La scuola italiana, come molte altre scuole europee, rimane legata ad un impianto di concezione ottocentesca. La scuola, infatti, è ancora mezzo e non fine ultimo. Uno strumento continuamente plasmato dalle esigenze di una società industriale dove i prerequisiti (ben evidenziati da Stefano Bartolini in “Manifesto per la Felicità”) sono: capacità di obbedire e annoiarsi. Abilità principali per l’operaio di massa di ieri, attuali per il precario di oggi. Abbiamo una scuola che impone dall’alto il programma di studi, un meccanismo freddo di indottrinamento nozionistico.

Dalla “Riforma Gentile” abbiamo ereditato l’idea di scuole di serie A: liceo classico e scientifico (atte a formare la classe dirigente) e scuole di serie B: istituti tecnici (atte a formare le professionalità richieste dal mercato). Non riusciamo ancora a superare questa diversificazione voluta dal filosofo nel 1923 che mirava ad una scuola elitaria, aristocratica. Ancora oggi possiamo scorgere, purtroppo, una differenziazione (anche se notevolmente diminuita) per classi sociali all’interno delle diverse tipologie di Istituti di Secondo Grado. Giovanni Gentile però riuscì a centrare almeno un bersaglio, secondo lui la scuola doveva essere una realizzazione della propria autonomia arrivando così ad un pensiero critico ultimo. Ecco il perché delle consistenti ore di filosofia nella maggior parte dei programmi scolastici nazionali. La missione per il filosofo era formare “il” cittadino.

La riforma Gelmini è il primo esempio di come l’economia e il mercato possano piegare, attraverso una classe politica inefficiente e incompetente, i principi della scuola. La riforma del 2008 modificò il sistema scolastico non in visione di una nuova formazione dello studente, ma di una salvaguardia dei pubblici bilanci. La riforma Gelmini non dispose tagli “intelligenti” alla spesa riguardo l’istruzione, anzi non dispose affatto tagli in generale, ma solo una diminuzione lineare delle risorse al sistema scolastico. Gli sprechi non furono toccati, diminuirono le classi, i docenti nonostante il numero degli studenti in Italia cresceva. Una decisone politica quella di sacrificare l’istruzione per non toccare altri comparti dello Stato. Le mille proteste di studenti  e docenti si arenarono alla sordità del governo di allora, ma le cose di certo non cambiano con la “Buona Scuola” (non si sa buona per chi) e il Premier Renzi.

Andiamo per ordine: maggiori finanziamenti alla scuola, mai più precari, nuova didattica. Quando l’attuale Presidente del Consiglio fu eletto, il Governo promise 2 miliardi di euro per l’istruzione. Quei due miliardi sono stati dimezzati, il miliardo promesso è completamente finanziato da tagli programmatici alle risorse scolastiche (il gioco delle 3 carte) e dal blocco degli stipendi che fanno risparmiare allo Stato una quantità di soldi innumerevolmente superiore. I 150.000 precari da assumere subito sono diventati 100.000, questi poveri docenti (che da anni insegnano nelle scuole) dovranno, se vogliono lavorare, rinunciare ai diritti acquisiti col vecchio contratto facendo risparmiare ancora lo Stato. Il numero di precari che Renzi vuole assumere sono di una graduatoria specifica, non unica, infatti si contano almeno altri 200.000 precari di diverse graduatorie. Nuova didattica? Il capitalismo sfrenato ha bisogno di nuovi consumatori e consumatori ancora più frustrati per ampliare il proprio mercato. La volontà di premiare la competitività sia tra alunni che tra docenti mina le relazioni sociali all’interno della scuola, l’economia come materia assumerà un ruolo portante nella scuola renziana, fin da piccoli bisogna inquadrare i ragazzi nelle “regole di mercato”. Nel capitolo 6.2 della “Buona Scuola” si afferma che lo Stato non avrà mai le piene risorse per l’istruzione in toto, rifugiandosi così in mano ai privati che potranno distorcere in alcuni punti la didattica interna della scuola. La chicca di Poletti sui “tre mesi di vacanza” troppo lunghi? Fa parte del piano renziano scuola-lavoro che garantisce manodopera alle aziende e imprese senza dare in cambio una formazione ben definita allo studente.

La scuola del futuro dovrebbe avere come principi gli aspetti umani fondamentali: la capacità di avere un buon rapporto con se stessi, con gli altri e il senso della possibilità (di scelta). Questi aspetti fondamentali sono completamente assenti, l’alunno impara fin da subito che ciò che studia non deve essere interessante in sé, ma utile per il futuro, per un posto di lavoro. La promozione della competitività tra studenti attraverso voti singoli e la totale assenza di gruppi scolastici nel segno della cooperazione. La scuola è un isola, le relazioni sociali all’interno devono bloccarsi al rispetto dello spazio altrui e alla gentilezza, nessun valore civico o etico viene formato all’interno della scuola; generazioni di studenti apatici rispetto la vita pubblica.

Nella storia la fonte di rinnovazione culturale, sociale, politica è sempre partita dai giovani e dai luoghi da loro frequentati, in primis la scuola e l’università. Ecco il cerchio che si chiude: eliminare il cambiamento alla radice.