La coerenza dovrebbe essere prerogativa per chiunque decida di sobbarcarsi l’onere di una battaglia sociopolitica. La capacità di tener fede agli impegni con un elettorato, con una comunità territoriale, con un’utenza cittadina – nazionale o locale che sia -, capace di introiettarsi nell’incarnazione della propria rappresentanza istituzionale e di insinuarsi in dinamiche che altrimenti sarebbero sconosciute. La flebile, marginale, impercettibile soglia della credibilità, plasmata a fatica ma elementarmente distruttibile. La cultura della fattività, rispetto a dei presupposti, deve essere cardine dell’operato di delega. Non v’è scorcio di derogabile. Non si denota parvenza di contraddizione. La buona condotta – sostanzialmente valida e governativamente morale – nella vita pubblica è un onere imprescindibile, specie se il conteso storico preveda situazioni d’incessante indigenza e di inquietante precarietà. Perché l’Italia, “Signori miei” – leggersi con marcato intercalare toscano -, ad oggi, è questa: un saturo guazzabuglio palazzinaro, imbevuto di manigoldi e di arrivisti, predisposto all’inclinazione del mentire per stabilizzarsi sugli scranni capitolini e del non agire per garantire l’incontrastato e velato operato dell’ordine precostituito del capitalismo finanziario. Manovre di defiscalizzazione del lavoro? Maggiore flessibilità amministrativa che agevoli l’occupazione? Programmazioni strutturali? Progettualità di lungo periodo? Più che proposte nel merito del risanamento di uno Stivale rattoppato, indecifrabili alchimie per i carrieristi nostrani.

Meno male che la risposta alle impronunziabili – per ragioni di quieto campare politicante – domande cui sopra dovesse giungere da un piacione sindaco fiorentino, al quale un intero Paese ha preferito prostrarsi durante la sua ascesa, piuttosto che considerare la scelleratezza della contingenza e preventivare un insuccesso da pochi (attenti) indicato sin dalle preliminari battute a Palazzo Chigi. Matteo Renzi non soltanto ha totalizzato niente e concluso nulla, ma ha disgraziatamente sprecato un’ottima opportunità di rivalutare la sua attività da Capo di Governo. Il semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione Europea è decorso inesorabile e nel suo tremebondo incalzare ha traghettato Renzi e le sue fandonie come un fiume in piena. L’altro ieri mattina, nel discorso di conclusione al Parlamento Europeo di Strasburgo, riecheggiavano squillanti corbellerie d’ogni sorta. Non è bastato che ad inizio luglio ci dilaniasse letteralmente le ginocchia – per usare un eufemismo – scomodando Omero e Leonardo, bensì martedì ha addirittura valicato le più malsane aspettative.

In un emiciclo la cui partecipazione non rispecchiava propriamente quella dei richiami d’eccezione – nonostante la stampa asservita e le televisioni al soldo invitino a credere tutt’altro, risaltando sparuti, intermittenti e irrilevanti plausi -, il Matteo nazionale ha incasellato una serie di scempiaggini difficilmente trascurabili. Eludendo la parentesi sulla pregressa gestione presidenziale del Tricolore nel 1975 – che, oltre a denotare di conoscere il trascorso, evidenzia un’assurda carenza di contenuti -, Renzi ha millantato l’auspicio che l’Europa della burocrazia si tramuti definitivamente in una bramata (ma non da lui) “Europa dei Popoli”. Scordandosi però che sulle impervie strettoie della tecnocrazia abbia imbastito alcune proposte del suo esecutivo – dal POS, vincolante per il piccolo commerciante e redditizio per le obese conglomerate bancarie, al cavillo percentuale per parare le terga a Berlusconi. Non un inciso sul perché si sia oggettivamente mosso poco in termini di risultati, non una spiegazione sulle motivazioni per le quali sia stato impraticabile apportare modifiche all’asse Bruxelles-Lussemburgo-Strasburgo che avessero un riscontro pragmatico e funzionale anche alle dinamiche italiane interne. Esclusivamente sterile eloquenza e sfoggio di un’oratoria che ormai non affascina alla stregua di un tempo lontano, ove i governanti ammaliavano le platee assiepate nelle piazze dei comizi.

Un tempo in cui era impronosticabile che un Presidente del Consiglio scongiurasse l’interesse nazionale e delegittimasse la Ragion di Stato, che posponesse i diritti sociali e la stabilità socioeconomica di lavoratori, nonché suoi connazionali, a vantaggio delle banche, della finanza, di TTIP, di Triton e dell’infido servilismo al blocco occidentale statunitense. Occorre aggiungere altro per epurare questo qui?”.