Il dibattito suscitato negli scorsi giorni dalla manifestazione delle “Sentinelle in piedi” contro il “ddl Scalfarotto” sull’omofobia e transfobia, è uno degli indicatori più precisi della situazione ideologica della nostra società. Come al solito, il blocco politico-mediatico non si è fatto sfuggire l’occasione di trasformare il dibattito in una parata di schieramenti pro e contro la famiglia tradizionale, con la retorica dell’“o noi, o loro” che si è presto imposta senza lasciare spazio ad un qualsivoglia approfondimento. Da un lato, c’era chi la pensa – come ha scritto Marcello Veneziani su Il Giornale – “così come il mondo ha funzionato fino ad ora”, ovvero che la famiglia sia la conseguenza di fattori biologici; dall’altro, chi sosteneva che la sola famiglia è quella ove vi è amore e che siano fattori sociali o ambientali a determinarla. Al di là della carnevalata della suddivisione in tifoserie calcistiche, perfettamente dicotomica, occorre rilevare come il problema alla radice venga costantemente occultato.

A sinistra, quella dei diritti civili è divenuta una vera e propria ideologia a sé stante, da recitare come un mantra ad oltranza in qualsiasi situazione, tralasciando il fatto che ancora prima di metterla in piedi una famiglia, occorrono le basi necessarie per poterlo fare. Il riconoscimento dei diritti civili serve a ben poco se, ogni giorno, in nome del fanatismo economico-finanziario vengono calpestati violentemente tutti gli altri. Durante l’orazione funebre pronunciata in occasione dei funerali di Karl Marx a Londra, il collega e amico Friederich Engels disse: “Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana cioè il fatto elementare, sinora nascosto sotto l’orpello ideologico, che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, d’arte, di religione”. Parafrasando il filosofo tedesco, si potrebbe dunque domandare a Vendola & co.: che senso ha battersi per il riconoscimento dei diritti civili se poi non esistono le condizioni minime per le quali essi si possano sostanziare pragmaticamente? La distruzione operata da quel finanzcapitalismo con cui il nostro Nichi nazionale e tutto il suo partito è oscenamente complice (ricordate le risate al telefono con i Riva?) ha depredato a milioni di giovani – e non – il futuro e la possibilità di pianificarlo. E che cosa significa “famiglia” se non questo?

A destra, invece, il feticcio della famiglia tradizionale, “biblica”, appare sempre di più un totem attorno al quale danzare compulsivamente – insieme a quello dell’immigrazione – come se non potesse esistere una dimensione in cui far coabitare tutele per la famiglia classica e, insieme, coppie gay. Chi ha detto che una cosa esclude l’altra? Oltre ad essere un puntello ideologico che permette ad Alfano & co. di tenersi stretti quegli atomi di consenso che con il passare del tempo si stanno sciogliendo come neve al sole, la difesa aprioristica del concetto di famiglia tradizionale porta con sé l’impossibilità di ragionare sul cosa sia, al presente, questa istanza, cosa rappresenti, come si ponga in essere. Al fondo della conformazione della famiglia moderna par excellence, troviamo in dosi sempre più massicce, un mito ideologico del nostro tempo: l’esaltazione di quello che già Marcuse alla fine degli anni Cinquanta in Eros e Civiltà battezzava come principio di prestazione. Di cosa si tratta? Di una forma inedita di sfruttamento. Non solo quello dell’uomo sull’uomo, bensì quello che impone ad ogni uomo di vincere su se stesso, di imporsi su se stesso come macchina efficiente, capace di prestazioni senza difetto. I padri entrano in concorrenza con i figli, o, nel peggiore dei casi, devono diventare una loro “prosecuzione”, realizzare un destino stabilito a tavolino, essere ciò qualcun altro ha deciso per conto loro. L’ideale performativo che accompagna il valore ideologico attribuito dal nostro tempo alla crescita economica, serve così per legittimare e portare avanti una struttura di potere intrisa di cultura della sopraffazione e di centralismo dominante maschile. È questo ciò per cui vi volete immolare?

A conti fatti, per dirla gattopardescamente, si parla di tutto affinché non si parli di niente. E, chiaramente, si mantenga lo status quo.