Uno degli elementi fondamentali della politica è il linguaggio. Ogni partito si definisce attraverso un suo preciso lessico e tramite sue frasi ridondanti, interpretando la realtà esterna attraverso di essi, secondo parole e concetti che le danno significato. Al giorno d’oggi, il termine che in politica impazza è certamente quello di sovranismo.

Sovranisti vengono definiti gli schieramenti di destra europei, da quelli del cosiddetto gruppo di Visegrad fino alla Lega di Salvini e al Rassemblement National di Marine Le Pen. Sovranista è un aggettivo che, al giorno d’oggi, indica generalmente chi crede nella lotta all’immigrazione, chi si dice pronto a disobbedire ai trattati e alle direttive europee, anteponendo ad essi gli interessi nazionali, ma anche chi, sui temi etici e civili, manifesta una sensibilità conservatrice, osteggiando ad esempio le coppie omosessuali, i nuovi tipi di famiglia, oltre a mostrare una netta chiusura nei confronti delle minoranze etniche e religiose, soprattutto islamiche.

Matteo Salvini e Marine Le Pen

Il sovranista tipo sarebbe quindi un conservatore a tutti gli effetti, intento ad affermare il primato della propria nazione a tutti i costi. Obiettivo che spesso gli vale, sui media, la definizione negativa di nazionalista. Ma se, come dicevamo nell’incipit, il linguaggio in politica è tutto, va anche sottolineato che a volte le parole possono essere rubate, manipolate, usate subdolamente per contrastare qualcuno.
A lamentare la strumentalizzazione del termine sovranismo, sono proprio coloro i quali una certa ideologia l’hanno creata, che si ritengono ormai quasi inesorabilmente danneggiati dall’azione di chi ha in mano la comunicazione di massa e che, udite udite, con la destra di Orban non c’entrano proprio nulla.

Sebbene la maggior parte dell’opinione pubblica non lo immagini minimamente, la corrente sovranista più pura nasce a livello extra-parlamentare, da piccole associazioni che si rifanno a una cultura socialdemocratica e statalista. Niente a che vedere con la messa a bando delle coppie omosessuali o la pantomima del presepe di meloniana memoria. Al contrario, tanti riferimenti politici che affondano le radici nella ben nota cultura progressista, incentrata sul keynesismo e sul concetto, in voga nella Prima Repubblica, di “Stato imprenditore”.

Si fanno chiamare appunto “sovranisti costituzionali” (per differenziarsi dai “cattivi” dei fili spinati), perché pensano che la nozione di sovranismo sia già insita nella versione primigenia della Costituzione del 1948, lì dove, ad esempio all’articolo 11, si accettano solo “limitazioni” e non cessioni di sovranità. “In condizioni di parità”, che oggi essi non ravvisano affatto.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. (Costituzione italiana, art. 11)

Essi pongono l’accento sul titolo terzo della Carta fondamentale, quello meno conosciuto dei Rapporti Economici, in cui secondo la loro analisi ci sarebbero tutte le ragioni per rigettare l’adesione all’Unione europea. Non solo perché l’articolo 47 recita che “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”, ma in sostanza poiché in questa parte del testo costituzionale emerge una evidente differenza di pensiero tra il modello economico di Maastricht e quello concepito dai padri costituenti.

Maastricht è la consacrazione del libero mercato e della globalizzazione, siccome difende la libera circolazione dei fattori della produzione: cioè le merci, i servizi, il capitale e le persone. La Costituzione italiana, invece, pur restando liberale e consentendo l’iniziativa individuale, non dà per scontato che tali fattori non possano essere limitati e disciplinati, in virtù della giustizia sociale e della piena occupazione.

Emblematico ad esempio l’articolo che ammette l’esproprio a fini di interesse pubblico:

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale. (Costituzione italiana, art. 42 comma III)

Una previsione che in Ue sarebbe vista come un ostacolo alla concorrenza, così come le partecipazioni pubbliche nell’azionariato delle aziende e gli aiuti di Stato, attività che la nostra Costituzione ispira e che dall’Europa sono rese assai difficili, oltre che stigmatizzate come un esempio di bieco dirigismo.

E poi il punto chiave per i sovranisti costituzionali, ossia la Banca Centrale. Essi non hanno dubbi che questa debba essere controllata dal governo e debba finanziare direttamente la spesa e il debito pubblico. Un sacrilegio infatti, a loro avviso, il famoso “divorzio” del 1981. Fu soprannominato così l’atto con cui si decideva che la Banca d’Italia non dovesse più acquistare i titoli rimasti invenduti, una prassi che teneva bassi gli interessi sul debito e assicurava liquidità costante, anche grazie agli scoperti di conto che il Tesoro poteva sfruttare.

La loro visione può non piacere ma è sicuramente molto più avanzata di quella dei sovranisti “mediatici”, che si limitano a dire che batteranno i pugni sul tavolo e chiuderanno i porti, e soprattutto testimonia una visione politica molto più vicina alla cultura di sinistra che a quella destrorsa. Il sovranismo di sinistra insomma esiste, se così vogliamo definirlo. E come non potrebbe esistere se torniamo con la mente a chi gridava “Patria o muerte” (dicono si chiamasse Ernesto Guevara. Anche se lui, bisogna precisare, era molto meno democratico).

Del resto, basta consultare la Treccani per leggere, alla voce “Sovranismo”, non il ritratto di qualche bifolco del Wyoming, ma anzi la seguente definizione:

Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione

Questo lo hanno ben chiaro certi piccoli movimenti più o meno sconosciuti che fanno i loro primi passi in politica, presentandosi alle elezioni comunali o regionali. Qualche nome? Il Fronte Sovranista Italiano di Stefano D’Andrea e il Movimento Popolare di Liberazione di Moreno Pasquinelli. Prima o poi, forse, li leggeremo anche sulle schede elettorali nazionali e lì, almeno, potremo farci notare dicendo che a noi non suonano poi così nuovi.