“Valoroso è il pino che non cambia colore col peso della neve”. La storia dell’imperatore Hirohito è facilmente reperibile: ovunque si cerchi, incunaboli sui suoi antefatti dinastici e storici sono di semplice rintracciabilità. Sarebbe intellettualmente edificante che le sue gesta governative e le sue asserzioni imbevute di profondità trovassero maggior spazio nell’offerta formativa del sistema scolastico italiano, dilaniata dalla cultura dell’insensibilità e del commercialmente spendibile. Sotto la coperta di un abominevole oblio conoscitivo, si sfregano le mani i tiranni dell’era contemporanea: quelli con la presunzione intellettiva di propinare un’effimera tendenza momentanea come certezza consolidata, unica, incontrovertibile. Perché questo rinvigorisce il sistema, porge all’élite minoritaria la possibilità governativa di soggiogare la frangia consistente – ed incosciente proporzionalmente alla propria grandezza – e di ridurla a leva delle infide intenzioni dei potenti. A nulla occorre sottolineare il valore dell’esempio, l’essenza di un’unicità che diventi consuetudine conclamata e soprattutto emulata. La ragione di tutto ciò è ignota, oppure è più lampante di quanto si possa immaginare. Che ci sia chi tiri le fila e gestisca le redini, dall’alto di un’incidenza determinante, è fuori di dubbio; che, però, questa entità venga svelata in scioltezza, è di gran lunga più complesso. Dunque, il pino si incrina al nevischio sotteso ma sferzante, celato dalla convinzione di un’innocenza solo apparentemente genuina, ma concretamente subdola. È così che il colore sbiadisce e riaffiora nuovamente soltanto nella necessità di una commemorazione, di un cordoglio, di un congedo eterno.

Purtroppo, Michele Ferrero sarà un capitolo in archivio nel convoglio della reminiscenza comune. Non per sue responsabilità, figurarsi. La verità è che in Italia non si conosca il limite della decenza. O meglio, dell’indecenza. Fosse soltanto la frivolezza dell’opinione pubblica, sarebbe il meno, malgrado sia educata a coltivare la mente tra un’alienazione psichedelica nella pedana del fine settimana e un pomeriggio trascorso assistendo all’annullamento della dignità umana con meschini avamposti di destabilizzazione raziocinante. Il minor ritegno è della stampa e degli organi da essa veicolati: informare è un’opzione, ma smistare copie ed intercettare ascolti è la priorità inequivocabile. Le lodi a Ferrero sono state lesinate, sino al giorno della sua dipartita, poiché dettagliare il profilo di un pioniere dell’etica professionale, avrebbe lasciato fuggire l’appetibilità della notizia. D’altronde, a cosa sarebbe servito ripercorrere, con cadenza puntuale, l’operato di una personalità estranea dagli schemi opportunistici quotidiani e scevra dagli ascendenti esterni alla sua attività? Avrebbe mai suscitato clamore riportare che un imprenditore dal Piemonte riuscisse a spingersi ben oltre i confini nazionali, giungendo con la dolcezza delle sue leccornie e la lungimiranza della sua visione industriale in tutto il Mondo? Evidentemente, il resto di niente. Infatti, per anni è stato più conveniente e più redditizio ammansire la collettività con le “sfarzose” ed “invidiabili” azioni, ad esempio, di Gianni Agnelli e di Silvio Berlusconi. Magari evidenziando quanto il primo abbia circuito innumerevoli classi dirigenti dal Settanta al Novanta affinché tutelassero l’azienda di famiglia. O come il secondo organizzasse festini e banchetti, contornati da cortigiane che si concedevano ad orge e lussuriosa libagione.

Per giunta, ipotizziamo per un istante se due delle figure politico-economiche più influenti degli ultimi 40 anni d’Italia avessero condotto le proprie esistenze lavorative ed istituzionali nella medesima modalità di Ferrero: in che modo avrebbero contribuito a ringalluzzire le sorti future del Tricolore? Peccato che il pino sia macilento e smunto, provato dal fragoroso incasellarsi delle stagioni che scorrono. Ma la neve dell’inutilità no, Michele, quella non ha scalfito il tuo encomiabile ed irraggiungibile percorso.