L’Italia sta diventando razzista? In una terra tradizionalmente di passaggio e crogiolo di popoli provenienti da Nord e da Sud, l’italiano medio può essere xenofobo (odio per lo straniero), ma non razzista (discriminazione di chi ha un altro colore della pelle). L’unica parentesi proditoriamente razzista nella storia del nostro Paese furono gli anni ’30 sotto il fascismo, con le leggi anti-ebraiche e le norme segregazioniste nell’Etiopia conquistata, che non riuscirono, o non fecero in tempo, a cambiare la storica apertura universalista degli italiani. Naturalmente negli ultimi anni, che più ci interessano, vistose e violente eccezioni non sono mancate: i pogrom contro i campi rom a Ponticelli e l’omicidio di sei africani a Castelvolturno nel 2008, l’assalto ad un gruppo di rumeni a Roma dopo lo stupro di una ragazza italiana nel 2009, le aggressioni a colpi di fucile contro i braccianti stranieri a Rosarno nel 2010, l’uccisione di due senegalesi a Firenze nel 2011, le recenti tensioni, sature di violenza repressa, nel degradato quartiere Tor Sapienza di Roma.

Ma, diversamente da Inghilterra o Francia, non ci sono veri ghetti, sebbene una certa tendenza alla concentrazione di stranieri in alcune zone urbane si sia affermata, ma a etnia mista (gli unici a raggrupparsi omogeneamente sono i cinesi, si pensi a via Sarpi a Milano o a vaste aree della città di Prato). Ad ogni modo, il modello italiano è un non-modello, né carne né pesce. La legislazione del nostro sgangherato e irresponsabile Paese si è concentrata sul fare diga contro i clandestini, fallendo clamorosamente e sistematicamente nel respingimento ai confini e nel rimpatrio forzato, per norme scombiccherate e povertà di mezzi. Sul rapporto da instaurare coi nuovi arrivati nulla, niente, nisba. Ha scritto bene l’islamologo Renzo Guolo: quello italiano è un assimilazionismo senza assimilazione, in cui ciascun immigrato si inserisce nel tessuto sociale secondo strategie personali di adattamento (self-integration), senza poter fare riferimento ad una legge normativa e a regole di condotta che gli indichino una via precisa. Perciò finisce con l’assimilarsi, bene o spesso male, alla sottile e invadente cultura italiana diffusa, s’intende nelle sue parti obbligate (regime lavorativo, affitti e vicinato, immaginario consumistico). Ma resta privo di una meta sociale da far sua, e infatti non interviene nella vita politica, se non nei circoscritti canali della rivendicazione auto-ghetizzante (tipo i Consigli degli stranieri nei Comuni, puramente consultivi e facilmente strumentalizzabili da una sinistra radical-chic in patetico raccatto di visibilità). Vive rintanato in casa o nei loro circoli informali, non avendo neppure, di regola, dei luoghi fisici di aggregazione, eccezion fatta per le moltissime moschee-scantinato o le chiese delle altre confessioni (ortodossi, evangelici ecc). E facendo questo, fanno il gioco degli xenofobi da quattro soldi, il cui sogno è avvistarli soltanto alla pressa o al tornio, sul posto di lavoro, per non averli fra i piedi la sera, quando anche i lavoratori stranieri, poveri cristi, staccano. L’identità che si portano in spalla all’arrivo viene così consumata dal Consumo, gradualmente e lentamente erosa dall’invisibile lavorìo dell’industria culturale di massa. Non da un meditato disegno dall’alto, dove la politica italiana non ha uno straccio d’idea di fondo, e abdica a favore del supermercato delle identità.

Ecco, l’identità. La raffazzonata Italia unitaria uscita da un Risorgimento elitario e col principale nemico in casa (la Chiesa di Roma), col senso patrio tramortito da un fascismo che lo drogò e da una Repubblica resistenziale che lo affossò, risultanza storica di secoli di imbelle sudditanza allo straniero, quest’Italia cogestita per cinquant’anni dalla Dc filo-atlantica e dal Pci filo-sovietico e negli ultimi venti da una manica di cialtroni ai piedi degli Usa e dei banchieri centrali europei, ha tutto fuorché un’identità nazionale degna di questo nome. A questa tara storica si è sovrapposta la disgregazione della santa differenza e dei sacri particolarismi, causa globalizzazione (o, se si vuole, americanizzazione: gli Usa ne sono l’epicentro irradiatore e il modello plastico), nei costumi e nei consumi. Un virus penetrato nelle viscere del sentire comune, come del resto ha fatto in tutti gli altri popoli d’Occidente. Ma nella Penisola ha trovato meno ostacoli, partendo noi da un retroterra di unità e orgoglio nazionale molto più debole e incerto rispetto, per esempio, alla Francia o alla Germania. Di qui potrebbe venire la tentazione di derubricare il “problema identitario” come un falso problema. Non lo è, ma è malposto, sia da chi s’illude che ve ne sia una, sia da chi ci sputa sopra, sputando sopra un morto.

Perché il grande problema è che noi italiani (ed europei) un’identità non ce l’abbiamo più, o ne abbiamo una che fa acqua da tutte le parti: ecco cosa fingono di non capire quei buontemponi reazionari degli identitaristi. Come scrivo nel mio libro di prossima uscita, “Mare monstrum. Immigrazione: bugie e tabù” (Arianna Editrice) «dovremmo anzitutto lavorare su noi stessi, abbandonando noi per primi la nostra stessa non-cultura di stronzi dediti alla miserabile vita di ansia e consumo. La vita di comunità ne è l’antitesi. Se prima non ripudiamo il vitello d’oro, gli immigrati avranno buon diritto a reclamare la loro fetta di miseria, mentre noi non ne avremo nessuno per impartire lezioni agli ultimi arrivati».