Cari Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia,

un tempo una lettera aperta sui Cinque Stelle si sarebbe dovuta indirizzare a Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Oggi, dopo l’ammissione di “stanchezza” del primo, la inviamo a voi. Era ora.

Nel gennaio di un anno fa, a quattro mesi dalle elezioni politiche che portarono il Movimento 5 Stelle al famoso “boom”, pur sostenendo la scelta di votarlo, così scrivevo: «manca alla brancaleonesca armata di Beppe una visione esatta e condivisa dell’alternativa. Vuoi per l’imbarazzante impreparazione, sotto tutti gli aspetti, della sua “base”, vuoi perché neppure il duo Grillo&Casaleggio ha davvero in mente dove vogliono andare a parare. O meglio, qualche idea in testa ce l’hanno, ma è drammaticamente inferiore all’altezza del compito, e proprio nel punto cruciale della struttura di dominio economico-finanziaria. In altre parole, la democrazia diretta non basta, come non basta proporre un referendum sulla moneta unica europea» (La Voce del Ribelle, 6 gennaio 2013). All’indomani delle deludenti europee, vi suggerivo di occupare lo spazio a destra, liberato dall’ingombrante presenza degli scalzacani del Pdl e non ancora invaso dalla Lega simil-lepenista di Matteo Salvini («l’obbiettivo non può che essere la distruzione di ogni rivale fra gli avversari di Renzi. Il che implica una decisa sterzata in senso identitario, anti-immigrazionista… e sovranista. Senza per questo sacrificare la carica libertaria, democratico-diretta e sociale propria del movimento», 28 maggio 2014).

Niente da fare: vi siete accartocciati nell’inconcludenza, ripiegandosi su voi stessi (le continue polemiche interne, i drammoni patetici sulle espulsioni, la preoccupazione, a questo punto diventata ossessione, per i rimborsi dei parlamentari), mostrandovi troppo lamentosi e vittimistici (la censura mediatica vi colpisce duro, ma che strazio il piagnisteo permanente) e non riuscendo ad imporre nell’agenda le vostre battaglie. Non avete saputo avere e dare una linea, perdendovi da ultimo, dopo queste regionali prevedibilmente fallimentari (nelle amministrative avete sempre sofferto), in grottesche diatribe su talk show sì/talk show no (pragmatismo, per dio: si va se e quando serve, senza omologarsi infilandosi in ogni buco televisivo ma senza neppure rinunciare ad uno strumento fra gli altri strumenti).

Cosa sta succedendo al movimento che poteva essere, se non rivoluzionario, almeno pre, o proto-rivoluzionario? Semplicemente, stanno venendo al pettine i nodi mai sciolti, i suoi difetti di fondo. Manca una visione strategica, di lungo termine – la cara e vecchia “ideologia”. Mancano criteri e meccanismi di formazione e selezione dei candidati e degli eletti. Manca un’organizzazione degna di questo nome a livello locale per superare l’anarchia che vi regna, contraltare litigioso e caotico alla dittatura (necessaria, ma rivelatasi inadeguata) dei diarchi Grillo e Casaleggio. Manca il senso dei tempi e dei modi, fondamentale in politica (che ce ne facciamo di un referendum sull’euro dopo che la bandiera del no all’euro è già stata abbondantemente monopolizzata dalla Lega? Dite no e basta, e passate oltre!). Manca, in breve, una spina dorsale teorica, strutturale e perfino tattica. Il carisma e il radicalismo di Beppe, a volte un po’ situazionista ma senza il quale finora non sareste neppure esistiti, non bastano più. E lui, finalmente, l’ha ammesso. Ci vorrebbe un partito, se non suonasse bestemmia il nome (storicamente superato e ampiamente sputtanato dalla partitocrazia cameriera della finanza).

Diciamo meglio: serve uno spregiudicato, ambizioso, agguerrito, culturalmente dotato esercito d’avanguardia. Le proposte le abbiamo già avanzate su questo giornale online, ed una di esse – il “direttorio” da voi composto – è stata accolta. Ora avanti con le altre, a partire dal coinvolgimento di esperti autorevoli, possibilmente giovani o comunque non collusi col Sistema, in tutti i campi (non c’è solo la comunicazione, come non c’è contenitore senza contenuto). Rassegnarsi all’infrollimento dei due fondatori e ingoiare demenziali post sul delitto Matteotti (col pur bravo divulgatore Petacco), avrebbe significato il suicidio politico. Ora è l’occasione per l’autocritica, che non avete mai fatto seriamente. Non sprecatela.