Il Mediterraneo è pieno di petrolio e gas. Secondo le stime più caute si tratta di miliardi barili, quanto basta per ridisegnare i rapporti di forza della geopolitica odierna. Ma la questione che più ci riguarda da vicino è capire chi sarà ad usufruire di questa immensa riserva energetica. La Croazia ha già fatto intendere che non cederà neanche di un passo sulla vicenda del petrolio. A partire dal 1947 – per effetto delle trattative di pace che seguirono la Seconda Guerra Mondiale – la Croazia detiene infatti il controllo di una piccola isola posta di fronte alla Puglia. L’isola, che ha nome Pelagosa ed è situata a circa 50 km dal Gargano, diviene a questo punto fondamentale. Essa consente lo sfruttamento delle risorse petrolifere e di gas in un territorio sufficientemente lontano per evitare eventuali problemi ambientali o di altra natura lungo le proprie coste.
Nel marzo scorso il governo croato ha pubblicato il bando di esplorazione per lo sfruttamento delle riserve adriatiche, ed entro novembre dovrebbe concludersi l’asta a cui parteciperà – insieme ad altri giganti internazionali – l’ENI, nel tentativo di accaparrarsi l’estrazione di simile ricchezza. Questo determinerà non solo il fallimento di tutte le proteste ambientaliste che a partire dal 2012 si oppongono alle trivellazioni nel Mar Mediterraneo, ma anche un grande rischio ambientale e paesaggistico per le coste italiane cui non seguirà peraltro nessun guadagno.
Intanto sul fronte italiano la situazione è forse ancor più complessa. Da una parte ci sono i governi Monti e Renzi che a suon di decreti legge hanno spianato la strada alle multinazionali in cerca del petrolio italiano, dall’altra c’è una sparuta minoranza che fa la voce grossa. Se per Renzi “Basilicata e Sicilia sono meglio del Texas”, per Salvatore Gabriele, sindaco di Pantelleria, bisogna rallentare. “Preferisco riempire il mare di passito piuttosto che di trivelle”, ha dichiarato il primo cittadino nei giorni scorsi. Ebbene, nonostante questo, in Sicilia Gabriele sembra essere una voce isolata. Nessuna manifestazione degna di nota è stata organizzata, e le stesse istituzioni – il paladino dell’ambiente da campagna elettorale Rosario Crocetta in primis – si son dimostrate alquanto compiacenti davanti alle decisioni del Governo, che col piano SEN (Strategia Energetica Nazionale) ha intenzione di raddoppiare entro il 2020 l’ estrazione di idrocarburi sul suolo italiano. Oltre a SEN, il Governo ha anche dato il via libera al progetto “Offshore Ibleo”, che prevede l’avvio di due perforazioni esplorative e la realizzazione di sei pozzi di produzione commerciale nel mare siciliano.
Certo, lo sfruttamento delle risorse sarebbe una svolta significativa per l’economia italiana: significherebbe svincolarsi dai rapporti di forza che legano il nostro Paese ai grandi nomi dell’energia mondiale, portare ingenti investimenti privati e creare posti di lavoro. Ma quale prezzo siamo disposti a pagare per ricercare questo traguardo? Attualmente nel Mediterraneo sono presenti nove piattaforme e 68 pozzi petroliferi, in parte responsabili, secondo Legambiente, del triste record d’inquinamento detenuto dal nostro mare (gli ultimi dati pubblicati parlano di oltre 100mila tonnellate di petrolio sversate in mare a causa di pratiche illecite e attività estrattive). Pescatori e operatori turistici lamentano preoccupanti flessioni della domanda causate da una situazione ambientale sempre meno sostenibile, mentre il mare continua a riempirsi di grandi impianti che, come cattedrali nel deserto, estraggono petrolio dal fondale e deturpano il paesaggio.
Tutto ciò va delineandosi oltretutto in un quadro internazionale estremamente intricato. L’embargo imposto dalla Russia a margine del conflitto ucraino ha rivelato con violenza la fragilità dell’Europa nella partita per l’approvvigionamento energetico. Il rischio che il prossimo inverno debba essere affrontato senza riscaldamenti inizia a farsi concreto, mentre i danni economici subìti dalle imprese (italiane e non) hanno già raggiunto livelli preoccupanti. Toccherà dunque al governo Renzi scegliere se continuare lungo la via degli idrocarburi o se piuttosto investire in settori tradizionalmente alla base della nostra economia; e lo dovrà fare tenendo conto di un quadro internazionale assai complesso, i cui principali attori sono l’embargo di Putin, la politica energetica dei nostri vicini di casa e gli interessi miliardari delle lobby petrolifere.