Nelle ultime settimane il Partito democratico – contenitore politico liberal-progressista che, causa pigrizia intellettuale, continuiamo comunemente a considerare il più grande partito della “sinistra italiana” – si è visto impegnato in una specie di congresso che più povero proprio non si può, in termini di candidati, idee, strategie politiche e numero di partecipanti. A contendersi le macerie lasciate da Renzi Matteo dopo tre o quattro anni di non gestione del partito troviamo oggi sfumature dello stesso colore, eccezion fatta forse per il giovane Dario Corallo, guarda caso eliminato già nella prima fase di scrematura interna.

Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, i due candidati di peso (non ce ne voglia il radicale Giacchetti), al netto della ormai inflazionata retorica del cambiamento tanto strombazzata, risultano infatti essere entrambi espressione convinta di quell’impianto politico e ideologico fatto proprio dalla sinistra italiana nel corso della sua pluridecennale degenerazione, senza alcuno scarto sostanziale in termini di progettualità rispetto alle esperienze politiche e di governo targate Pd degli ultimi anni.

Nell’incapacità più totale di sviluppare qualcosa di coraggioso, di innovativo e di incisivo in merito alle grandi questioni che interessano il nostro Paese, in casa Pd si procede con il pilota automatico, così avvallando la tesi tanto cara a una parte consistente del gruppo dirigente e del corpo militante democratico, per la quale il 4 Marzo scorso, lungi dal certificare tutte le mancanze proprie di una politica completamente schiacciata sugli interessi dell’alta borghesia, si sarebbe semplicemente fotografata la realtà di un’Italia ignorante e rozza, incapace di comprendere e di apprezzare le meraviglie del progressismo nostrano.

Non si spiega altrimenti la riproposizione acritica e praticamente identica di una linea a tratti infantile (“Stati Uniti d’Europa”), pavida e autolesionista (Nord Africa e Balcani, rapporti con Usa, Francia e Russia), ipocrita (immigrazione), classista (primato dei diritti civili su quelli sociali). La sostanziale convergenza dei principali candidati su queste questioni e su molte altre e l’assenza di elementi di discussione vera che non siano riconducibili alle rispettive appartenenze a cordate offrono una competizione al massimo all’insegna delle ambizioni personali, della carriera e del potere, dove il cambio di passo in termini politici è nella migliore delle ipotesi riconducibile a una più marcata retorica riguardante la “lotta alle disuguaglianze”.

Decisamente poco, vista l’assenza di una necessaria riflessione politica seria, critica e strutturata in merito alle condizioni del nostro capitalismo e della nostra società. Non bastassero comunque l’ideologia e i contenuti di merito, a ulteriore conferma di una realtà che predica il cambiamento ma che non può e non vuole cambiare, troviamo poi l’assenza più totale di una politica delle alleanze, dove l’ipotesi stessa di una possibile convergenza con il Movimento 5 Stelle viene utilizzata come strumento di lotta sui social, con militanti renziani esagitati impegnati a brandire l’accusa come una mazza contro Nicola Zingaretti, che ligio ai canoni del pensiero unico e del politicamente corretto della sinistra acqua e sapone si affretta a smentire ogni possibilità, senza spiegare come in mancanza di una politica capace di intercettare l’elettorato cosiddetto populista il Partito democratico possa conquistare, senza alleanze, il governo del Paese (grazie a Dio Forza Italia non basta).

In definitiva, che il congresso del Partito democratico si sia rivelato un’esperienza povera e priva di confronto autentico lo dimostra anche l’affluenza e la partecipazione degli stessi iscritti al Pd, appena 189.101 votanti (50,46%) sui 374.786 iscritti certificati aventi diritto di voto. Numeri davvero tristi, in tutti i sensi, soprattutto se si torna con la memoria alla capacità di mobilitazione esercitata anche solo dal Partito democratico di Pierluigi Bersani, già comunque avviato con convinzione lungo il sentiero del declino.

Numeri di questo tipo dimostrano che o la metà degli iscritti al Pd si disinteressa completamente del congresso del proprio partito o che la metà degli iscritti al Pd forse neppure è pienamente consapevole di essere tesserata. Magari tutte e due le cose insieme. Insomma, all’indomani delle politiche il Partito democratico era chiamato a compiere una scelta semplice, almeno sul piano delle opzioni praticabili: ricostruire un legame rinnovato con i ceti più genuinamente popolari, esclusi e piegati dalla globalizzazione, o proseguire nella rappresentanza quasi esclusiva di quella medio alta borghesia tutto sommato vincente.

Con un congresso che congresso non è, con le primarie, con il mantenimento dei punti fermi della precedente politica di centrosinistra il Pd sceglie sostanzialmente di essere quello che era ieri, né più né meno. Il populismo giallo-verde nostrano, immaturo e forse non pronto alla prova di governo, non sulla base di carenze strutturali ma di una mancata e imprescindibile preparazione teorica, organizzativa e operativa, può dormire sonni più che tranquilli.