascosti dietro l’anonimato dei mercati). Finché restiamo nel quadro di queste regole, a queste regole vanno ricondotte le possibilità d’azione per i partiti che intendono governare.

1526149000407.jpg--vertice_salvini_di_maio_al_pirellone__flat_tax_e_fornero_nella_bozza_di_programma

Fatta la premessa da bignamino di diritto costituzionale, veniamo ai contenuti dell’intesa. Sempre sulla scia dell’ovvietà, ci sono luci e ombre. Ma, a parere di chi scrive, più luci che ombre. Non tanto se le promesse vengono analizzate una per una, quanto se visualizzate nel contesto geopolitico internazionale, che vede la trimurti Ue-Bce-Fmi (le “teste di legno” o, paravento che dir si voglia, del complesso crogiolo di centri di potere che stanno a Washington, a Berlino, nelle grandi banche, nelle piazze borsistiche) a ricattare, via spread e a mezzo listini, tramite controllo della moneta unica europea e con il finanziamento del debito pubblico, i governi nazionali, di fatto eletti ma in realtà nient’affatto liberi. Il segnale di fondo del contratto gialloverde è una parziale, idealmente insufficiente, a volte contraddittoria, ma chiara e benvenuta inversione di tendenza rispetto a quanto hanno fatto e soprattutto disfatto tutti i predecessori fin qui a Palazzo Chigi, Lega compresa quando è stata coinquilina del Palazzo assieme all’infame di Arcore.

Ci sembra di sentirli, i sovranisti purosangue, gli estremisti infantili, i più puri che sempre epurano, liquidare l’accordo come un accordicchio al ribasso, una sóla per gonzi, una ricetta placebo per invidiosi sociali. Sono il contraltare speculare ai critici di regime che parlano di libro dei sogni che ci porterà dritti al baratro, finendo come la Grecia (omettendo di dire, i ciarlatani, che la Grecia è ridotta così per aver creduto, facendosi complice e vittima, alla criminale utopia di una Europa del marco travestito da euro, e in ogni caso, cari Riotta, Cazzullo e pennaioli vari, l’Italia non è la Grecia). La verità è che Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno prodotto, né più né meno, pur a tentoni e scrivendo in modo dozzinale, un assemblaggio delle proposte per cui hanno ricevuto il consenso rispettivamente del 33 e del 17% degli italiani che hanno partecipato al rito dell’urna. Cosa avrebbero dovuto fare, rimangiarsi tutto?

salvini-maio-1030x615

Luci e ombre, si diceva. Sicuramente, partendo dalle seconde, c’è il mantenimento del Job’s Act, la riverenza agli Usa come alleato di riferimento nel Patto Atlantico, un troppo generico rimando alla revisione delle missioni militari all’estero, la fattibilità della flat tax, una cultura trattata ancora una volta come business da sfruttare, l’ennesimo condono fiscale, una vaghissima riscrittura dell’articolo 81 sul pareggio di bilancio, l’ambiguità sul Tav. Ma le luci sovrabbondano: basta sanzioni alla Russia che finalmente ridiventa un interlocutore, il reddito di cittadinanza, l’introduzione del vincolo di mandato (con buona pace dei soloni costituzionalisti), il referendum propositivo e senza quorum, revisione del Trattato di Dublino e stretta sull’immigrazionismo, il concetto di economia circolare (cioè del riciclo ecologico), costruzione di nuove carceri, taglio della prescrizione, l’intervento sul conflitto d’interessi, fine della bufala nota come alternanza scuola-lavoro.

Non sarà il vangelo della rivoluzione, ma indica una rotta obiettivamente interessante, sfatando tabù che inchiodano la politica italiana da decenni. Il problema autentico sta nel presupposto senza il quale tutto ciò rimarrà sulla carta: l’inevitabile scontro col vincolo esterno dei trattati europei e della speculazione. Qui si parrà la nobilitate di leghisti e grillini. Ma intanto per una volta fatecelo dire: se non sono i barbari che vorremmo, almeno ci si avvicinano. E tuttavia, Roma magari l’avranno espugnata, ma con l’Ue, Francoforte e l’oltreoceano, come la mettiamo?