Quella di sabato non è stata una seconda marcia su Roma. Neanche una “marcetta”, come titola Il Fatto Quotidiano. Dovevano esserlo anche le precedenti manifestazioni del Movimento 5 Stelle, ma gli esiti sono sempre stati insignificanti o poco più. Il mondo giornalistico dovrà in qualche modo destare interesse con qualche ardito ed evocativo richiamo storico, certo è che la marcia dell’ottobre 1922 ha avuto un impatto ben differente, non serve dirlo. Ciò che merita di essere notato è il facile paragone operato dalla stampa fra alcune forze politiche e il fascismo, con il risultato di condizionare una chiusura aprioristica nei più, invece di avviare un interesse a comprendere; la funzione di informazione è superata, meglio farsi manipolatori e servire un’etichetta già masticata e digerita, ovviando allo sforzo ermeneutico.

Più propriamente, si potrebbe prendere in prestito il titolo dell’ultimo libro di Milan Kundera, “la festa dell’insignificanza”, e cambiarne il significato letterario per dare una lettura complessiva della giornata di sabato. Partiamo da ciò che è successo fuori da Piazza del Popolo: la contromanifestazione per le vie della capitale ha avuto un successo paragonabile alla manifestazione contro il Premier in termini di numeri, lo sbarco della Lega a Roma ha avuto una risposta pronta. Molti hanno pure criticato questa iniziativa, accusando la sinistra di essere antidemocratica perché non avrebbe voluto permettere a qualcuno di esprimere le sue idee. Curioso però che non si sia definita anche questa una marcia su Roma, ma abbia goduto di una lettura meno a senso unico, meno banalizzante e antistorica. In ogni caso, è legittimo manifestare anche il proprio dissenso (accentando il proprio contesto democratico), specie quando non cerca uno sciocco scontro: Alfano che si improvvisa un Voltaire (nella sua erroneamente attribuita citazione “non sono d’accordo con quello che dici, ma farò di tutto per difendere il tuo diritto a dirlo”) può stare tranquillo.

Sabato non ha segnato un fatto epocale, nella sostanza, perché non si è detto nulla di nuovo, probabilmente (chissà?) non sarà ricordato come un evento storico e non è cambiato l’immaginario collettivo. Quello di Roma era, nelle intenzioni di Salvini, un messaggio di apertura a quell’elettorato tradizionalmente antileghista, in primo luogo. L’immagine della Lega secessionista e padana è scomoda al segretario del Carroccio, ma l’ostinazione e il ritardo ideologico italiano non si cambiano con una manifestazione, che pure vuole mostrare il cambiamento di tendenza. Salvini ha già mosso alcuni passi verso quel panorama postideologico (superamento della dicotomia destra-sinistra, nuove letture sul fenomeno dell’immigrazione ecc.) che in Francia ha successo, ma che qui in Italia non ha molto riscontro, almeno al momento (prova ne è la totale chiusura dell’ex sinistra, che non spazia minimamente in questa prospettiva ed è ancorata a vecchie etichette). Certo non può sfondare se i temi sono discussi all’insegna del cerchiobottismo: un po’ di xenofobia e insulti per tutte le tasche, ma anche qualche accenno all’apertura a tutte le forze e un coinvolgimento di figure trasversale. Stesso discorso dicasi per le altre forze scese in piazza, se condividono gli stessi obiettivi. Il leghista non potrà ottenere consensi cospicui fino a quando non cesserà l’atteggiamento da Giano bifronte, causato anche dalla semitotale incomprensione da parte dell’elettorato che, per una fetta troppo ampia, appoggia solo gli atteggiamenti da Lega degli inizi (che, come si è visto, non hanno portato che a qualche ammiccamento). Forse questa sarà la prima di una più lunga serie di manifestazioni, ma il loro maggiore peso è in mano ad un elettorato che deve evolversi.