Tremila anni fa, Epimenide di Creta elaborò un concetto che i secoli avrebbero consolidato come eterno. Il suo “paradosso del mentitore” spiegava, con una formula di assoluta semplicità, che una convinzione potesse reggere aspetti veritieri ed altri menzogneri nella medesima sostanza. “Tutti i Cretesi sono bugiardi”: tale asserzione sottolineava quanto la teorizzazione del filosofo ellenico avesse ragion d’essere. La morale è che un’elementare forma di linguaggio sia capace di affermare tutto ed il contrario di quest’ultimo. Nulla è concesso al caso, ma soltanto ai propositi e quindi consequenzialmente ai risvolti pragmatici. Se però le baggianate passassero dal gergo orale alle attuazioni istituzionali e trovassero terreno fertile nei Palazzi del potere, allora il discorso sarebbe flesso da storture macroscopiche e il contesto peccherebbe di mancata credibilità. Oramai, però, non conta godere di attendibilità e vantare un’operatività sociopolitica che giustifichi un plebiscito popolare. È più rilevante accalappiare consensi con la larga tela del quattrino, magari non beneficiando della legittimità elettorale necessaria. Il giudizio d’opinione si concilia con l’opportunità di badare ai propri interessi e il voto diviene mezzo per bramare uno scranno e per scollegarsi dalla realtà quotidiana, smarrendo lo status di contundente arma democratica.

Non stupisce dunque che i vertici tramino indisturbati e disdicevolmente si contraddistinguano per le inesattezze e per le criticità del loro operato. Renzi e vestali al seguito hanno una visione cristallina di un’Italia burocraticamente immobile e fiscalmente vessata e questo potrebbe fungere anche da base su cui impiantare un brillo di progettualità. Se solo non scadesse nella fuorviante sterilità di un proclama e non sconquassasse ulteriormente i piani dei piccoli e medi imprenditori, dei commercianti e degli artigiani. Perché l’enorme limite dell’esecutivo “del fare” – autoreferenziale e convinto che le prerogative principali di uno statista risiedano nelle fresche credenziali anagrafiche e nella capacità di abbindolare l’interlocutore – non sta soltanto nel promettere e non mantenere, quanto nell’evidenza di destrutturare, con manovre inutili e destabilizzanti, pure la restante frangia di Paese professionalmente in movimento. A sostegno della tesi, non v’è esclusivamente un chiacchiericcio politico o una sfilza di esegetici editoriali, ma l’inoppugnabile vigore dei fatti. Nello specifico, il netto – e poco meditato – schieramento al fianco dei tecnocrati finanziari dell’Unione Europea e quindi contro l’insorgere di Vladimir Putin.

Scomodare gli eventi ha il sapore della cronistoria, denunciare le incongruenze è altresì fondamentale. Affinché la coscienza collettiva colga l’inconcepibile indecenza del doversi incrinare al volere di un manipolo di mentecatti. I risultati delle sanzioni alla Russia sono riscontrabili nello scoramento dipinto sul volto di un bracciante modenese, di un agricoltore altoatesino, di un coltivatore valdostano, costretti a rinunciare ai benefici del proprio raccolto da altrui imposizioni. A nessuno interessa che i privati speculino sui proprietari di aziende che, per evitare di non recuperare neanche il minimo – o addirittura meno -, preferiscono affidarsi a sanguisughe di profitti per lo smaltimento della merce non immessa nel mercato, svendendo la produzione a prezzi minimali. Con uno Stato che tace e predilige vedere in ginocchio il settore primario, piuttosto che incentivarlo. Non certo per i mefistofelici embarghi di Putin – il cui intento è non stringere relazioni di alcun genere con i governi assoggettati a Washington -, bensì per il consueto servilismo nostrano.

Oltre le opinabili strategie di politica internazionale, è curioso che l’Italia convenga con l’asse Bruxelles-Strasburgo-Lussemburgo, veicolata da Francoforte, sulla condizione di depistare istituzionalmente e commercialmente il Presidente russo – unico e rigoroso oppositore all’americanismo dominante -, nonostante sia pronta ad ospitare un’esposizione mondiale vertente proprio sulla rilevanza del mercantilismo del cibo, scadendo in un grottesco e servile parossismo. L’EXPO dovrebbe essere vetrina di possibilità occupazionali e propagandistiche per personalità che, con sagacia gestionale e dedizione secolare, portano avanti un’arte altrimenti preclusa e dimenticata. Sarà invece l’ennesima fonte di guadagno per le costole delle multinazionali di turno, pronte ad inoculare qualsiasi assetto abbia la parvenza del profitto. Con alta probabilità, sconterà le conseguenze di un’insensata accusa – avanzata all’ultimo baluardo di sovranità assoluta – di ledere alla pace della comunità globale, scordandosi che gli alleati USA riforniscano di armamenti e siano offerenti di materia prima per diradare appunto la quiete planetaria. Ah, l’interesse nazionale..