Le ultime settimane e la fine di quella appena trascorsa hanno rianimato l’opinione pubblica italiana, grazie alla riabilitazione di uno spirito di iniziativa – atteso da fine maggio – della (inefficiente) rappresentatività politica. Le elezioni europee hanno infatti lasciato strascichi notevoli sulle aspettative dei cittadini accorsi ai seggi: la speranza eclettica ed imminente di un tessuto sociale in braghe di tela era riposta nella propensione alla presentazione di istanze da parte dei deputati di Strasburgo, attinenti alle contemporanee urgenze sociopolitiche ed economico-finanziarie e vicine a risoluzioni comunitarie d’imponente portata. In quattro mesi, eccetto poche interpellanze e qualche ordine del giorno a prima firma della folta opposizione anti-europeista, i riscontri sono stati minimi e la praticità ha latitato. Forse, perché i benefici da preservare ai potenti saranno superiori delle immonde grida rivendicanti occupazione e sacrifici per la nobilitazione di ogni esistenza che si rispetti. Forse, perché le chele dei profitti mercantilisti, degli utili spropositati, degli introiti finanziarizzati, sono più ficcanti e sferzanti di qualsiasi emendamento. Come anticipato, sembra però che discutere di certe questioni irrompa nuovamente e di prepotenza nel dibattito politico dello Stivale. Dapprima, Salvini e la Lega scalano l’impervia catena montuosa dell’euro-scetticismo e inaugurano un pragmatismo eurasiatico piuttosto blando nel recente quadrimestre, nonostante abbiano cavalcato l’onda dello scoramento diffuso e del disagio comune. In rapida sequenza, dal palco della prima festa nazionale del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo ufficializza la mobilitazione parlamentare dei suoi adepti pentastellati per un’inchiesta referendaria che, partendo da scelte popolari, consideri l’eventualità di un’uscita dalla Zona Euro, per sciogliere lacci e laccioli dai gangli di Maastricht e dell’UEM.

Riconsegnare l’incisività decisionale all’intento collettivo è fortemente propedeutico affinché si riconfiguri quel contatto con la realtà smarrito in trent’anni di collusione criminale e malaffare. Premettendo che costituzionalmente e legislativamente sia pressoché inattuabile una battaglia che fronteggi accordi di diplomazia internazionale, la proposta di ridimensionare l’apporto del Tricolore nella partecipazione e nello sviluppo di direttive monetarie sovranazionali merita comunque un’attenta analisi, ramificata in due chiavi di lettura. Ripensare l’imprescindibile valenza dell’Euro – propinata da fluttuazioni lucrative dei mercati finanziari e da azionariato speculativo – potrebbe essere efficace in relazione ad una consequenziale abrogazione del debito pubblico e ad una rinegoziazione dei trattati unionisti.

Per quanto concerne il primo presupposto, istituzioni e governi dovrebbero renderci delle spiegazioni sul motivo per cui l’assioma “Indebitamento pubblico è direttamente proporzionale a credito privato” venga tacciato di dietrologia e sia bollato con spocchiosa sufficienza ed esagerata superficialità, senza che si tenga conto dei tassi di interesse da usura e delle asfissianti richieste di garanzie (da pignorare!) dei colossi bancari. In seconda battuta, osteggiare l’applicazione di disposizioni in seno all’UE pattuite dai vertici e non rese note alle basi, è determinante per riappropriarci di capacità di manovra e di sovranità assoluta, entrambe gestite da competenze, da facoltà e da conoscenze popolari, le quali spodestino i lacchè capitolini e li delegittimino a vantaggio di una politica del Popolo e per il Popolo.

Tra dedizione e senso del dovere, è rilevante cogliere che l’inettitudine dei governanti sia partorita da un’inerte incapacità di gestione, frutto dell’asservimento vile a lobbies di settore elitarie, a banche e a cosche occulte e massoniche influenti nei centri di potere, che insieme veicolano e stabilizzano i proventi del capitalismo finanziario. Contestualizzando l’oclocrazia di Polibio, fungiamo da faro sugli scriteriati propositi politicanti dei cortigiani della Troika.