Siamo in una fase della politica italiana nella quale ogni argine ha ormai ceduto. Il buongusto è una categoria evidentemente soggettiva e suscettibile di diverse e legittime percezioni. Tutto sommato anche il buonsenso può essere variamente percepito, per carità, ma c’è un limite a tutto.

Viviamo una parentesi politica drammatica, non tanto (o quantomeno non solo) per le istanze e per i costumi che contraddistinguono chi è salito al potere, ma piuttosto perché ci troviamo a vivere un periodo nel quale chiunque può e di fatto afferma di tutto, anche con esternazioni nette e radicali, senza poi confermare gli intendimenti espressi e persino smentendoli assumendo posizioni praticamente opposte.

Sarebbe facile e malinconico (massì, facciamolo lo stesso!) ricordare come il Movimento 5 Stelle interpretava pubblicamente le scelte del Partito Democratico, la sua politica, i suoi esponenti. Qualcuno potrebbe dire che ricondurre alla memoria la Taverna che pubblicamente dava ai piddini dei mafiosi e delle merde (li ha anche chiamati schifosi e augurato loro la morte) sia come sparare sulla croce rossa, sarà. E però si fa fatica ora ad immaginarla come la crocerossina della politica italiana, esattamente come si resta di stucco nel guardarla oggi abbracciare la causa della responsabilità nazionale, attraverso la via che poi conduce tra le braccia di Matteo Renzi. Per semplificare la cosa vi proponiamo un piccolo esercizio: immaginate di risvegliavi oggi dopo un coma di 15 mesi o di essere tornati oggi da un viaggio spaziale di un anno. Inutile aggiungere altro.


Una indimenticabile Paola Taverna chiarisce il suo giudizio sul PD

Qui è in ballo qualcosa di grosso, qualcosa che va ben al di la della Taverna: il Movimento nasceva dal V-day del 2007 e oggi porta a Palazzo Chigi un uomo che si propone come il capo di un esecutivo a tutela del linguaggio moderato nella politica e nelle istituzioni. Una contraddizione tanto marcata deve necessariamente celare (mal celare in questo caso) qualcosa di assai rilevante: un accordo, evidentemente col diavolo del liberismo europeista, per evitare la disfatta elettorale e per consolidare il ruolo di “capo politico” a qualcuno. Il costo sarà altissimo.

Il linguaggio non è marginale nelle dinamiche politiche del paese e finisce paradossalmente per spaventare l’abbraccio che Conte rivolge al politicamente corretto, atteggiamento che più che pacatamente bonario si dimostra nella pratica reazionario e censorio rispetto alle rivendicazioni a volte scomposte (comprensibilmente) degli ultimi e dei più umili.

Molti e autorevoli interpreti della vita – la politica ne è parte essenziale – hanno affermato che un linguaggio dirompente e tutto sommato approssimativo è tipico del “momento populista”. Verrebbe quindi da pensare che siano fisiologici un ammorbidimento e una moderazione dello stesso, allorquando le principali rivendicazioni di quel popolo siano state soddisfatte. È evidente nel nostro caso, non si consente sul punto alcun contraddittorio, che queste rivendicazioni non abbiano trovato cittadinanza, appagamento, e dunque la chiave interpretativa deve necessariamente essere un’altra. La nostra l’abbiamo ampiamente suggerita nelle scorse settimane, sottolineando peraltro che certi cambi di rotta siano decisamente più evidenti in una forza politica come il M5S, storicamente contraddistintasi per intransigenza.

Torna alla memoria quella che nella politologia tradizionale era definita come “opposizione irresponsabile”. Il concetto veniva introdotto per interpretare le scelte, principalmente insistenti sul modello comunicativo, assunte dal PCI e dal MSI all’epoca del pentapartito a trazione DC. Si sosteneva che le forze politiche ritenute estremiste, di sinistra e di destra, potessero permettersi un linguaggio duro e, soprattutto, di proporre politiche pubbliche particolarmente ambiziose se non persino irrealizzabili. Alla base di tale interpretazione v’era la consapevolezza del fatto che quelle forze politiche, data l’allora configurazione del sistema partitico, non sarebbero mai state chiamate alla prova dei fatti e alla responsabilità tipiche dell’azione di governo.

Specularmente, si registrava più modestia e cautela da parte delle forze di governo circa i proclami e le promesse elettorali: evidentemente tale pacatezza, più o meno accentuata, non poteva che essere ricondotta ad una certa rilevanza attribuita alla propria immagine dinanzi all’opinione pubblica, che costantemente misurava le cose fatte da chi era al potere. Non che questo voglia essere un passaggio cerimonioso delle vicende della prima repubblica, assolutamente: quella metodica (probabilmente paracula!) viene narrata con fare descrittivo, semplicemente per evidenziare le differenze col modello d’oggi.

Siamo in una fase nuova, contraddistinta dal un’irresponsabilità che si estende alle forze politiche di maggioranza e di governo: non nasce certamente oggi (basti citare il contratto di governo firmato da Berlusconi negli studi di Vespa), ma certamente siamo in un momento di totale ed irriducibile sfacciataggine. Tutto questo mina, evidentemente, alla credibilità della politica tout court, e rischia di ricondurci ad un riflusso in termini di partecipazione popolare che non potrebbe rappresentare altro se non un drammatico impoverimento nella vita pubblica del paese. Eppure pare che qualcuno, il M5S in primis, sia disposto a correre questo rischio, pur di sostenere il nuovo accordo.

Meriterebbero ampio approfondimento ovviamente anche le recenti dinamiche interne all’opposizione: ci limitiamo ad osservare incuriositi l’attuale posizionamento di Forza Italia, che parrebbe defilarsi da un disegno di compattezza del centro destra fino all’altro ieri evocato; come pure l’attuale sicumera della Meloni, che in certe fasi sembra riuscire a tirarsi dietro un Salvini ancora stralunato e fuori contesto. A proposito di opposizioni, un dato positivo in tutta questa vicenda c’è: il paradosso del mancato appoggio di +Europa a questo Governo conferma definitivamente quanto la mancata concessione di una poltrona possa subordinare anche i più intimi convincimenti di certi soggetti.

Questa è una fase cruciale per il paese e bene dice Thomas Fazi, quando ricorda che la contrazione del fronte populista nulla ha a che fare con l’ipotesi per cui le sofferenze di un certo popolo sarebbero state lenite, come pure quando ricorda quanto rischioso possa essere lasciare il campo populista alle destre, soprattutto (aggiungiamo) a quelle più irriducibili.

Si vocifera di un prossimo allentamento dei cordoni della borsa da parte dell’Europa: non si fa alcuna fatica ad immaginare quanto questo sia probabile. È in ballo qualcosa di grosso, qualcosa di importante e che va ben oltre le dinamiche squisitamente nazionali.

Utilissimo in questo senso Carlo Formenti quando ricorda come in molti abbiano sottolineato che

“le nazioni periferiche non ospitino economie precapitaliste, ma siano pienamente integrate in un sistema capitalistico mondiale nel quale la loro arretratezza è condizione necessaria per la crescita e lo sviluppo delle nazioni del centro” e che tale considerazione “vale anche per le relazioni fra Paesi del Nord e del Sud Europa” (in “Il socialismo è morto. Viva il socialismo”, Maltemi, 2019).

Per qualcuno è quindi necessario cristallizzare l’attuale condizione italiana, evidentemente funzionale ai propri interessi.

I potenti d’Europa, al fine di consolidare la loro posizione dominante, avendo peraltro scongiurato il timore avvertito poco più di un anno fa con la nascita del governo giallo-verde (timore dimostratisi nella pratica purtroppo infondato), necessitano ora di fornire rispostine d’apertura che – per quanto mai saranno risolutive delle sofferenze che i deboli oggi continuano a patire (essendo maturato il venefico frutto delle riforme che la stessa Europa ha imposto al paese) – in qualche modo confermino la bontà della nuova élite al potere.

A Bruxelles sono in molti ad aver interesse a dimostrare quanto utile sia stato per l’Italia liberarsi delle tensioni c.d. populiste, “responsabilmente” disinnescate a seguito della caduta di Salvini e con il “ravvedimento” dei pentastellati; a Bruxelles sono in molti a pensare come utile possa essere dimostrare che la politica filo europea comporti vantaggi per la popolazione dei più deboli paesi membri, consapevoli che chi versa nella totale indigenza avvertirà nel brevissimo termine il beneficio anche di un’ipocrita elemosina; a Bruxelles sono in molti a sapere che l’austerity sia la peggior risposta alla stagnazione economica (che adesso affligge anche chi conta qualcosa) e allentare la morsa dei vincoli economici, lasciando intendere sia una mano tesa alla rinsavita Italia, in realtà costituirebbe la giusta risposta alle esigenze avvertite dalla padrona tedesca in recessione; a Bruxelles molti hanno capito che rafforzando la figura di Gentiloni, universalizzandone ipocritamente la nazionalità (come se la sua italianità possa essere una garanzia per il paese), basti al punto da non considerare la storia e il percorso politico di un esponente del genere; a Bruxelles molti sanno benissimo come utile possa essere posizionare un amico fidato al Quirinale, un amico al quale magari si deve qualche favore politico, un amico che recentemente abbia “autorevolmente” benedetto la riscoperta filo europea del governo italiano, Romano Prodi.

Sono queste circostanze a rendere peculiare e pericolosa la fase che stiamo vivendo: è essenziale rispondere a questo attacco e all’accordo delle attuali forze di governo; è fondamentale imbastire una discussione accanita che raccolga le istanze degli ultimi e ne ricomponga “la catena”; è fondamentale che rispetto a tali esigenze si inchiodi il Governo e l’Europa affinché si forzino delle risposte utili o si smascherino certi inganni.

È essenziale costruire un nuovo momento populista, attento ai bisogni proprio del popolo più emarginato, che sia collettore delle istanze intimamente connesse alla dimensione della sovranità costituzionale, ed è fondamentale evitare il pericolosissimo rischio che ad appropriarsene siano proprio le destre.