Il Decreto Sblocca Italia di Matteo Renzi (cap. IX) prevede numerosi progetti di trivellazione per l’estrazione di petrolio e gas in gran parte del territorio italiano. Il M5S lo ha anche battezzato Decreto “Sfascia Italia”. Quali i motivi più importanti per cui Greenpeace si oppone?

Per Greenpeace questo decreto ratifica e mette in pratica un indirizzo energetico in larga misura sbagliato e antistorico, quello previsto negli ultimi giorni di vita dal governo Monti con la Strategia Energetica Nazionale, anche conosciuta come SEN. In sostanza: sfruttamento intensivo, fino all’ultima goccia potremmo dire, delle scarse riserve di idrocarburi presenti in Italia; un sostegno alla crescita delle fonti rinnovabili che appare più come una petizione di principio, persino vaga oltre che modesta, senza che vi siano strumenti concreti, anche finanziari, a supportare la transizione energetica; lo stesso dicasi per l’efficienza energetica che a parole tutti vogliono ma che rimane la cenerentola delle politiche energetiche. C’è poi un capitolo sul quale si registra un silenzio sinistro, quello delle centrali a carbone: in Italia ce ne sono 13 e rappresentano oggi la componente più inquinante, nociva per il clima e dannosa per la salute umana del nostro sistema energetico. Su queste infrastrutture la SEN dice poco e nulla. Se assunto davvero nel suo portato strategico, che certo è poca cosa, l’indirizzo industriale contenuto nella SEN è in contrasto con quanto dobbiamo fare fin da subito per salvare il clima; ed è in controtendenza con l’esempio che ci viene da altre economie e da altri sistemi energetici, ben più solidi del nostro, che puntano sull’innovazione e sulla decarbonizzazione. Ecco, il decreto Sblocca Italia di Renzi appronta un nuovo quadro normativo, operando una deregulation in conflitto persino con la normativa europea, che dà via libera ai petrolieri per mettere in pratica quanto previsto dalla SEN. Sarà più facile ottenere concessioni di estrazione e più remunerativo investire in nuove infrastrutture fossili. E tutto ciò senza che sia stata formulata una valutazione seria su quali siano gli asset di sviluppo su cui l’Italia deve puntare; puntare su un preciso modello di sviluppo, che per noi è del secolo scorso, non può non comportare impatti, anche severi, su altri comparti della nostra economia.

Quanto è grande l’entità dei danni ambientali e sanitari provocata dalle trivellazioni? Ci può fare qualche esempio importante?

Quando pensiamo alle estrazioni di petrolio – e Greenpeace concentra la sua attenzione soprattutto su quelle offshore – non possiamo e non dobbiamo escludere il rischio massimo: quello di un disastro. Esplosioni, tubature e condotti che cedono, pozzi che perdono, strutture che collassano. Per fare un esempio concreto pensiamo all’incidente della Deepwater Horizon, che tutti ricordano, occorso nell’aprile del 2010. Morirono 11 persone e furono sversati in mare almeno 5 milioni di barili di petrolio, l’equivalente di circa 870 milioni di litri. Le conseguenze ambientali di quell’incidente furono enormi, talmente vaste e complesse, che ancor oggi è difficile stimarne la reale entità. Ma non esistono solo quelle; ovvero, non c’è solo una questione legata alla conservazione di un ecosistema. Esistono impatti sulla salute umana, sulle attività economiche.
E se qualcosa del genere avvenisse nel Mediterraneo? Dal 2005 le Valutazioni d’Impatto Ambientale che autorizzano attività di prospezione, ricerca o coltivazione di idrocarburi nei nostri mari non considerano il rischio massimo connesso a queste attività. Dobbiamo ricordare che il Mediterraneo è un ecosistema particolarmente complesso e fragile. Comprende meno dell’1 per cento dei mari del Pianeta, ma ospita circa il 9 per cento degli organismi marini noti. Tra i motivi di questa “ricchezza” vi è il suo relativo isolamento: il Mediterraneo impiega tra i 70 e i 100 anni per “ricambiare” completamente le sue acque con l’Atlantico. Già oggi le aree marine richieste o già interessate dalle attività di ricerca di petrolio si estendono per circa 30 mila chilometri quadri, cinquemila in più rispetto allo scorso anno. Sul bacino del Mediterraneo si concentra più del 25 per cento di tutto il traffico petrolifero marittimo mondiale, già responsabile di un inquinamento da idrocarburi che non ha paragoni al mondo. L’assurdità di questa scelta è nell’esiguità delle risorse stimate sotto il mare, che secondo il Ministero dello Sviluppo Economico non arrivano a 10 milioni di tonnellate, circa 2 mesi di consumo interno di petrolio. Per una quantità marginale di petrolio si corrono rischi ambientali rilevanti.

Il Decreto in questione priva le stesse Regioni di tutte quelle competenze (esclusive) in materia di fonti energetiche. Proprio per questo motivo alcuni deputati regionali avrebbero chiesto al loro presidente della Regione, di impugnare il decreto perché non rispettoso dell’art. 117 della Cost. Cosa ne pensa?

In generale, il sistema burocratico-amministrativo italiano è certamente farraginoso e ipertrofico. Il dramma, tuttavia, è che quando il decisore prevede di semplificarlo, normalmente lo fa rispondendo agli interessi delle lobby più forti, mentre sulle rinnovabili la burocrazia è stata usata ed è usata per rallentare, bloccare far fuggire gli investitori. Infatti, oggi in Italia, nonostante siano stati presentati numerosi progetti, non vi è ancora nessun parco eolico offshore, una tecnologia sulla quale stanno puntando molte altre economie. Quei progetti rimangono ostaggio dei numerosi poteri di veto che i diversi attori che concorrono all’iter autorizzativo possono esprimere e, in questo caso, immancabilmente esprimono. È ovvio che un sistema di valutazione e autorizzazione più lungo e complesso garantisce – o dovrebbe garantire – una maggiore accuratezza nell’analisi dei singoli progetti. Ma è paradossale che in Italia vi siano complessivamente 69 pozzi offshore di estrazione di idrocarburi attivi e neppure una pala eolica a mare. Quasi 30mila chilometri quadrati di superficie marina sono interessati da attività di estrazione o di ricerca, o richieste di ricerca. Altri 76mila sono stati richiesti dalle compagnie petrolifere per attività di prospezione. Il decreto Sblocca Italia imprimerà una forte accelerazione a questa massa di procedimenti, semplificando oltremodo la vita ai petrolieri e confinando a un ruolo marginale o irrilevante i governi locali. Crediamo che le regioni italiane debbano fare ricorso contro lo Sblocca Italia, se vogliono proteggere i loro mari, il loro turismo, la pesca, la bellezza e il patrimonio naturalistico su cui possono costruire un’economia migliore. Crediamo debbano farlo anche per proteggere le popolazioni locali dagli impatti sociali e sanitari delle fonti fossili, che non sono mai trascurabili.

Fin ora quante forze politiche italiane hanno sostenuto le lotte portate avanti da Greenpeace contro le trivelle nei nostri mari?

Sin qui le uniche forze che hanno espresso contrarietà e votato contro lo Sblocca Italia sono quelle di opposizione. Nella maggioranza di governo si sono registrati sparuti casi di contrarietà al decreto, per lo più dissoltisi di fronte al vincolo di fiducia posta dal Governo.

Sul sito Greenpeace sta scritto che “L’estrazione dell’oro nero portera’ profitti solo alle compagnie petrolifere mentre rappresenta un rischio inaccettabile per l’ambiente, l’economia e il benessere delle comunità costiere”. Ultimamente la polemica ha riguardato anche l’innalzamento delle Royalties: quanto possono guadagnarci le Regioni dall’estrazione del petrolio nei rispettivi territori?

È in tal senso paradigmatico quanto va dicendo in questi giorni il governatore della Sicilia Rosario Crocetta. Ha dichiarato che “dalle attività estrattive (di idrocarburi, ndr) a regime la Regione incasserà tra 350 e 500 milioni di euro fra royalties e tasse versate direttamente nelle nostre casse dalle imprese, grazie al protocollo firmato a giugno con Assomineraria”. In realtà nel 2012 – l’anno in cui le royalties sugli idrocarburi in Sicilia hanno fruttato di più – la Regione Siciliana ha incassato poco più di 10 milioni di euro, mentre i comuni poco più di 19 milioni. In altre parole, le produzioni di gas e petrolio in Sicilia valgono oggi, per i cittadini, neppure 6 euro pro capite all’anno. Per arrivare al gettito previsto da Crocetta le estrazioni andrebbero potenziate, nei prossimi anni, tra le 10 e le 17 volte. Cosa irrealistica (e comunque certo non sostenibile).

In definitiva l’Italia, dopo il sostegno al Tiip (il trattato di libero scambio tra Ue-Usa) e alle trivellazioni, sembra un Paese sempre più in mano alle multinazionali. Sono i Governi a controllare le multinazionali o viceversa?

Come già in passato col Multilateral Agreement on Investments, poi non approvato, si tratta di un tentativo di bypassare le norme nazionali e di abbassare tutele sociali e ambientali per favorire gli interessi di pochi grandi gruppi. E’ un tentativo in corso cui come Greenpeace ci opponiamo (Leggi qui). Purtroppo ne vediamo già gli effetti nella nuova direttiva sulla qualità dei carburanti che sembra fatta apposta a consentire l’importazione degli oli derivati da scisti bituminosi provenienti dal Canada.

Investire sulle energie rinnovabili in Italia: si può?

Dopo una espansione delle fonti rinnovabili che ha portato l’Italia in cima alle classifiche sulle rinnovabili, c’è stata una frenata notevole a partire dal Governo Monti, continuata con Letta e ora con Renzi. E’ anche frutto, in un contesto di domanda piatta di elettricità, della reazione di un oligopolio che aveva investito soprattutto sul gas naturale e che ha visto il mercato invaso dalle tecnologie rinnovabili – solare ed eolico. Oggi, nonostante il blocco degli incentivi al solare, allo “spalma-incentivi “che ha messo in difficoltà i piccoli produttori e alle difficoltà burocratiche, il solare ha visto crescere gli impianti di 700 MW nell’ultimo anno. E’ una rivoluzione tecnologica che non si fermerà e le recenti decisioni di chiudere impianti termoelettrici da parte di Enel e altri produttori è un segnale che qualcosa sta cambiando in profondità. Del resto questa “rivoluzione silenziosa” delle rinnovabili è in corso da qualche anno con una continua discesa dei costi ed è un fenomeno visibile a livello globale: questa è una delle (poche) speranze per fermare i cambiamenti climatici.

Intervista a cura di Roberta Barone