Ci sarebbero tanti modi per rendere omaggio alla memoria di uno dei figli migliori che questo nostro paese ha concepito negli ultimi anni. Uno tra i tanti, sicuramente il più ricorrente, è quello di ricordare chi era Stefano Rodotà e quali sono stati i suoi traguardi personali e civili, accademici, politici. Ebbene cominciamo facendolo anche noi, ricordando che Rodotà è stato un brillante accademico italiano, un giurista affermato e non soltanto in Italia: ha insegnato in Inghilterra, Francia, Germania, Stati Uniti, Australia. Spesso Rodotà veniva citato come costituzionalista, soprattutto durante il confronto in merito allo scorso referendum costituzionale (che lo vide saldamente a sostegno delle ragioni del NO), benché in realtà non lo fosse: è stato professore ordinario, poi emerito, di diritto civile. Il fatto è che, come molti hanno scritto, il suo sguardo si è spesso posato su temi politicamente innervati: diritti civili, libertà, bioetica.

Stefano Rodotà è stato uno dei più prestigiosi sostenitori del fronte del NO.

Dal 1997 al 2005 è stato Garante per la protezione dei dati personali ed è stato il primo a ricoprire tale incarico. È stato il primo presidente del PDS, subito dopo la svolta della Bolognina, e nel 1992 fu eletto Vicepresidente della Camera dei Deputati: come Presidente gli fu preferito Giorgio Napolitano. Lascia dietro di sé una vita intensissima e piena di aneddoti: il fortissimo impegno politico, l’esperienza nei radicali al fianco di Marco Pannella, la candidatura alla Camera offertagli nel 1979 dal PCI di Berlinguer e da lui accettata, lo scontro col Presidente della Repubblica Pertini, quello con Cossiga, quelli col Presidente della Camera Nilde Iotti, l’opposizione durissima a Berlusconi, la profonda divisione di vedute con Renzi e, quindi, con Giorgio Napolitano. Senza dubbi un percorso pieno di successi, medaglie e mostrine, ma non è questo a rendere Rodotà l’intellettuale indimenticabile che è stato. Non sono i suoi traguardi a lasciarci spaesati, davvero sconcertati, alla notizia della sua morte. Rodotà è stato un libertario straordinario: era uno che sapeva stare in minoranza, che era impossibile zittire, dinamico e instancabile, precursore e giovane, intelligente e coraggioso, onesto e prodigo. Tutte caratteristiche che nella politica di oggi sono completamente assenti.

Rodotà ha avuto la capacità di prevedere i grandi temi e di richiamare tutta la politica, senza sconti per nessuno, alle sue responsabilità.

Stefano Rodotà è stato qualcosa di più di sé stesso: è stato una metafora, un emblema, e la sua vicenda è l’allegoria che meglio risalta le contraddizioni, le contiguità, le ipocrisie, le disonestà, i contagi, i miasmi e i liquami tossici della politica italiana. Stefano Rodotà è stato l’ostacolo contro il quale si è finalmente squarciato, nell’aprile del 2013, il velo dietro il quale si nascondeva il marciume dell’inciucio italiano e ha rappresentato l’impietosa lente posta sull’aspra miseria di un sistema politico agonizzante che, mortalmente ferito, maleficamente lottava e mordeva per perdurare la sua squallida autoconservazione. Qualche codardo, qualche vigliacco, qualche lestofante deve ancora spiegarci “perché no a Rodotà” e chiarirci perché in quei giorni si decise di negare alla Repubblica la sua stessa vocazione.

Non furono solo i grillini a chiederne l’elezione a Presidente della Repubblica, ma tutto il popolo italiano.

L’attuale legislatura, la XVII repubblicana, era da poco cominciata e la vittoria del PD di Bersani alle elezioni non fu sufficientemente ampia da garantirgli una maggioranza salda in Parlamento. Contestualmente si rendeva necessaria l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, dal momento che il mandato di Napolitano giungeva al termine. Il Movimento 5 stelle ricorse alla solita, benché opinabile nei modi, consultazione nel web per individuare il nome del successore da proporre: alla fine si confluì sul nome di Stefano Rodotà. La candidatura di Rodotà al colle nel 2013 è estremamente significativa dal punto di vista storico in quanto essa è stata letteralmente democratica e repubblicana: il popolo, a gran voce, con intenti di autodeterminazione e partecipazione alla definizione di quella delicata fase della vita della cosa pubblica, invocò la sua elezione. La candidatura di Rodotà al Quirinale ha costituito una cesura memorabile nella storia del paese: in quel preciso momento la politica decise di dimostrare la sua reale vocazione autoreferenziale; in quei giorni venne smascherata l’annosa ipocrisia del ventennio berlusconiano, un ventennio di farse e teatrini, e si capì finalmente che in tutti quegli anni la destra di Berlusconi e le finte sinistre italiane erano sempre state d’accordo, ingannando e truffando il paese. Dopotutto, ben dieci anni prima fu lo stesso Violante, capogruppo dei DS alla Camera, ad ammetterlo candidamente con un discorso scioccante, di fianco a un disperato e ben più politicamente scaltro Piero Fassino. Ovviamente in pochissimi ne parlarono allora, nessuno lo ricorda oggi.

Memorabile passaggio di Violante alla Camera col quale si ammise l’esistenza di una sorta di accordo risalente al ’94, col quale si garantì a Berlusconi che non sarebbero state toccate le sue reti televisive e difatti non venne varata alcuna legge sul conflitto d’interesse. Colpisce, a distanza di tanto tempo, l’espressione di Piero Fassino.

La presenza del Movimento 5 stelle in Parlamento costituiva un pericolo fatale per quel sistema e un Presidente della Repubblica come Rodotà avrebbe di fatto reso impossibile il perdurare di certe logiche. Al Presidente del popolo si preferì quello della politica e si decise di rieleggere quello che per molti è stato il peggior Presidente della Repubblica che l’Italia abbia mai avuto. Non era la prima volta che gli succedeva qualcosa di simile. Nel 1991 gli venne chiesto di scrivere la prefazione al nuovo libro in uscita a firma di Barbacetto e Veltri dal titolo “Milano degli scandali”. Non si rifiutò e non sottrasse il PCI milanese a giuste critiche, giuste dal momento che successivamente si rivelarono ben fondate. Questa sua libertà gli costò la carica di Presidente della Camera, che come si è detto venne riconosciuta nel 1992 ancora a Napolitano.

Vorremmo sbagliare, sarebbe nel nostro stesso interesse che tutto questo non fosse vero e allora, dalle colonne del nostro giornale invochiamo una smentita: che una volta per tutte qualcuno abbia il coraggio e la forza di argomentare “perché no a Rodotà” e perché lo stesso Partito Democratico abbia deciso di non appoggiarlo. La verità è che nessuno potrebbe mai essere in grado di convincere in tal senso, dal momento che Stefano Rodotà sarebbe stato un magnifico Presidente della Repubblica, avrebbe garantito il prestigio alla più alta carica dello Stato che è poi finita per passare dal tutto (e male!) di Napolitano allo sciapo vuoto cosmico di Sergio Mattarella. Naturalmente nessuno nel sistema d’informazione in Italia pone l’accento su certi temi, ed è quindi ancora una volta difficile dar torto a chi invitava a sfogliare i giornali «come romanzi di fantasia che poi il giorno dopo – o anche il giorno stesso – vanno molto bene per accendere il fuoco o per andare al cesso».

È bello immaginarselo da giovane Stefano Rodotà, inconsapevole di quanto sarebbe stato in grado di rappresentare, vivace ed entusiasta lettore e poi collaboratore de Il Mondo, fine intellettuale nato dalle macerie della seconda guerra mondiale. È romantico pensare che Rodotà abbia in qualche modo saputo raccogliere e degnamente ereditare lo spirito della resistenza partigiana e che sia stato in grado di declinarlo pienamente in chiave civile e istituzionale. A proposito di questo vengono alla memoria delle bellissime parole di Giorgio Bocca che, ci si perdoni la licenza, potrebbero esser state scritte per lui:

«la prima e più importante cosa che i libri di storia non spiegano, che i documenti non raccontano della guerra partigiana è questo stato d’animo di libertà totale ritrovata proprio negli anni in cui un giovane normale conosce il suo destino obbligato: quale posto, quale lavoro, quale ceto, quale donna sono stati preparati e spesso imposti per lui; quale sarà la sua prevedibile vita, quali vizi dovrà praticare per cavarsela, dove troverà il denaro per campare. E invece, d’improvviso, in un giorno del settembre del ‘43, si ritrova totalmente libero, senza Re, senza Duce, libero e ribelle, con tutta la grande montagna come rifugio».

Siamo tristi anche per questo, perché assaporiamo l’amarezza di non poter piangere, finalmente e dopo tanto tempo, la scomparsa di un degno “Presidente emerito”, con la rassegnata consapevolezza che questo non accadrà nemmeno nel prossimo futuro e restiamo ancora una volta tormentati dai soliti e sempre più ricorrenti interrogativi: chi siamo? Chi resta?

Stefano Rodotà è stato un uomo impegnato e instancabile nelle sue battaglie politiche e lo è stato fino all’ultimo respiro.