Da qualche tempo a questa parte, è spesso presente sulla carta stampata, soprattutto quella virtuale, l’altro Matteo. Non Il Bomba, quello che vive all’interno dello schermo televisivo, e che te lo ritrovi in ogni fascia oraria, con la solita aria da bischero di provincia, con l’autoscatto che immortala solamente la volgarità di una classe dirigente sempre più cafona, con la solita vacuità del linguaggio a parlarti di Marta ventott’anni (Marta chi? Boh), della nuova sinistra che è però Forza Italia con le unioni civili (e forse, tra poco, non ci sarà nemmeno più questo elemento di distinguo). No, mi riferisco a Matteo il comunista padano, il fascista, il leghista, il razzista, l’identitario, il post-ideologico, l’opportunista. Ecco, il problema dell’opinione pubblica riguardo al nuovo corso della Lega di Salvini consiste in un eccesso di semplificazione e di riduzione a quella manciata di etichette date in pasto alla coscienza politica del cittadino medio; ad uso e consumo del settarismo imperituro del dibattito politico italiano. Certo, sarebbe ipocrita e miope negare l’avvicinamento a certe vedute e linguaggi tipici della destra sociale; una destra che fino ad oggi, Borghezio a parte, era stata tenuta sempre al limite del discorso leghista, tanto di quello filo-liberista di Maroni, che di quello anti-nazionale di Bossi-Miglio (si ricordi il celebre: “Mai con la porcilaia fascista” risalente agli anni novanta). Ciononostante, seppure il bacino principale di riferimento rimanga quello del populismo destrorso, l’allargamento a livello nazionale della Lega, con la coda dell’occhio, guarda anche a qualche punto di contatto con alcuni anfratti del mondo della sinistra, come attestato dal dialogo con il segretario lombardo della Fiom per il referendum leghista contro la Legge Fornero sul lavoro. Ragion per cui la strategia di Salvini richiede un’analisi più approfondita e attenta ai contesti storici e politici internazionali in cui essa si inscrive.

È cosa nota: la struttura economico-politica dell’UE erode l’autonomia dei singoli stati e unifica le possibilità di manovra delle politiche nazionali. In assenza di sovranità monetaria con cui attuare o meno politiche di redistribuzione, destra e sinistra vengono svuotate di significato e ridotte a cartelli elettorali. Impostare una strategia a livello nazionale, oggi, implica paradossalmente muoversi innanzitutto a livello extranazionale. Questo Salvini lo ha capito benissimo, a differenza persino di una sinistra che ha messo l’anti-imperialismo in soffitta rispolverandolo soltanto come flatus vocis durante qualche manifestazione. E mentre i Gad Lerner continuano a sventolare aggettivi come “putiniano” in luogo di “fascista”, ignorando completamente i rapporti economici tra Italia e quell’Unione Euroasiatica a cui Putin lavora da anni – l’Italia è il primo importatore mondiale di prodotti commerciali dal Kazakistan e il terzo Paese destinatario di esportazione di prodotti dell’Unione – Salvini è stato uno dei pochi ad opporsi alle sanzioni economiche verso la Russia, letteralmente suicide per le PMI italiane. Poi è volato in Corea del Nord, e anche per questo è stato oggetto di scherno da parte di certa stampa italiana. Eppure, ha fatto quello che tante altre formazioni politiche non hanno avuto né il coraggio né la capacità di fare. Bisogna aver chiaro che qualsiasi progetto di critica all’Euro che manca di una visione geopolitica chiara e alternativa al dominio esistente si riduce immediatamente alla farsa. Vale per il M5S come per la sinistra radicale. In un assetto mondiale dominato da grandi colossi come Cina, USA e le altre grandi economie emergenti dei BRICS è impensabile un’uscita dall’Euro che ritrasformi l’Italia in uno staterello gettato nella tempesta del mondo economico odierno. Significherebbe semplicemente lasciare il via libera alla definitiva colonizzazione del nostro paese. Lentamente Salvini ha costruito la piattaforma geopolitica (critica al vigente modello europeo, contrarietà ai trattati di libero scambio come il TTIP, rapporti diplomatici con il mondo alternativo all’egemonia statunitense) su cui innestare i temi nazionali (immigrazione, rilancio della produzione e delle PMI, sovranità nazionale, difesa dei lavoratori). Di soppiatto, quella di Salvini mira ad essere, allo stesso tempo, una sfida lanciata anche alla sinistra radicale, sempre più marginale e sentita distante dall’elettorato di riferimento.

Il modello della nuova Lega, ovviamente, è il Front National della Le Pen, – principale alleato in Europa per il cosiddetto fronte identitario – che in Francia ha raccolto voti in ogni bacino elettorale, riscuotendo l’appoggio persino da nomi legati alla galassia marxista (si pensi ad Alain Soral, che nel 2005 ne è entrato a far parte, o alle ultime dichiarazioni del regista Jean-Luc Godard). Così, anche Salvini ultimamente si è lanciato nel ripetere il refrain del superamento delle categorie di destra e sinistra, su cui la Le Pen ha incentrato parte della sua campagna elettorale. Ma l’Italia non è la Francia e, va da sé, Salvini non è la Le Pen. Ci sono dei limiti che riguardano sia il contesto italiano, sia la figura stessa del Matteo padano e della Lega. Se ci si sofferma ad osservare il discorso pubblico del leader del Carroccio è evidente una doppia linea, un’ambiguità di fondo del messaggio politico a seconda del contesto: c’è, insomma, il Salvini televisivo e il Salvini di piazza. Ovvio, si dirà: la massa richiede semplificazioni, formule e parole che eccitano gli animi. Ad uno sguardo attento, però, il problema risulta non solo formale, ma di contenuto. Sul tema dell’immigrazione, ad esempio, abbiamo lo spettacolo carnevalesco della manifestazione di Milano. La parola d’ordine è stata “invasione”, che già imposta il tema sulla logica di un attacco e di un territorio da difendere. È qui che si scatena la pulsionalità del popolino, la mentalità del piccolo-borghese che ha bisogno di rompere i tabù e riversare la propria frustrazione e il proprio disagio sociale su degli obiettivi delineati, per assaporare un barlume di rivalsa prima di tornare al silenzio della miseria quotidiana. Così, non sono mancati i cori da stadio xenofobi, l’isteria collettiva a sfondo razziale sull’Ebola, il tutto inframmezzato da qualche sparuto e nostalgico slogan padano-secessionista, comicamente misto ai volitivi e virili inni nazionalisti dei molti militanti di Casa Pound presenti alla manifestazione. Ma c’è anche l’altro Salvini, senza il quale non si spiega l’interesse e la presenza anche di piccole parti dell’elettorato della sinistra nelle sue iniziative. L’altro Salvini è quello intervistato da Fazio e Gramellini che legge il problema dell’immigrazione alla luce dei meccanismi economico-sociali di sfruttamento, della mancanza di diritti sul lavoro per gli immigrati, dove il problema è, insomma, l’immigrazione clandestina e non l’immigrato. Qualcosa del genere, certo, è stato detto anche dal palco; ma lì le parole d’ordine erano altre e tali da restituire un diverso contenuto.

Rimane, invece, inestirpabile dalla destra italiana (o pseudo-destra che dir si voglia) quell’islamofobia figlia del disastro culturale causato da opinionisti come Oriana Fallaci, presente spesso anche nelle parole dello stesso Salvini. Perché, in fondo, ciò è sintomatico del primo limite a cui accennavo, quello personale, e che consiste proprio in questo: nell’incapacità reale, nonostante alcune interessanti premesse, di elevarsi al di sopra della destra e della sinistra per opporsi ad un mondo, quello del finanzcapitalismo, per usare il termine coniato da Luciano Gallino, che invece è davvero al di là della destra e della sinistra, poiché le ha inglobate entrambe all’interno del proprio paradigma economico-politico. Un mondo incolore, unificato e indifferenziato che, tramite trattati come il TTIP, sembra volersi riappropriare di quell’egemonia mercatista statunitense che è stata incrinata dai fallimenti in politica estera degli ultimi decenni, i quali hanno dato uno schiaffo di realismo alla pretesa dominante del grande capitale. Salvini persegue da un lato una vocazione post-ideologica, ma al tempo stesso di leader della destra italiana, riempiendo quel vuoto che Fratelli d’Italia non è mai riuscita ad occupare. Ed è quest’ultimo mondo che gli rimane poi appicciato come un’ombra, tra le righe dei discorsi, nel rapporto diretto con l’elettorato. La marginalizzazione dei temi del secessionismo e l’impostazione nazionale della nuova Lega lo hanno spinto ad aprirsi in maniera incondizionata alle forze della destra radicale. E questo rischia di rimanere la marca più evidente rispetto a qualche contatto con i sindacati e con certa sinistra. Da qui, direi, deriva l’altro limite, quello che riguarda il contesto italiano. Va ripetuto: l’Italia non è la Francia. Quello del nostro paese è un elettorato fortemente settario che vive le categorie politiche come costumi di vita, al di là della prassi politica concreta. Come nella canzone di Gaber, “Fare il bagno nella vasca è di destra, far la doccia invece è di sinistra”. Questo significa un elettorato statico, che vota principalmente la propria maglia. Al di là delle opinioni personali e di quanto detto fin ora, nel nostro paese non ci sono i margini per un fenomeno come quello del Front National che ha fatto il pieno di voti ponendosi come primo partito di Francia. Grillo, invece che esserne la smentita, ne è la prova: nel suo essere incolore ha rappresentato quel voto di protesta che tiene la coscienza pulita. Per la Lega è diverso: prima si è fatto riferimento alle dichiarazioni di Jean-Luc Godard, ad esempio. Ora provate ad immaginarvi un Bertolucci o un Nanni Moretti simpatizzanti del Carroccio. Delirio dell’immaginazione, forse. La differenza è anche questa.