L’apparizione domenicale di Matteo Renzi a Canale 5 ha sciolto ogni dubbio sulla natura della sua governance: quello dell’ex primo cittadino di Firenze è il classico governo che con una mano ti sfila i soldi dal portafogli e con l’altra di restituiste le monetine, gli spiccioli, riuscendo pure nell’intento di farti credere che sia un buon affare. Eppure, il giochino sembra funzionare alla grande. Prima i lavoratori dipendenti con reddito fino a 26 mila euro, adesso le neo-mamme, a cui spetterà “un bonus di 80 euro per i primi 3 anni”. L’annuncio è arrivato in diretta a “Domenica live”, la trasmissione pomeridiana condotta da Barbara D’Urso, teatro nazionalpopolare par excellence. Non è la prima strizzata d’occhio che il governo Renzi fa verso il mondo femminile: prima le 8 ministre su 16, poi il cambio in corsa durante la campagna elettorale europea per assegnare il posto di capolista delle singole circoscrizioni a 5 donne, ed infine l’affaire Mogherini, eletta “Lady Pesc” in pompa magna dopo una cocciuta battaglia che ha portato il premier ad affermare che “noi siamo quelle gocce che scavano le rocce”.

Al netto di tutto ciò, dietro una politica da gioco di prestigio, resta comunque il fatto che la situazione delle donne in Italia è drammatica: nel Belpaese il tasso di occupazione femminile non raggiunge lo standard europeo fissato al 60% e le donne occupate tra i 15 e i 64 anni è del 46,5%, un’occupazione che cala del 6,8% con l’arrivo di un figlio e arriva al 15,7% in caso di due figli. Dati alla mano, il messaggio sotteso all’ennesimo bonus partorito dalla politica economica renziana, è in intriso di un “maschilismo profondo su cui neanche il fascismo, che dava la medaglia d’onore alle madri di famiglie numerose, era arrivato”, come scrive Gaia Betti su Il Manifesto. L’accesso al lavoro, come testimonia anche l’ultimo rapporto Istat, è un problema, ed è bello grosso. Per risolverlo, siccome la matassa non si sbroglia regalando 80 euro, la ricetta renziana è chiara e semplice: donne statevene a casa, fate le mamme rinunciando a tutto il resto, questo è il vostro dovere. Un sottotesto, che non può fare a meno di essere visto in ottica negativa: se in questa situazione scegli di fare un figlio è una tua responsabilità individuale, non un fatto sociale, quindi te ne puoi anche stare a casa lasciando che sia ancora l’uomo a provvedere al sostentamento economico. Serve dunque a poco la presunta parità tra uomo e donna, se un governo pensa di risolvere la crisi riportando le donne a fare le casalinghe. In questo il governo Renzi si allinea pienamente a quello spagnolo e a quello turco, dove sia Gallardòn che Erdogan hanno a più riprese ribadito il diritto all’interruzione, incoraggiando le donne a fare figli e a rientrare nel ruolo di moglie/madre.

Ma a prendere un sonoro calcio nel sedere non sono solo tutte quelle che si sono battute nell’ultimo cinquantennio per la parità di genere, ma anche chi un lavoro lo ha e decide, consapevolmente, di avere un figlio. Lo smantellamento del diritto al lavoro, unito ad un welfare che ormai non esiste più, non lascia scelta. Come se famiglia e lavoro fossero due piani paralleli, che non si intersecano mai, nell’Italia dell’“ultima occasione per far tornare a fare l’Italia”, ogni riforma va in direzione della cancellazione di diritti di lavoratori e lavoratrici. Con il job act, qualunque donna sarà ancora più esposta nel momento in cui avesse la malaugurata idea di procreare ed esercitare il diritto di avere una famiglia. Come sottolinea Chara Saraceno sul blog ingenere.it, i nuovi contratti brevi non daranno ai giovani “alcuna ragionevole garanzia di stabilizzazione dopo tre anni di rinnovi” e che per quanto riguarda le donne “consentirà ai datori di lavoro di ignorare del tutto legalmente la norma sul divieto di licenziamento durante il cosiddetto periodo protetto e non occorrerà neppure più far firmare, illegalmente, dimissioni in bianco, o indagare, sempre illegalmente, sulle intenzioni procreative al momento dell’assunzione”, perché “basterà fare loro sistematicamente con tratti brevi non rinnovandoli alla scadenza in caso di gravi­danza”.