A fine ottobre si terranno a Roma gli Stati generali di Libera, l’organizzazione che da vent’anni si pone, in Italia, come una delle principali associazioni di natura popolare miranti a contenere il fenomeno mafioso, in tutte le sue varie sfaccettature. A parere di chi scrive, i metodi messi in atto da Libera sono decisamente rivoluzionari rispetto al passato (basti pensare alle cooperative nate sui terreni confiscati); tuttavia, sempre a parere di chi scrive, le energie profuse nell’impegno sociale da Libera sono energie perse, sforzi inutili. E questo non perché si pensa che i fenomeni mafiosi abbiano carattere naturale ed eterno (anzi), ma perché Libera, come la maggior parte di coloro che si pongono di fronte al problema, non coglie la natura fondamentale del tema in questione, non ne coglie l’origine storica, e di conseguenza i tentativi da mettere in atto, l’azione da compiere non possono che risultare confusi, controproducenti e, molto spesso, vani.

Che cos’è la mafia? La mafia, in Italia, non è un insieme indefinito di uomini che tengono in scacco il Paese; le mafie, allo stesso tempo, non sono solamente associazioni a delinquere miranti al profitto. Le mafie sono, in realtà, parte integrante della classe dominate che opera nella società delle regioni meridionali d’Italia. Ed è proprio questa caratteristica che differenzia le più importanti associazioni mafiose da quelle di rango minore, che si pongono invece in maniera maggiore (ma non esclusivamente, e non è il caso di parlarne) come fenomeni delinquenziali di minore rilievo. Quando si parla di mafie, non si deve nascondere che le più importanti associazioni mafiose della penisola abbiano la propria origine storica nelle regioni meridionali: la camorra è associata, nell’immaginario pubblico, alla Campania; la Ndrangheta alla Calabria; la Sacra Corona Unita alla Puglia; la cosiddetta “Mafia” alla Sicilia. E, per quanto si possa notare che queste organizzazioni abbiano in realtà un raggio d’azione internazionale, si deve altrettanto mettere in luce che queste stesse organizzazioni hanno la propria causa ultima d’origine in un fenomeno storico ben definito: la presenza, in Italia, di un dualismo evidente, dato dall’esistenza di una regione socio-economicamente sviluppata a Nord, e di una regione sottosviluppata a Sud; e questo squilibrio è stato storicamente formato dall’agire del sistema capitalistico internazionale.

Le varie mafie, quindi, in regioni come la Campania, la Puglia, la Basilicata e la Calabria operano fondamentalmente con le stesse caratteristiche con cui opera, nelle regioni settentrionali, la borghesia, la classe dominante del sistema capitalistico. Qual è, però, la differenza fondamentale tra la borghesia settentrionale e quella meridionale? Che la borghesia settentrionale presenta la caratteristiche classiche dei modelli di sviluppo della classe borghese, e che, al contrario, la borghesia meridionale (di cui, come si è detto, fanno parte le varie organizzazioni mafiose di una certa rilevanza) si caratterizza come una lumpen-boghesia, una borghesia sottosviluppata alla stessa maniera del contesto socio-economico in cui ha storicamente operato. Quali sono le differenze fondamentali tra la borghesia settentrionale e quella meridionale del Paese? La borghesia settentrionale è stata, storicamente, una borghesia industrialista, capitalisticamente evoluta ed in grado di esercitare sulle altre classi sociali una certa egemonia (ad esempio, grazie alla sua capacità di offrire un posto di lavoro). La borghesia meridionale, invece, è strettamente legata al suo contesto sociale sottosviluppato d’origine: il sistema capitalistico non ha permesso il nascere di un settore industriale nelle regioni meridionali, e la borghesia di questa realtà sociale si è dovuta adeguare. Per questo, quindi, si parla di una lumpen-borghesia: perché è una classe sociale che, pur essendo dominante all’interno del suo contesto d’origine, non può ricorrere agli strumenti classici della sua classe sociale per ottenere il plusvalore di cui necessita.

E’ inutile porsi di fronte al fenomeno mafioso senza tenere a mente questo tipo di analisi; soltanto se si evidenzia chiaramente il rapporto tra classe sociale borghese e Stato, tra classe sociale borghese sviluppata e classe sociale borghese sottosviluppata si può tentare di mettere in campo delle alternative valide. Ma, soprattutto, si deve partire dal concetto che non esiste una soluzione definitiva del fenomeno mafioso che non possa essere condizionata dal rafforzarsi o dall’indebolirsi dello squilibrio fondamentale della realtà sociale italiana, cioè dello squilibrio tra Nord e Mezzogiorno. Fino a quando le regioni meridionali verseranno in condizioni socio-economiche di sottosviluppo, fino ad allora esisterà la mafia. E altrettanto è possibile dire che esisteranno le condizioni di sottosviluppo nelle regioni meridionali fino a quando esisterà il sistema capitalistico internazionale. E’ facile concludere il sillogismo: esisteranno le mafie fino a quando esisterà il sistema capitalistico.