Di fronte all’orrendo, avendo gli occhi puntati sulla violenza non sappiamo se cinica e impietosa, o impetuosa e furibonda, sui resti di una crudeltà di certo gratuita, stupida, sia se freddamente calcolata, sia se fanaticamente consumata, tanto più disumana in apparenza, quanto in realtà umanissima, perché banalissima come il male che costantemente causiamo, ecco, di fronte a questo, la grettezza, la povertà, la retorica, la pressapocaggine del commento italiano alla vicenda, è deprimente, è disarmante. Si avrebbe voglia, spesso, di implorare pietà a coloro che sentono il dovere etico, di un’etica prêt-à-porter, di esprimere il proprio parere, un’opinione che è se non la ripetizione stanca e vuota dello stesso identico concetto (l’invettiva contro la violenza, il lamento per la libertà mutilata) di cui l’ipocrisia è il tratto caratteristico.

Je suis Charlie, è la perfetta e compiuta ‘frase fatta’ con cui, molto comodamente, mettiamo a posto la coscienza pagando il nostro tributo; sono le parole bianche, su sfondo nero, da esibire come foto del profilo su Facebook, come segno e distintivo che infatti si ostenta, per riaffermare la propria personalità moralmente elevata, non senza una punta di orgoglio, un esibizionismo frutto del machismo intellettuale, sempre tipicamente italiota. Non fosse altro perché la pretesa solidarietà, le facili condoglianze che frequentemente ci capita di esprimere verso l’altro, sono, a ben vedere, un’emerita falsità che raccontiamo prima di tutto a noi stessi; e ci spiace dover qui scomodare un monumento come Marcel Proust, ma le sue parole, purtroppo per lui, capitano a pennello: “L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in se medesimo, e che, se dice il contrario, mente.” Ma se, evidentemente, tale costatazione apostrofa l’uomo più in generale, è in Italia (mai eccezione, badate bene, ma caso esemplare di ogni possibile stortura umana) che alla facile frase di una comprensibile ipocrisia, si deve aggiungere l’insopportabile sicurezza di chi sguazza nella più crassa ignoranza e che proprio per questo pontifica su tutto e tutti. I nostri quotidiani sintetizzano pienamente tale boriosa insipienza: Libero titola “Questo è l’islam” mostrando l’agghiacciante foto del killer che fredda il poliziotto steso a terra con la mano protesa a invocare pietà; un’affermazione gravissima, che non esitiamo a definirla figlia legittima dell’antisemitismo nazista, poiché compie un gesto totalizzante, assoluto, gravido e colmo di odio indistinto e astio virulento, sanguinoso, che si spera debba cadere nel vuoto, e non provocare alcun deleterio effetto. “Il Giornale” parla di “macellai islamici” che “abbiamo in casa”, di “Una dichiarazione di guerra all’Europa e alla libertà”, la Repubblica vede la“Jihad”.

Da questo traspare quella famosa ignoranza che è alla base della sicurezza stolida, del flusso continuo di parole vomitate, di affermazioni tranchant, di sentenze sputate, di giudizi assoluti: sfianca, logora, se non proprio annienta, essere costretti a vedere, ancora, nel ventunesimo secolo, tali spettacoli di abbrutimento umani, ancora oggi, vedere ridotta la realtà a schematiche visioni manichee, che pretendono di distinguere il bene dal male, di identificare il nemico da abbattere, da sgozzare, da uccidere. Il presunto fondamentalismo e fanatismo che viene imputato agli islamisti, tutti indifferentemente tagliagole, uomini con la barba e il turbante, si trasferisce, non per caso, nelle pacifiche vesti del giornalista occidentale, che addita, sbraitando, il demone da sconfiggere, scaglia l’anatema, ordina l’esecuzione dell’infedele. Chi condanna in tal modo, è costretto, non avendo ovviamente la capacità di individuare un nemico distinto, a far di tutte le erbe un fascio, a colpire e percuotere inevitabilmente gli innocenti, cioè la maggior parte. Rispondere violenza a violenza, genera altra violenza. Sopratutto poi, in una situazione così delicata, è da irresponsabili, da veri e propri criminali, intervenire in tale, violento, sconsiderato modo. Non sappiamo quale sia la verità, sappiamo però che sarebbe una mistificazione enorme quella che pretenderebbe di far passare la vicenda come una guerra tra oriente e occidente, tra Islam e Cristianesimo o di ridurre d’altro canto, a singolo episodio, frutto di pochi, folli fanatici. L’occidente ha le sue responsabilità, tanto quanto il medio oriente, ed è ora che le riconosca: se davvero come molti hanno ultimamente con entusiasmo e commozione affermato, si vuole difendere la libertà, dobbiamo pretendere la verità, senza aspettare: ché niente e nessuno ce la darà, se non siamo noi stessi a strapparla con la forza, la forza del sapere, dell’informazione; diversamente, più che scrivere senza convinzione né riflessione un generico Je suis Charlie, è meglio tacere.