Si fa presto a dire che l’Europa “impone” o “comanda”, contribuendo di fatto a diffondere nell’opinione pubblica l’idea che bisogna obbligatoriamente ubbidirle. Un po’ meno invece nel ribadire che, se si vuole, si può far la voce grossa, rispolverando (se c’è ancora) qualche briciola di sovranità rimasta in qualche angolo di questo Paese.  Ormai da mesi si parla della questione alimentare e del fatto che dal 14 Dicembre 2014, il regolamento europeo 1169/11 ha abolito l’obbligo di inserimento dello stabilimento di provenienza o confezionamento della merce nelle etichette degli stessi. Che l’Europa abbia bisogno di preparare un terreno più fertile per piantare, gradualmente, i nuovi semi del TTIP (il Trattato di libero scambio tra Usa ed Ue), questa è un’ipotesi alquanto plausibile che spiega il perché, dopo numerose sollecitazioni, il Governo italiano sembra ancora temporeggiare, non mostrando di fatto l’intenzione di voler tutelare il Made in Italy e di conseguenza il consumatore.

Secondo Dario Dongo, l’avvocato esperto di food law intervistato da L’Intellettuale Dissidente, “In una circolare del luglio 2014, il Ministero per lo Sviluppo aveva dichiarato di non intendere mantenere la sede dello stabilimento in etichetta”, ci spiega, “ Il Ministro delle Politiche Agricole – ‘tirato per la giacca’ da decina di migliaia di firmatari della petizione lanciata dal blog ‘Io leggo l’etichetta’, da illustri rappresentanti della filiera alimentare e da varia stampa di settore – ha poi dichiarato, a gennaio 2015, la propria intenzione di notificare a Bruxelles la norma nazionale in questione, in vista del suo pur tardivo ripristino. Ma la notifica spetta alla Ministra dello Sviluppo Economico la quale, anziché recepire con prontezza l’istanza del Collega, ha dichiarato di voler aprire un tavolo di lavoro coi rappresentanti delle categorie, per valutare il da farsi”. Ma cosa può fare adesso concretamente l’Italia? E’ ancora in tempo?

“L’azione da compiere era ed è ben più semplice”, secondo Dongo, cofondatore altresì de Il Fatto Alimentare e ideatore di Great Italian Food Trade, “basta notificare alla Commissione europea una norma tecnica – contenuta in un atto avente forza di legge, in auge da 23 anni – già a suo tempo accettata in Europa poiché motivata da esigenze di tutela della salute pubblica e non ostativa della libera circolazione delle merci (in quanto non applicata ai prodotti realizzati in altri Paesi membri). E sostenerla con determinazione, a Bruxelles, anche sulla scorta di ulteriori argomenti quali la prevenzione delle frodi e la tutela della qualità identitaria dei prodotti”.

Riallacciandoci al discorso iniziale, a produrre più danni non è paradossalmente l’Unione Europa che con il suo regolamento già entrato in vigore elimina l’obbligo di inserimento delle sede di produzione dei prodotti (con questo non si vuole nemmeno difendere) ma l’inerzia italiana a non far prevalere la norma interna, unita di conseguenza alla sua connivenza. E per quanto riguarda i danni “dal punto di vista dei consumatori, il primo è di tipo sanitario”, spiega l’avvocato, “In ipotesi di crisi di sicurezza alimentare, l’identificazione immediata dello stabilimento di provenienza consente di correre ai ripari in tempi istantanei, e limitare i pericoli per la salute dei consumatori. Vi è poi un danno economico legato alla frode che deriva dalla messa vendita di prodotti presentati come italiani bensì realizzati all’estero. È chiaro infatti che l’originalità del prodotto in quanto ‘Made in Italy’ costituisce elemento determinante della scelta di acquisto”, ribadisce Dongo, chiedendosi a riguardo: “Quanti italiani acquisterebbero una pizza, una mozzarella, un gelato cornetto, una confezione di spaghetti a marchio italiano se sapessero che sono prodotti in Germania o in Lituania, o in Inghilterra?”

Altro scenario, non poco importante, è quello che si presenta come immediata conseguenza dall’entrata in vigore del regolamento già citato, in ambito internazionale. Omettere dall’etichetta le indicazioni sulla sede dello stabilimento di produzione della merce significa sferrare un duro colpo al Made in Italy, indurre al “suicidio”, per usare la dura espressione dell’Avv. Dongo il quale ci spiega più precisamente che “se il c.d. ‘Italian sounding’ può venire liberamente confuso con il ‘Made in Italy’, senza bisogno di informare i consumatori globali che un alimento dal marchio italiano é in realtà prodotto altrove, gli imprenditori più scaltri non esiteranno a trasferire le produzioni in altri Paesi, europei e non, dove ‘conviene di più’. Conviene di più perché si può costruire un capannone senza attendere due anni l’autorizzazione, conviene di più perché l’imposta sui redditi d’impresa è più bassa, conviene di più perché esistono incentivi fiscali o contributivi o di altra natura, e così via”. Ecco perché solo tutelando il Made in Italy possiamo salvarci.

Il fenomeno delle delocalizzazioni dei grandi marchi alimentari trova già testimonianza dietro conosciutissimi nomi: grandi colossi che rischiano (o decidono) di chiudere le loro sedi in loco per produrre altrove un prodotto che però continuerà a richiamare nomi (ad esempio) italiani. Diversi esempi sono contenuti in questo articolo de Il fatto Alimentare (Leggi QUI): emblematico il caso della Nestlè- marchio Buitoni- del quale risulta “incerto il destino dello stabilimento di Sansepolcro (AR), mentre il colosso svizzero concentra in Germania gli investimenti sulla produzione di pizze surgelate con nomi che – giusto a proposito – richiamano la Toscana”. L’unica strada, oltre quella della tutela del Made in Italy, consiste altresì nell’apprezzarlo e sceglierlo a partire dagli scaffali di un supermercato. Obiettivo, tra l’altro, per cui lavora costantemente Dario Dongo attraverso Great Italian Food Trade, un ambizioso progetto editoriale in otto lingue che ogni giorno valorizza il cibo italiano in tutto il mondo.