La costituzione italiana, informando le fondamenta del nostro stato, segna definitivamente la fine del liberticidio, della schiavitù, del regime e della dittatura fascista che molti aveva oppresso, molti incatenato, molti silenziato, molti ucciso. La preoccupante e insicura atmosfera di un pericolo sempre in agguato, pronto per gettare nuovamente il paese sotto il tacco di una nuova e violenta reazione o rivoluzione, fu sepolta e subissata da un lungo e assordante sospiro di sollievo quando il 1° gennaio del 1948 la costituzione della Repubblica Italiana entrò in vigore. Gli uomini che l’avevano scritta, i padri costituenti, saggi e autorevoli, colti e insigni, erano riusciti, miracolo possibile soltanto attraverso l’incontro della straordinaria levatura etica e culturale con l’acuta insofferenza per il recente passato, erano riusciti quindi a dare un’espressione concreta all’esigenza ormai incontenibile di rinnovamento totale, di palingenesi, di rinascita di un paese distrutto sia fisicamente, sia moralmente. Quegli uomini erano stati in grado di tradurre in un testo ciò che era soltanto un’impressione, un sentimento, un desiderio intenso sì, ma pur sempre o troppo astratto o troppo concreto, riuscendo a sanare e a superare ogni conflitto, ogni contrasto di vedute perché, assurdo concepirlo per chi è ormai abituato a assistere, impotente, a delle ridicole e pietose accozzaglie di criminali e incompetenti che danno vita, per dirla con un eufemismo, a degli inciuci e il cui unico scopo non differisce molto dalle associazioni a delinquere, perché, quindi, ciò che realmente li animava e li guidava era il bene comune, il meglio per la comunità.

I principi enunciati sono quindi talmente elevati, talmente imbevuti di una cultura liberal-egualitaria, fermentata e maturata nel rigido clima dittatoriale, che sembra quasi di leggervi a volte, una qual certa sacralità, una solennità poetica, tanto che non senza merito la nostra carta viene definita la “più bella del mondo”. Il contrasto tra un paese come il nostro, intendendo con ciò riferirsi alla sua triste fama e degradante condizione in primis morale, perché culturale, e la sua carta costituente, nobile come e più delle altre, tanto da assurgere a modello, appare come uno stridente e osceno ossimoro, davvero inspiegabile se non attraverso una semplice e forse anche banale constatazione: la costituzione non è applicata. Fin dal suo primissimo articolo: “fondata sul lavoro”. Non è vero, o forse, non più. Non se la disoccupazione giovanile è al 44%; non se i diritti che garantiscono il lavoratore sono, anziché estesi e ampliati, ristretti se non quasi del tutto cancellati (vd. abolizione dell’art.18); non se l’azienda italiana per eccellenza, la Fiat, abbandona il paese che l’ha finanziata con miliardi di euro, delocalizzando gli impianti ed esponendo al rischio di povertà assoluta centinaia di famiglie. Non è applicata se esistono degli imputati, in spregio all’art. 3 che proclama l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, capaci di produrre, o di indurre altri a produrre leggi a proprio vantaggio, ad personam, e che perciò rimangono pressoché impuniti. La costituzione non è applicata quando afferma, nell’art. 9, che “La Repubblica […]tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, se poi l’attuale governo concepisce un decreto, chiamato Sblocca-Italia che, al contrario, sblocca unicamente il flusso di cemento che divora l’ambiente e il territorio, autorizzando uno scempio nauseante. La costituzione non è applicata quando, all’art. 11, afferma che “L’Italia ripudia la guerra”, se è vero che spende ogni anno 26 miliardi di euro per il comparto militare, in parte finanziando guerre (vd. Afghanistan) definite di “pace”, ma che ovviamente nascondono interessi che con questa hanno ben poco a che vedere. Né la costituzione è applicata quando all’art. 54 afferma che “I cittadini cui sono affidate le funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”, se è vero che il nostro paese è il detentore di una fra le peggiori classi politiche esistenti, fra le più corrotte, spudorate e ignobili.

E allora, se davvero non è applicata, tanto vale istituzionalizzare il nuovo corso, normalizzare il vero stato di fatto: attraverso questa lente è possibile spiegare gli innumerevoli assalti, le ripetute aggressioni alla nostra carta, perpetrate, fra l’altro, con l’avvallo, se non con l’esplicito impulso e stimolo, del Presidente della Repubblica, colui che in realtà avrebbe giurato di preservarla intatta e di trasmetterla in questo modo al suo successore. A tal proposito è utile richiamare il tentativo fortunatamente fallito, ormai già dimenticato, compiuto dai nostri “rappresentanti” nell’estate del 2013, di modificare un articolo, il 138. Fra i tanti, questi è però il più importante in quanto stabilisce i modi e le forme di revisione di tutta la costituzione, configurandosi perciò come la chiave di volta dell’intero sistema, la serratura il cui scardinamento presuppone la totale vulnerabilità dei restanti articoli. Se analizzato con più attenzione, in questo quadro si può rintracciare, però, un disegno ben più ampio e di più largo respiro, che investe tutto il mondo globalizzato: il progetto del potere finanziario che, pretendendo di imporre la sua politica, percepisce le costituzioni come la nostra degli ingombranti ostacoli da abbattere. Questo, senza doversi impelagare in scomode dietrologie, appare esplicitato chiaramente in un documento redatto dalla società finanziaria J.P. Morgan, che afferma: “I sistemi politici dei Paesi del Sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”. Il testo si riferisce in particolare, tra le inadeguatezze, alla debolezza degli esecutivi rispetto al parlamento, che quindi dovrebbe, insieme alla volontà popolare di cui è espressione, essere ridimensionato. Renzi sembra aver prontamente recepito il messaggio, seguendo minuziosamente il suggerimento revisionando la costituzione proprio in questo senso. I costituenti odierni riassumono la tragica storia di un paese: da Calamandrei a Verdini. Citando Scanzi: Buona Catastrofe.