Nel giugno 2013, in un’ossequiosa quanto museale intervista di Eugenio Scalfari a Giorgio Napolitano, quest’ultimo, parlando del suo passato come alto dirigente del PCI, ha pronunciato il consueto coming out radical-progressista della sinistra così come l’hanno conosciuta quelli della mia generazione: “Oggi non possiamo non essere liberali”. In fondo, nulla di nuovo. Ancora più recente, e per certi versi più eclatante, l’intervista a Fausto Bertinotti che, ormai avvezzo all’autocritica, non fa altro che legittimare tardivamente, sul piano politico-culturale, l’oceanico iato tra parole politiche e vita privata. Qui la sortita arriva certamente in un contesto e in un’analisi più articolata e interessante, la quale, al di là dell’endorsement al liberalismo, reca in filigrana i sintomi di un’epoca. Ad esempio, alla domanda se sia arrivato il momento di coniugare liberalismo, post-comunismo e cattolicesimo politico, Bertinotti risponde candidamente e convintamente di sì; come se non fosse mai esistito un certo Partito Democratico e un certo Romano Prodi, come se non avesse vissuto da (co)protagonista (anche se lui, probabilmente, preferirebbe “antagonista”) gli ultimi vent’anni di storia italiana. Dietro alla patina di gossip di questi due eventi apparentemente superficiali, si celano le ragioni storiche della progressiva crisi del PCI e della sinistra italiana. Crisi che implica la graduale assimilazione, seppure apparentemente si sostenga il contrario, dell’individualismo moderno, dell’erosione degli Stati nazionali in favore della libera e globalizzante mobilità delle merci camuffata da impeto cosmopolita (volentieri confuso con l’internazionalismo proletario), del consumismo e, in generale, di quei tratti della modernità che innervano il capitalismo contemporaneo.

In questo graduale rovesciamento, la sinistra si è condannata ad essere o una forza eterea e impalpabile, utile soltanto come rinforzino parlamentare al centro progressista, oppure come votata al non-essere, pateticamente snobbata dalle stesse categorie di cui pretende farsi portavoce. Nessuna retorica: essa è diventata il vuoto poiché ha abdicato ad ogni ruolo storicamente continuativo rispetto ai temi del lavoro, della politica estera e del rapporto tra singolo e società/comunità/stato, trincerandosi dietro la difesa dei diritti come ragione di vita e adeguandosi alle strutture dominanti della società odierna. La sinistra è il vuoto perché rispetto ai paradigmi della modernità non è riuscita a sviluppare un’istanza critica, ma si è impantanata anch’essa nella rincorsa al voler essere moderni ad ogni costo, senza nemmeno capire, analizzare o prendere in considerazione cosa questa parola, modernità, potesse significare oggi. E, cosa più importante, è un vuoto quasi di necessità. Perché nel momento in cui gli intermediari politici del potere moderno ci sono già, e sono anche tanti, dalle formazioni liberalconservatrici a quelle liberalprogressisti, alla sinistra – cioè quella sinistra che nel linguaggio da barsport è la sinistra sinistra – non rimane spazio alcuno. La vera crisi della sinistra va cercato, quindi, nel venir meno di quel ruolo di opposizione, non tanto parlamentare, quanto storica ad un paradigma politico-culturale vigente e dominante. La cosiddetta modernità, compresa quella in cui viviamo, non è un terreno neutro; ma è figlio di rivoluzioni specifiche, quelle borghesi, che hanno supportato e radicato una serie di concezioni e di strutturazione della società e, quindi, di un certo modo determinato di concepire il rapporto tra gli individui e lo spazio politico. Con la questione del distacco e dell’elaborazione del fallimento del comunismo sovietico novecentesco, la sinistra italiana ha confuso un auspicabile superamento e analisi di quelli eventi storici con la critica e la presa di distanza da un certo folcloristico nostalgismo naive particolarmente presente nelle microscopiche formazioni politiche dell’area cosiddetta antagonista. In parole semplici, fare i conti con la modernità ha significato l’assimilazione acritica e suicida.

Vendola e il progetto di Sel incarnano l’ultima e massima esemplificazione di un mutamento nella sinistra in atto all’incirca dagli anni sessanta (di cui il sessantotto, con i suoi meriti e i suoi limiti, ne rappresenta un momento decisivo). Un mutamento che ha portato la sinistra a rinchiudersi nella difesa dei diritti e delle minoranze, pensando di costruire su questo la propria specificità, e finendo, inconsapevolmente, ad assimilare l’impostazione individualistica di un’epoca. Il risultato è un’autocondanna all’irrilevanza. Vendola, e non solo lui, non si sono accorti che le istanze civili vengono prodotte dalla società e non dai partiti. Una qualsiasi destra moderna può rivendicare la difesa degli omosessuali tanto quanto la sinistra in nome dei diritti civili dell’individuo. Non è un caso che, in tempi recenti, risultati concreti in materia di diritti di coppia sono stati ottenuti nell’Inghilterra di David Cameron, leader del partito conservatore. Un altro errore, ancora più esemplare, emerge dal tema dell’immigrazione. Dietro le ragioni di un vago umanitarismo, la sinistra odierna, rispetto alla xenofobia delle destre, rappresenta l’altra faccia della medaglia di un modo di affrontare il problema inadeguato e retorico. Ciò che manca è l’aspetto sostanziale della questione: cioè un’analisi delle cause economiche e dei meccanismi sociali del fenomeno e di come esso si agganci alla dinamica capitalista, la quale decide il destino dell’immigrato in funzione di aggiunta alla massa lavoro natia di un paese oppure in sostituzione; determinando, in quest’ultimo caso, quella competizione che porta alla lotta tra poveri. All’interno di un paradigma di lotta di classe, la questione ricade, quindi, non tanto nell’apertura indiscriminata delle frontiere, quanto sulla parità dei diritti e dei salari minimi per evitare che il migrante venga strumentalmente usato dal capitale come deterrente alle rivendicazioni sociali di un paese. Invece, la questione viene spostata sull’ideale cosmopolita dell’abbattimento degli stati nazionali, supportando, in realtà, un modello capitalistico di globalizzazione. Purtroppo, però, abbattuto il dato nazionale, il potere cessa di essere politico e si sposta necessariamente da altre parti: vale a dire l’economia e la finanza; e i singoli diventano atomi irrelati funzionali unicamente ai rapporti economici. Allora, il problema dell’immigrazione diventa esemplare di quell’assimilazione dell’individualismo che si ritrova in altri fenomeni della sinistra contemporanea: uno su tutti, i movimenti no global di cui, per riallacciarci all’inizio dell’articolo, Bertinotti è stato ed è tutt’ora un grande promotore. Qui, sotto l’idea dell’abbattimento degli stati nazionali, delle frontiere e alla libera circolazione in funzione anti-imperialistica si completa solamente quel processo di globalizzazione economica che necessitava di un supporto politico-culturale. Allora, l’individuo no-global estirpato da qualsivoglia comunità, convintamente e orgogliosamente cosmopolita, diventa una mera astrazione indistinguibile dalla concezione neoliberale. Di più: diventa un ignaro meccanismo perfettamente inserito in una dinamica che invece di essere no-global diventa iperglobale.

Il folclore di piazza, le manifestazioni e gli scontri, diventano un elemento solo in apparenza antisistema, in realtà pienamente tollerato e, anzi, parte necessaria dello straordinario dinamismo del sistema capitalistico. Ad oggi, il capitalismo ha vinto la sua battaglia culturale proprio perché ha inglobato tutte le istanze che venivano dal mondo post-comunista, riuscendo perfino ad imporre a quest’ultimo il proprio paradigma ontologico-politico. Il trauma del fallimento del comunismo novecentesco finì per bloccare qualsiasi resistenza o spinta di ripresa e ridiscussione seria dei compiti e delle eredità storiche della sinistra; così come l’elaborazione di forme alternative di democrazia rispetto a quella rappresentativa ormai instauratasi. In questo modo, venne lasciata alla galassia della destra tutta una serie di strumenti concettuali tramite cui ridefinire l’opposizione al paradigma neoliberale dominante. Termini come nazione e comunità, ad esempio; i quali, nonostante tutto, fanno parte della storia della sinistra e non hanno mai significato, per logica conseguenza, autarchia e chiusura xenofoba: si pensi solamente al socialismo post-bolivariano, alla Cuba di Fidel Castro, al patriottismo sandinista, fino ad alcuni momenti dello stesso Risorgimento italiano.

Da molti anni, sull’onda dell’interpretazione di Jean-François Lyotard della postmodernità in La condizione postmoderna (libro tanto citato in ambiente giornalistico, quanto non letto) circola la tesi che la crisi della sinistra sia da ascrivere a quel superamento delle “grandi narrazioni” e alla dissipazione della dicotomia destra/sinistra. Nondimeno si continua a ignorare che, almeno da un punto di vista ontologico-politico, cioè di ciò che ne esprime essenza e natura, esse siano categorie, non tanto superate o consumate, quanto propriamente mai esistite. Ciò che invece esiste e continuerà ad esistere sempre sono delle categorie giornalistiche, di costume e storiche (negare che le formazioni politiche abbiano un passato con cui confrontarsi e rispondere è privo di senso). Allora, al di là della superficie, bisognerebbe chiedersi rispetto a cosa la sinistra cosiddetta antagonista sia tale e, soprattutto, secondo quali ragioni strutturali. La lotta, oltre che nelle piazze, oggi si è spostata sul terreno del linguaggio e della mediazione culturale, secondo il paradigma gramsciano dell’egemonia; cambiamento che le elite neoliberali (si pensi alla Thatcher del “non ci sono alternative”) hanno compreso in pieno. Una sinistra che elude una visione profonda e articolata, non affidata ai vaniloqui folcloristici, si condanna in eterno ad essere parte del problema.