Nell’analisi di Gramsci, nelle sue teorie di natura politica, un ruolo fondamentale era svolto da un binomio costituito da due elementi di grande importanza: il Partito e i Consigli di fabbrica. Per Gramsci, e per la sua teoria tutta indirizzata all’analisi dei processi reali e alla programmazione di tattiche rivoluzionarie, i due fattori sopra indicati erano inscindibili: non esisteva Partito senza Consigli, e viceversa. Le funzioni del primo erano fondamentali per il buon funzionamento dei secondi, e anche il contrario. Un’analogia con questo modo di intendere la tattica politica può essere riscontrata nel sistema politico che Matteo Renzi ha saputo mettere in campo. Inutile dire che, mutate le condizioni storiche, un’analisi del genere sia da prendere con le pinze; ma, allo stesso tempo, dimostra di non essere del tutto errata. Il Partito forte che Gramsci teorizzava (sullo sfondo delle tesi leniniste, dei suoi studi e delle sue riflessioni su Machiavelli) si avvicina sempre maggiormente al nuovo Partito Democratico, che dimostra chiari segnali di accentramento dei poteri al suo interno, con la sempre più evidente messa in minoranza delle correnti eterodosse e dissidenti. Ma, nel caso renziano, quale elemento svolge il ruolo che Gramsci aveva affidato ai Consigli di fabbrica? Quale organizzazione, insomma, si immerge nella vita civile, ne sonda gli animi, mette a confronto la realtà istituzionale con la realtà pubblica, con il contesto in cui si deve operare?

Nel sistema politico messo in atto da Matteo Renzi, è la cosiddetta Leopolda a svolgere questo ruolo; e certamente non lo si vuole nascondere. Da quando ha avuto inizio, pur con tutti i mutamenti intercorsi nel tempo, la Leopolda non è mai stata soltanto un grande evento, né semplicemente una festa di corrente o di partito. Sempre più la Leopolda si è andata identificando (e l’ultima occasione lo ha confermato) come un vero e proprio raduno non istituzionale della classe dirigente del Paese; raduno, poi, certamente, integrato in un contesto fortemente mediatico, in grado di sviluppare quel forte senso di egemonia che le forze politiche renziane dimostrano di avere nel Paese. Il fatto che la Leopolda altro non sia che un momento di incontro, di compromesso, di scambio di questo genere è confermato, quindi, proprio dal fatto che non sono soltanto le classe dirigenti di natura più strettamente politica, istituzionale, a venire a convegno; ma che, per l’occasione, sono vari settori della classe dirigente italiana (e, accettando la fraseologia marxista, si potrebbe parlare senza dubbio di classi dominanti). Alla Leopolda, ormai, si decidono le sorti delle vicende politiche, economiche e sociali del Paese. Matteo Renzi ha saputo effettivamente costruire un meccanismo di forte tenuta che accomuna una pluralità di forze che, però, fanno riferimento ad obiettivi comuni, ad interessi comuni.

Inutile dire che, alla Leopolda, si radunano tutti gli uomini di Renzi: quelli che sono da lui condizionati, quello che lo influenzano, quelli che hanno condiviso fin dall’origine, con lui, la realizzazione di un progetto di governo ben definito, che lentamente si sta realizzando, sta prendendo forma definitiva. Alla Leopolda non mancano mai gli uomini di vertice del cosiddetto Renzismo: Luca Lotti, Dario Nardella, Debora Serracchiani, Maria Elena Boschi, ma anche Davide Faraone, Simona Bonafé e David Ermini. Alla Leopolda non mancano mai i renziani insediati nelle cariche più influenti del Paese: Alberto Bianchi di Enel, Fabrizio Landi di Finmeccanica, Diva Moriani e Marco Seracini di Eni, Elisabetta Fabri e Alberto Campo dall’Orto di Poste Italiane, fino a Simonetta Giordani e Federico Lovandina che svolgono un ruolo chiave all’interno di Ferrovie dello Stato. Alla Leopolda non possono mancare gli imprenditori di primo piano del Paese (Guerra, Farinetti, Cucinelli, Bertelli, Pertosa); non possono mancare gli esponenti del mondo della finanza (Zingales, Manes, Cosimo Pacciani e Davide Serra, già presente nel 2012); non mancano certamente i rappresentanti di altri schieramenti politici (all’ultima edizione ha partecipato l’influente Andrea Romano della montiana Scelta Civica); e non hanno mancato all’occasione neanche i nuovi arrivati del Renzismo (giusto per citarne due, Minniti e Migliore). Alla Leopolda, ormai, si discute di tutto, e di tutto si decide: contemporaneamente, del prossimo ingresso di “renziani freschi” nello staff del Governo, e del rapporto tra finanza e piccole e medie imprese (il famoso “Tavolo numero 50” a cui ha partecipato Davide Serra). Il Renzismo non è una follia, né l’incarnazione del male: è un progetto ben definito, con obiettivi ben definiti ed una struttura portante adeguata all’impresa da compiere: lo dimostra una realtà politica sempre più condizionata dai vari gruppi di pressione che hanno trovato in Matteo Renzi il proprio Napoleone Bonaparte.