Il fatto che la politica, soprattutto certa politica, sia stata, in determinate fasi della storia del paese, in netto contrasto con il mondo sindacale non fa certamente notizia. Ogni qualvolta che un esecutivo decida di intervenire, perlopiù in ottica di ridimensionamento, sulla sfera dei diritti dei lavoratori (per qualche sciocco si parlerà di privilegi), il sindacato reagisce, ultimamente forse finge di farlo, mettendo in campo un’azione di lotta e resistenza. Ebbene, come si diceva non fa notizia: il ricordo, quantomeno quello direttamente vissuto e testimoniabile, va al duello feroce fra Silvio Berlusconi e quello che probabilmente è stato l’ultimo vero leader sindacale italiano, Sergio Cofferati. Come molti ricorderanno, Berlusconi voleva realizzare la sua rivoluzione liberale e opinava che essa passasse attraverso l’abolizione delle tutele contro il licenziamento illegittimo. Cofferati era di avviso differente e scese in piazza con uno sciopero generale che di fatto congelò tale devastante intento, fino all’avvento dell’erede politico di tale intendimento, Matteo Renzi. Purtroppo, a differenza di Berlusconi, Cofferati non ebbe eredi sindacali di pari portata e il secondo round si concluse con il Jobs Act. Il resto è storia.

Nel 2002 Cofferati portò in piazza milioni di persone in difesa dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

Quello tra parti sociali e governo è uno scontro fisiologico in un sistema democratico, laddove infine è giusto prevalga una parte sull’altra, senza che la soccombente disconosca la legittimità della controparte. Quella che stiamo vivendo noi, invece, è una fase piuttosto inedita e inquietante, nella quale il sindacato è dipinto come soggetto inutile, pantano di inefficienza economica, freno allo sviluppo industriale del paese e, soprattutto, circolo eletto di concussi, fannulloni e privilegiati. La politica nel suo insieme non spende ormai più, eccezion fatta per piccole e purtroppo insignificanti realtà, parole di conforto verso le organizzazioni cui è affidato il compito di rappresentare collettivamente i lavoratori. Il silenzio della maggioranza, se non dovesse bastare, è accompagnato dalle urla feroci con le quali si attacca il sindacato e se ne auspica il superamento: nonostante Grillo (e non solo lui) abbia precisato che la critica sarebbe rivolta principalmente alla triade confederale (CGIL, CISL e UIL), in diverse occasioni il Movimento ha invocato il superamento del modello rappresentativo in azienda, in favore di un sistema a rappresentanza diretta, dove ogni lavoratore dovrebbe avere la possibilità, si presume, di rappresentare autonomamente e singolarmente le proprie ragioni, in contrapposizione alla parte datoriale, con la stessa forza attualmente espressa dalle organizzazioni sindacali. Nonostante i 5 stelle siano i più accaniti critici nei confronti dell’attuale modello, probabilmente sono i meno pericolosi dal momento che tale orientamento è sicuramente più dettato da ignoranza e incompetenza che da un reale intento lesivo nei confronti della rappresentanza sindacale. Che tale impostazione sia demenziale ne è prova provante proprio il Jobs Act: laddove la legge indebolisce e precarizza drammaticamente la posizione del lavoratore in azienda, rendendolo licenziabile con grande semplicità, appare maggiormente impensabile un modello di rappresentanza diretta individuale, ma ci torniamo.

Il Movimento 5 stelle è sicuramente l’organizzazione più critica nei confronti dei maggiori sindacati italiani

Quello che intanto si vuole sottolineare è che l’accanimento, politico e mediatico, nei confronti del sindacato è sicuramente strumentale al disegno complessivo della sua distruzione: l’opinione pubblica deve essere drogata e aizzata contro i soggetti di rappresentanza aziendale, affinché rimanga indifferente, se non persino appagata, nell’assistere alla loro decadenza, al loro avvizzimento, alla loro soppressione. Su queste colonne lo abbiamo evidenziato in diverse occasioni, e probabilmente siamo stati gli unici a farlo, ma dinanzi all’incompetenza complessiva di chi analizza certe dinamiche e certi fenomeni è sicuramente necessario ancora una volta sottolineare un aspetto: che il Jobs Act fosse stato ideato al fine di rilanciare l’economia e l’occupazione del paese ormai lo credono solo quattro esaltati, ma si noti anche che l’intento delle norme in esso contenute andava ben oltre il ridimensionamento dei diritti soggettivi dei lavoratori. Il disegno del legislatore era assai più ampio e il reale obiettivo non era quello di modificare il diritto del lavoro in senso stretto, bensì quello di intervenire indirettamente, ma non di meno incisivamente, sul diritto sindacale.

È bene sottolineare dunque ancora una volta che l’imprenditore non tragga vantaggio dalla tristezza del lavoratore o dalla sua licenziabilità in quanto tale: perché un imprenditore dovrebbe voler licenziare i suoi dipendenti? Il punto infatti è un altro. Abbiamo già detto che il Jobs Act abbia in realtà reciso proprio quel fisiologico e sereno contatto che dovrebbe esistere tra lavoratori e organizzazioni sindacali: un lavoratore demansionabile arbitrariamente, licenziabile arbitrariamente e costantemente sottoposto al controllo a distanza non potrebbe mai decidere, con la stessa serenità di spirito, di organizzarsi e contrastare la parte datoriale, dal momento che risulterebbe troppo esposto ad eventuali ritorsioni da parte del padrone. Questa è l’attuale situazione dei lavoratori italiani.

A questo punto però appare difficile esimersi dal riconoscere in capo al sindacato importanti responsabilità morali e politiche. In relazione alle prime siamo ormai rassegnatamente abituati a leggere degli scandali relativi alle incredibili retribuzioni in favore di importanti dirigenti sindacali, come pure di congressi celebrati in crociera. Su questo davvero si può aggiungere poco. Sulle seconde invece un sassolino dalla scarpa ce lo dobbiamo proprio togliere. È apparsa davvero strana questa svista della CGIL relativa al quesito referendario sul licenziamento illegittimo. Il quesito, ben oltre il limite costituzionale all’abrogazione, aveva contenuti marcatamente propositivi e non è stato pertanto ammesso. Appare incredibile che la più grande organizzazione sindacale italiana possa commettere un errore tanto imbranato, soprattutto se la vicenda viene osservata in “combinato disposto” con gli interventi legislativi che hanno di fatto reso non necessari gli ulteriori quesiti referendari, archiviando definitivamente la parentesi referendaria e la stagione che si stava aprendo sulla materia. Che il tema principale del referendum fosse la tutela contro il licenziamento illegittimo pare banale e allora ci si chiede come mai la CGIL, prendendo atto degli errori formali commessi nella redazione del quesito referendario in oggetto, non proceda con una ulteriore iniziativa referendaria, questa volta pertinentemente redatta. Tutto questo è quantomeno sospetto. Ognuno maturi la propria convinzione.È chiaro che in un contesto del genere, quando il politicante da strapazzo in televisione attacca il sindacato, l’ascoltatore non ha in animo la voglia di prenderne le difese, questo seppure tale attacco richiami molto quello dei fascisti al “parlamentarismo” immobilizzante negli anni ’20.

Al netto di questo insieme di premesse, tuttavia, resta immutato il quesito di fondo e la scelta su un modello che abbiamo il dovere di assumere. Dobbiamo chiederci se il sindacato sia utile o meno; se sia meglio un mondo con o senza sindacati. Non possiamo in questa sede pensare di raccontare la storia del sindacato, in Italia e nel mondo, e le infinite formule che il sindacato nella sua evoluzione ha assunto. Tantomeno appare utile procedere al richiamo dei tanti esempi virtuosi che nella vicenda sindacale si siano espressi. Appare più utile, quantomeno in questa sede, dar risalto a un dato di massima evidenza empirica: maggiore è il tasso di sindacalizzazione di una società, minore è la concentrazione di ricchezza nelle mani della élite più ricca.

Il riscontro è confermato trasversalmente a molti paesi nei quali si sia proceduto alla medesima rilevazione

Il riscontro è confermato trasversalmente a molti paesi nei quali si sia proceduto alla medesima rilevazione

Sostenere che la politica sia tutta marcia aiuta i farabutti che della politica hanno fatto una cartella di rendita. Specularmente, sostenere che il sindacato sia inutile e completamente compromesso è il miglior assist che si possa offrire a chi nel sindacato veda un’occasione per speculare e bivaccare. Che piaccia o no, nel rapporto di lavoro (e col Jobs Act questo è massimamente più vero!) esiste una parte debole e una forte: la parte debole è quella del lavoratore, il quale non ha altra possibilità – al fine di contrapporsi efficacemente alla pretesa del padrone – se non quella di organizzarsi e di costituire un unico soggetto in grado di fronteggiare la controparte datoriale. Per quanto si possa auspicare uno scenario nel quale l’armonia regni sovrana, gli interessi del padrone e quelli del lavoratore, maggiormente in una fase di vacche magre, restano inesorabilmente contrapposti o, perlomeno, parzialmente tali.

Un discorso di Giuseppe Di Vittorio ci ricorda che un altro sindacato è possibile

Il lavoratore, così come il cittadino, ha il dovere di tornare a interrogarsi seriamente in merito al proprio posto in seno alla società e di prendere coscienza del ruolo che può e ha il dovere di ricoprire nel processo del divenire perché una forte eco hanno, giustamente, le tristi vicende interne al sindacato più marcio, ma in pochi raccontano la storia di tanti lavoratori che criticano il sindacato perché magari questo si sia rifiutato di proteggere sacche di inefficienza, di far ottenere favoritismi e concessioni particolari, di inoltrare segnalazioni e raccomandazioni. Ognuno di noi si interroghi anche su quanti siano quei lavoratori che più di tutti aspramente criticano il sindacato al fine di celare, male e maldestramente, la vigliaccheria tipica dell’uomo pavido che preferisce restare nell’ombra, con quel solito atteggiamento molle e puzzolente di chi preferisce chinarsi e blandire, con la furba e strategicamente parassita consapevolezza di poter trarre comunque vantaggio dalla lotta sindacale perché tanto ci saranno sempre i soliti “idealisti”, quelli che avranno nonostante tutto lo stomaco di metterci la faccia.