Il nuovo e carismatico ministro dell’interno Matteo Salvini è riuscito laddove altri prima di lui hanno clamorosamente fallito: trasformare un partito in via di estinzione nella prima forza politica nazionale, annullare il business sull’immigrazione clandestina di organizzazioni non governative e cooperative rosse attraverso una linea dura sulla gestione di richiedenti asilo e rifugiati, guidare una rivoluzione culturale tesa a ricostruire l’italianità e de-berlusconizzare la destra, e spezzare la settennale egemonia della sinistra nel panorama culturale e politico nazionale.

Adesso, Salvini sta portando avanti una nuova battaglia ideologica, il cui esito potrebbe cambiare inevitabilmente e profondamente l’approccio nazionale alla gestione dei conflitti, degli affari e delle relazioni internazionali nella cosiddetta regione geopolitica del Mediterraneo allargato. Si tratta del tentativo di dare luogo ad un nuovo corso di politica estera improntato sull’appoggio ad Israele, e non soltanto per quanto riguarda la questione palestinese.

Prima di lui, solo Silvio Berlusconi, il padre fondatore della seconda repubblica, aveva tentato di realizzare il cambio di paradigma, celebrando il modello di democrazia securitaria di Israele, le operazioni militari nella striscia di Gaza, lasciandosi andare a commenti islamofobi all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001 per celebrare la presunta superiorità della civiltà occidentale plasmata dagli ideali e dai valori giudaico-cristiani, ed infine auspicando addirittura l’entrata del paese nell’Unione Europea – un sogno condiviso anche dal leader dei radicali italiani Marco Pannella.

Rispetto a Berlusconi, Salvini possiede molte marce in più e ha tutte le carte in regole per dar luogo al fatidico cambiamento, temuto ed osteggiato negli ambienti della difesa per via degli interessi in gioco nel teatro mediorientale che vedono l’Italia tradizionalmente ricoprire un ruolo di mediatore ufficialmente super partes, ma in realtà più posizionato verso il filoarabismo. Il leader della Lega gode innanzitutto di importanti appoggi internazionali, a partire da Donald Trump, inoltre è ritenuto dagli omologhi un partner credibile ed affidabile, contrariamente alla fama negativa che ha sempre circondato il Cavaliere, ed infine gode in un forte seguito popolare sfruttato a piacimento grazie all’arte oratoria.

La recentissima visita in Terra Santa è stata contrassegnata da eventi tanto simbolici quanto significativi sul piano diplomatico: la visita al Muro del Pianto, uno dei luoghi più sacri dell’ebraismo, avvenuta rispettando rigorosamente il protocollo cerimoniale (kippah, preghiera, meditazione), un lungo incontro con Benjamin Netanyahu, la compagnia personale di un rabbino, Menachem Lazar, ed una dura invettiva contro Hezbollah, bollato come un’organizzazione terroristica, l’invito all’Onu ad intervenire in difesa di Israele sulla questione libanese, e l’accusa all’Unione Europea di sostenere i palestinesi in luogo degli israeliani.

I commenti di Salvini sono stati criticati negli ambienti militari e della difesa, perché potrebbero mettere a rischio la sicurezza del personale italiano presente in Libano come parte dell’Unifil, la forza d’interposizione dell’Onu creata in seguito all’invasione israeliana del 1978 con l’obiettivo di mantenere la pace e la stabilità nel paese. Berlusconi e Salvini a parte, sin dal post-unificazione l’Italia è stata guidata da statisti fortemente interessati alla questione palestinese e alla conservazione del mondo arabo-islamico nella stabilità ed il popolo ha seguito questa tendenza.

Il ruolo della chiesa cattolica è stato fondamentale nel plasmare intere generazioni di fedeli e politici ostili ad Israele, e all’ebraismo in generale, per complesse ragioni di natura teologica (come le questioni del deicidio e della nuova alleanza), storica (le velleità di cristianizzare gli increduli giudei) e geopolitica (il controllo della Terra Santa). Non è un caso che i più grandi personaggi politici filoarabi del secondo dopoguerra si fossero formati nelle aule della scuola di diplomazia vaticana o della potentissima (all’epoca) Azione Cattolica, fra di loro: Giulio Andreotti, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Enrico Mattei.

Agli inizi del ‘900, l’emergente internazionale sionista, nella figura dell’influentissimo Theodor Herzl, tentò di ottenere l’aiuto del papato nella costruzione di un focolare ebraico in Palestina, all’epoca parte integrante dell’impero ottomano. L’incontro fra Herzl e l’allora pontefice Pio X avrebbe fatto scuola negli ambienti cattolici nei decenni a seguire, concludendosi con un netto rifiuto per via dell’inconciliabilità di interessi e vedute: un cattolico in alcun modo potrebbe favorire o simpatizzare la causa sionista.

Papa Pio X

Con la fine dell’era giolittiana e l’ascesa del fascismo si assistette ad un’accentuazione dell’attenzione verso il mondo arabo-islamico. Benito Mussolini arrivò ad essere proclamato il protettore dell’Islam dalle tribù stanziate nella Libia italiana, dalle quali ricevette la celebre spada dell’Islam, per il suo sostegno alla comunità musulmana. Comunque sia, il focus dell’asse Roma-Berlino si sarebbe presto spostato in Palestina, una terra in fermento per via delle rivolte arabe contro la crescente comunità ebraica e del terrorismo dell’Haganah e dell’Irgun contro le autorità britanniche.

Sia Mussolini che Hitler videro nel fiorente movimento del nazionalismo islamico una sponda sicura sulla quale fare affidamento nella lotta contro le forze anglo-francesi in Africa e Medio Oriente, sfruttando egregiamente la fervida componente antigiudaica alla base del nazifascismo per ottenere il favore dei guerrieri islamici. Entrambi strinsero legami con Amin al-Husseini, il carismatico Gran Muftì di Gerusalemme nel periodo interguerra, con l’obiettivo di infiltrarsi nell’insurgenza palestinese in chiave antisionista.

Con la fine della seconda guerra mondiale emerse una nuova classe politica, pragmatica e realista, formatasi essenzialmente nella resistenza, nelle scuole di diplomazia vaticana e in quelle di ispirazione sovietica. In ogni caso, salvo qualche eccezione come la destra panfascista, filoamericana e filosionista rappresentata dal Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante, un denominatore comune avrebbe unito l’agenda di politica estera democristiana e socialista negli anni della guerra fredda: il sostegno alla causa palestinese.

In principio furono Fanfani e Mattei, i padri fondatori del neoatlantismo, a vedere nei rapporti di buon vicinato con il prospiciente mondo arabo-islamico una questione di sicurezza nazionale. Erano gli anni dell’entrata dell’Italia nel grande business energetico e dei tentativi di ritagliarsi spazi di manovra nel Mediterraneo allargato nell’aspettativa di ricostruire una piccola sfera egemonica in quel che fu il defunto impero coloniale fascista. Contrariamente al neocolonialismo praticato da Gran Bretagna e Francia, gli italiani tentarono di costruire rapporti incardinati sulla fiducia, sull’amicizia e sul rispetto reciproci.

Con la nascita di Fatah, dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e del leggendario Settembre nero, si aprì un nuovo capitolo nella storia del conflitto israelo-palestinese denso di sangue, omicidi ed attentati. Per i paesi membri del blocco occidentale era arrivato il momento di decidere se concordare in toto con gli Stati Uniti o se ricercare una debole autonomia: l’Italia scelse quest’ultima. Dopo l’attentato di Fiumicino del 17 dicembre 1973, l’allora governo Rumor adoperò i migliori diplomatici all’epoca in servizio per evitare che accadessero sul suolo nazionale nuove stragi ad opera dei combattenti palestinesi. Aldo Moro, il generale Vito Miceli, e il leggendario colonnello di carabinieri Stefano Giovannone, conosciuto come “l’uomo di Beirut”, trattarono con George Habbash, Bassam Abu Sharif e Abu Anzeh Saleh, garantendo loro libertà di circolazione e di trasporto di armi ed esplosivi sul territorio italiano in cambio dell’immunità da attentati.

È così che nacque il cosiddetto Lodo Moro, che almeno fino all’ascesa di Abu Nidal, scheggia impazzita, autore di stragi immotivate, nemico giurato di Yasser Arafat, da molti storici e combattenti ritenuto un uomo del Mossad, avrebbe garantito sicurezza agli italiani, saldando i rapporti italo-palestinesi. Sullo sfondo dell’attivismo diplomatico, iniziano le inchieste della magistratura italiana riguardo il presunto aiuto italiano ai combattenti palestinesi in forma di armi, munizioni, ed esplosivi via servizi segreti e gruppi eversivi nazionali, come le Brigate Rosse.

Il 1982 è un altro anno importante: Israele invade il Libano e l’Onu risponde istituendo una forza multinazionale mirante a ripristinare ordine, sicurezza e stabilità nel paese dilaniato dalla guerra civile tra eversivi maroniti e palestinesi e dalla resistenza di Hezbollah a suon di autobombe ed attentati contro il personale straniero. Gli unici militari a non essere colpiti sono quelli italiani e anni dopo si verrà a sapere che il merito fu di Andreotti e del colonnello Giovannone, ai quali i guerriglieri riconobbero il sostegno sincero e forte alla causa palestinese.

Non solo l’Italia, ma anche il Vaticano ebbe un ruolo diretto nel sostegno alla causa palestinese, come palesato dal caso di Hilarion Capucci, arcivescovo di Cesarea di Palestina e importante diplomatico per le questioni mediorientali. Nel 1974 scoppiò l’incidente diplomatico tra Santa Sede e Israele: Capucci fu arrestato mentre introduceva in Cisgiordania un carico di armi pesanti dirette all’Esercito di Liberazione della Palestina.

Hilarion Capucci

La diplomazia vaticana iniziò a lavorare per ottenere il rilascio del loro uomo, che fu concesso dietro la promessa dell’allora papa Paolo VI al governo israeliano che si sarebbe ritirato a vita monastica in America Latina. Capucci fece ritorno in Israele poco più di un anno dopo, continuando ad animare l’attivismo cristiano pro-Palestina, finendo poi accusato di antisemitismo, simpatie filo-terroristiche e quindi espulso in Italia dopo aver partecipato all’operazione Freedom Flotilla del 2010.

Il caso più celebre resta tuttavia l’incidente di Sigonella, celebrato nell’immaginario collettivo nazionale come l’ultimo colpo di coda di una sovranità ormai perduta. L’allora primo ministro Bettino Craxi diede ordine alla Vigilanza Aeronautica Militare e ai Carabinieri di non lasciare che gli uomini della Delta Force arrestassero i dirottatori palestinesi della nave da crociera Achille Lauro, sulla quale fu ucciso un ostaggio di nazionalità israeliana. I due blocchi contrapposti si puntarono addosso le armi, e neanche le intimidazioni lanciate dall’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan via telefono a Craxi riuscirono a sortire effetti.

Alle 5 del mattino, Craxi diede ordine di far giungere nuove unità militari nella base, tra le quali dei blindati dei carabinieri. A quel punto, gli statunitensi ricevettero l’ordine di fare dietrofront. Ci vollero mesi di diplomazia segreta affinché i rapporti tra i due esecutivi tornassero alla normalità.

Discorso di Craxi al Parlamento italiano

Forse per l’influenza della politica o della religione, o forse per un semplice solidarismo verso un popolo oppresso nella propria terra, la società italiana continua ad essere attraversata da sentimenti filopalestinesi, come palesato dal BDS praticato dalla maggioranza dei movimenti d’estrema sinistra o dalle iniziative antisioniste della destra radicale. Dall’era Berlusconi, però, sia il centro-destra che il centro-sinistra stanno portando avanti dei programmi di rieducazione ideologica, diretta sia all’elettorato che ai loro esponenti, e le voci in favore della causa palestinese sono sensibilmente diminuite nel panorama politico italiano, se non quasi sparite.

Non è detto che Salvini riuscirà a cambiare la politica estera italiana sul Medio Oriente di lunga durata, e se accadesse, questo a patto di accettare tutti i rischi connessi, in primis la fine del presunto Lodo Moro bis e le conseguenze esiziali per il personale italiano dispiegato in Libano. Comunque sia, la sua presa di posizione è stata largamente biasimata, sia dall’opinione pubblica che dagli ambienti adibiti alla sicurezza dello Stato, e forse questo è un segno che l’animo del popolo italiano continua a rispecchiarsi nelle parole di Giulio l’arabo:

Se fossi nato in un campo profughi del Libano, forse anche io sarei diventato un terrorista.