Comprendendo ciò che ingenuamente, almeno in Italia, pochi avevano compreso, il valore cioè della propaganda e della comunicazione, l’efficacia della rete come strumento, Matteo Renzi non solo la usa, ma si può dire che ne abusa, e anche pesantemente. Intasa il web con le sue immagini, con i suoi slogan, le sue battute, i suoi annunci, con la sua prosa agile e scattante, sentenziosa e concisa, breve e immediata, in cui sembra, alle volte, di udire la voce del Conte Mascetti e di assaporare un retrogusto cioccolatoso da bigliettini baci perugina. Lo ritrovi su Facebook, Twitter, Flickr, Youtube, Google+ e Instagram, ha un sito per sé (www.matteorenzi.it) e per i mille giorni (passodopopasso.italia.it). Non poteva quindi certamente mancare il sito per la quinta edizione della Leopolda (www.leopolda5.it): essendo le apparenze, nell’economia renziana, più importanti di qualsiasi altro elemento, la forma più del contenuto, perso spesso di vista, il significante più del significato, il sito in questione riproduce, in scala, esattamente le stesse caratteristiche della matrice, i suoi punti fondamentali, i gangli, il copione guida: evidente è la cura, ormai frutto più dell’esperienza e dell’abitudine, per i particolari, per la veste grafica tanto più studiata, quanto più vuota. Appena aperta, nel sito, la pagina mostra due colori predominanti, un rosa scuro tendente al viola, e un azzurro chiaro. L’attenzione è subito attratta verso la frase (lo slogan) che domina lo schermo: IL FUTURO E’ SOLO L’INIZIO. Silenzio. La platea degli spettatori rimane per qualche secondo di stucco: inizialmente il pensiero che corre, un’esclamazione mentale, è unanime:Eh?

Anche il renziano più devoto, fedele, pio e osservante, eternamente ottimista, sinceramente pragmatico, prova un brevissimo attimo di smarrimento che per un secondo squarcia il velo di ignoranza attraverso cui ha l’inammissibile impressione di apprendere la nuda verità della sua fede, e cioè la sua sostanziale vacuità. Ma è appunto un attimo, poi recupera la calma, convincendosi di aver capito il significato, sublime e profondo, di quelle parole che perciò porterà nel cuore, ripetendosele come un mantra, nei colpevoli prossimi attimi di scoramento e di sfiducia. Altri invece, avvertono confusamente un riferimento alle frasi a effetto della Apple, e comprendono con altrettanta chiarezza che il tentativo di imitare, è un fallito e ridicolo scimmiottare. E in effetti, sembra che l’allestimento del palco leopoldino voglia citare intenzionalmente lo spartano garage dov’è nato il sogno di Steve Jobs. Percorrendo dunque il filo dei richiami extra-testuali, la logica conclusione non può che essere il paragone tra il padre della Apple e l’attuale presidente del consiglio; un po’ azzardato, a dire il vero, ma l’ambizione del fiorentino, si sa, non ha limiti. All’interno di questa cornice, ornata e minuziosamente rifinita, cerchiamo, muovendoci nel sito, di afferrare qualcosa, di stringere concretamente un messaggio, che sembra insperatamente materializzarsi sotto la dicitura “programma”, una speranza immediatamente disattesa appena si preme sulla parola e appaiono, dopo il caricamento della nuova pagina, poche e striminzite righe che recitano semplicemente l’orario di inizio e di conclusione degli incontri, nient’altro. Si fa poi riferimento a non meglio precisati “ministri, parlamentari, specialisti ed esperti”. Non c’è quindi nulla di chiaro, di certo, di esplicito, di manifesto. Rimangono nell’ambigua fumosità i nomi dei finanziatori e l’entità del finanziamento.

L’unica sicurezza è la profonda differenza fra la Leopolda attuale e le precedenti. Dall’ultima, Renzi è stato in grado con eccezionale rapidità, di scalare il potere, di conquistarlo e gestirlo. Tutto, per lui, è cambiato. E se un tempo la Leopolda aveva senso proprio perché rappresentava uno spazio di confronto non solo alieno dal governo, ma anche e sopratutto dal partito, il partito democratico, imponendosi come organo di voci e opinioni dissidenti, incarnando un’alternativa alla compagine parlamentare, che anzi si proponeva di spazzar via, di soppiantare rottamandola, oggi si vede costretta a vivere concretamente il paradosso di voler comunque mantenere la purezza e la freschezza giovanile del nuovo, di pudore adolescenziale, di purezza verginale, ma nello stesso tempo di dover subire la realtà di essere essi stessi governo, di personificare il potere, un potere avulso dalla volontà popolare, ottenuto attraverso le stanze del Palazzo, di essere responsabili non solo delle parole, ma anche delle azioni che a esse dovranno seguire. Il risultato è quindi un’imprecisa aggregazione di personalità unite per consacrare e magnificare la figura del premier, per ridefinire i contorni e i confini dei suoi alleati e dei suoi nemici, dei suoi fedeli e dei suoi fedelissimi, una passerella per il nuovo potere, che è in realtà prodotto della commistione fra la vecchia mentalità e alcuni elementi che di nuovo hanno solo il nome. Nei fatti, il paradosso della Leopolda, è il paradosso di Renzi: un rottamatore che, se avesse saputo uno o due anni fa, cosa sarebbe diventato, non avrebbe esitato a rottamarsi. Ovviamente, sempre a parole.