A riflettere sul trascorso politico, letterario, intellettuale e culturale d’Italia, si potrebbe chiosare che ogni suo singolo passaggio sia sintetizzabile in un unico termine. Tradizione. La tradizione è il fondamento genealogico e storiografico per antonomasia, qualsiasi Stato venga preso in considerazione. Maggiormente qualora disaminassimo quello italiano. Il passato del Tricolore è contornato dalla magnificenza di pagine di lignaggio accademico e didattico qualitativamente non equiparabili a nessun’altra memoria storica. Un avvenuto di tara istruttiva che si condensa nella certezza del non essere replicabile. Il non riproponibile decorso della Nazione che ha donato i natali alle menti più illustre ed eminenti che abbiano mai solcato il suolo terrestre. Da Alighieri a Petrarca. Dai de’ Medici a Leonardo. Da Filangieri a Genovesi. Da Vico a Beccaria. Da Manzoni ad Alfieri. Da Pascoli a D’Annunzio. Da Pirandello ad Ungaretti. Passando per i loro cultori contemporanei, i quali ricordano che non si necessiti dell’ermeneuta di turno per elargire un primato culturale che in illo tempore abbiamo esportato nel periplo terrestre.

Più mediocremente invece, l’Italia è oggi un palcoscenico dal glorioso e magniloquente retaggio, reso fatiscente dal ciarpame governativo, istituzionale e giornalistico che da decenni tiene saldamente in pugno le redini gestionali della baracca. Senza uno straccio di referenze e di peculiarità curricolare, ma poggiante su un basamento di dilagante asservimento, di grottesca ipocrisia e di spropositata auto-celebrazione. La vacuità dell’agire politico tramortisce le speranze di rigettare l’operato di una classe dirigente sconclusionata ed impertinente. Permea nel mondano – tra l’inciucio palazzinaro e la cortigianeria diplomatica all’oltreoceano – e rinvigorisce la convinzione che la svendita del Bel Paese, a parere dei “rocciosi” intelletti legiferanti e governanti, sia la mossa migliore per rinsaldare le sorti di un Popolo ridotto al lumicino. Lo Sblocca Italia di Matteo Renzi è la massima espressione di quanto sin qui riportato. Non risolvere legiferando, affinché l’italica quotidianità delle fasce ingenti riveda la fine dell’incessante vortice negativo. Semmai, infischiarsene garantendo gli altrui interessi, che magari cozzino pure con l’incolumità dei propri confini.

Nella fattispecie, l’improbabile manovra riformistica di Renzi vira ad avallare la fame di utili petroliferi degli USA, consolidando inopportunamente la certezza di un insensato connubio. Quello italo-statunitense, certo, ma sulla base di un asservimento indegno dell’esecutivo romano alla Casa Bianca. Non è bastato che per decenni la miriade di Presidenti insediatasi a Washington incidesse sulla politica estera ed economico-finanziaria nostrana, in circostanze ove l’interesse nazionale già iniziava a scalcinarsi per ripiegare su una radicale destrutturazione identitaria, cosicché l’internazionalizzazione yankee non incrociasse limitazioni. Odiernamente, le smanie commerciali degli States pretendono addirittura che si squarci l’anima del Salento per trivellare e incamerare petrolio, di modo da tutelare un’egemonia incontrastata anche nelle aree del Mediterraneo. Inoltre, sono da enfatizzare le consuete agevolazioni fiscali ai colossi transoceanici del settore. Le royalties sproporzionatamente basse sono la dimostrazione empirica che le bieche personalità di Palazzo Chigi non si sognerebbero minimamente di incappare in uno sgarbo alle esigenze delle multinazionali, che inglobano introiti e versano un corrispettivo di tassazione pressoché irrisorio, malgrado si accaparrino riviere tra le migliori al Mondo.

Dove non giunge l’intervento statuale, insorge però repentino il malcontento del tessuto sociale, che localmente prosegue la sua battaglia all’indisturbata podestà degli americani ed esige rispetto per le rispettive territorialità. Le ostilità alla “Corsa all’oro nero” sono accese da tempo e il mancato beneplacito sull’ingerenza degli Stati Uniti contribuisce a fomentare il disagio di ospitare inquilini indesiderati. L’opposizione recente dei cittadini pugliesi e quella pregressa delle Regioni direttamente coinvolte segnano la cesura definitiva nello scenario rappresentativo italiota. Genuflettersi alle volontà del capitalismo finanziario agendo da sudditi, oltre ad essere ripugnante, è deleterio. Accogliere e soddisfare le istanze popolari per ripartite, è necessario. Siamo (finalmente) pronti?