I cortei cittadini nelle periferie romane che in questi giorni hanno invaso le prime pagine dei giornali ci parlano di un disagio sociale inaudito. Gli scontri tra residenti e forze di polizia sono il culmine di una situazione oramai invivibile, generata da decenni di incuria e menefreghismo istituzionale. Ma non bisogna pensare che questa escalation di violenza cittadina sia un episodio isolato. I fatti di Tor Sapienza non sono che l’antipasto di una rivolta ormai imminente ed inevitabile.
Una rivolta che – si badi bene – non si scaglierà contro questo o quel centro d’accoglienza per immigrati, o se lo farà sarà solo per via di un errore di forma e “di pancia”. Sarà una rivolta contro una classe dirigente che troppo a lungo ha ignorato le esigenze dei propri cittadini.

La condizione abitativa delle periferie italiane ha toccato livelli di disumanità totale. L’abbandono, il degrado, la totale assenza di uffici, strutture o mezzi pubblici che rappresentino l’esistenza di una qualche forma di Stato ha oramai avuto la meglio. Il caso romano – che forse è il più emblematico non solo per i più recenti fatti di cronaca – ci racconta di periferie nate da una forsennata ed irrazionale speculazione edilizia. A Roma si è costruito troppo, troppo velocemente e senza curarsi dell’aspetto umano che ogni struttura dovrebbe conservare. Interi quartieri – oggi residenza per migliaia di cittadini – sono sorti senza alcun negozio, senza parchi né giardini, né aree di gioco per bambini, senza spazi ricreativi o circoli culturali dove potersi intrattenere. Emblema della periferia è diventato il palazzone di cemento grigio concepito per essere un alveare, e non un luogo di residenza umana. E lo stesso, identico discorso vale per ogni città italiana. La disumanità di simili zone è l’humus ideale per far sorgere moti di protesta popolare. Periferie grigie e smorte, prive di collegamenti con il centro delle città, non sono luoghi in cui l’essere umano può vivere a lungo. Non in maniera dignitosa ed accettabile.

Gran parte delle periferie romane è sorta per tutelare gli interessi di avidi costruttori che in pochi anni hanno accumulato ricchezze da capogiro. E quando di mezzo ci sono affari milionari, davvero di poco conto è la tutela dell’individuo e della sua umanità. Provate a fare un giro per Corviale, Ponte di Nona, Ponte Galeria a Roma, o a Corvetto e Barona a Milano, o ancora lungo le periferie di Torino o di qualsiasi altra città italiana: vedrete il degrado sociale causato da decenni di incuria ed assenza delle istituzioni. A questo paesaggio già di per sé tetro si è poi aggiunta la pessima gestione dell’immigrazione. In assenza di una seria politica di integrazione dello straniero che consenta di fare dell’immigrato un tassello fondamentale dell’economia del nostro Paese, si è pensato bene di trasferire ingenti quantità di immigrati in enormi palazzoni periferici. Al disagio delle periferie è stato dunque affiancato il disagio di chi scappa da condizioni ancor più invivibili. La miccia è accesa, e lo scoppio della bomba è solo questione di tempo.

Le periferie italiane vanno totalmente rivisitate. Intere zone debbono essere rivalorizzate, umanizzate e messe in contatto con il centro attraverso sistemi di trasporto pubblico, di assistenza sanitaria e di istruzione che consentano di ripartire dalle periferie, e non piuttosto di abbatterle. Non è accettabile che in intere zone al calar del sole scatti il coprifuoco, e che tornare a casa illesi si trasformi in una questione di fortuna. “La prima cosa da fare è non costruire nuove periferie” scriveva Renzo Piano lo scorso gennaio; “bisogna che le periferie diventino città, ma senza ampliarsi a macchia d’olio, bisogna cucirle e fertilizzarle con delle strutture pubbliche. Si deve mettere un limite alla crescita, anche perché diventa economicamente insostenibile portare i trasporti pubblici e raccogliere la spazzatura sempre più lontano”. Ecco, rivedere, non abbattere e ricostruire o, peggio ancora, continuare ad ampliarsi senza alcun raziocinio. Rielaborare considerando l’aspetto umano e sociale delle periferie. Perché se è vero che l’architettura e la politica servono a migliorare le condizioni di vita dell’uomo, è altrettanto vero che in questi anni tanto l’architettura quanto la politica, nel loro intimo trescare, hanno totalmente fallito. Ma finché ci sarà uno scontro e una tensione sociale da cavalcare per portare a casa qualche pugno di voti, e finché ci sarà terreno e materiale utile su cui poter speculare, forse tutto sommato converrà continuare a fallire.