Sulla condizione socio-economica meridionale, proprio negli ultimi giorni dell’anno, giungono delle notizie che non fanno che confermare le varie analisi precedentemente già concluse. L’ente Studi e Ricerche per il Mezzogiorno ha, infatti, reso pubbliche alcune serie di statistiche e di indicazioni che hanno messo chiaramente in luce quanto le regioni meridionali abbiano sofferto la congiuntura negativa. La tipica struttura del sottosviluppo meridionale è riassumibile in una breve descrizione presente nel rapporto: il Mezzogiorno si presenta come sfiduciato e con i motori al minimo, nonostante una ricchezza di fondo di risorse e di potenzialità. Bastano queste poche parole a delineare la situazione di stagnazione e di declino che sta caratterizzando in questi anni la struttura economica meridionale. Andando nel particolare, si scopre che ogni singolo dato esprime una situazione drammatica e grave. Nei primi mesi del 2014, ben 88mila imprese meridionali sono state costrette alla chiusura. Dopo sette anni di recessione negativa, le statistiche dimostrano chiaramente la tendenza negativa generale: il bilancio 2008-2014 parla di investimenti in calo di 29 miliardi di euro, di 700mila posti di lavoro perduti, del Pil in calo di oltre 51 miliardi di euro. Per le imprese che restano, non va meglio. Le sofferenze bancarie hanno raggiunto cifre alte; il fatturato e la redditività sono costantemente erosi e minacciati; l’aumento della pressione fiscale non fa che aggravare la situazione già precaria. Ancora, a pesare fortemente è il sempre minore impegno dello Stato: “la spesa in conto capitale nel Mezzogiorno si è ridotta di oltre 5 miliardi di euro, tornando ai valori del 1996”.

E il contesto generale non può che risultarne profondamente condizionato. La struttura del sottosviluppo non permette la possibilità di attivare processi economici moltiplicatori, in grado di avviare un processo armonioso di crescita. Sono, invece, i circoli viziosi a prendere il sopravvento: “quella del Mezzogiorno, oltre che una crisi economica e sociale, sembra essere sempre più una crisi di sfiducia, in cui le imprese non investono, i giovani se ne vanno, perfino le poche risorse pubbliche per investimenti non si riescono ad utilizzare: ad un anno dalla chiusura del ciclo di programmazione 2007-13, restano infatti ancora da erogare ben 14 miliardi di euro». L’incapacità di mettere in moto i capitali, come in questo caso, è una tipica caratteristica dei sistemi economici sottosviluppati: non sarebbero le risorse o le possibilità a mancare, ma gli spazi di investimento. Questa situazione non fa che aggravare ulteriormente, per l’ennesima volta, il divario Nord-Sud. I tratti positivi, certamente, non mancano; tuttavia, emergono, anche nei settori trainanti, i tipici segnali che caratterizzano una positività fortemente congiunturale, incapace di reggere sul lungo periodo ed in maniera autonoma. Tipico esempio di questo fenomeno è l’export. Pur mostrando una fase di crescita dal 2007 in poi, non mancano le caratteristiche di un rapido rallentamento. “Tra i segnali positivi, continua a crescere il numero delle società di capitali (+4,4% nell’ultimo anno, nonostante il calo delle imprese attive), come il numero delle start up (+45,6% nella sola seconda parte del 2014); crescono le imprese in rete (oltre 2.200) e cala per la prima volta il numero medio delle società con almeno un protesto nell’anno”.

Nonostante la bontà, quindi, del rapporto qui citato, che ha contribuito a chiarire le poche luci e le tante ombre sulla situazione meridionale, una critica è necessaria. In un passo del documento, si parla dei possibili rimedi alla situazione attuale di stagnazione: per il ritorno alla crescita, dovrebbe così essere necessario “uno stimolo esterno: l’esclusione delle spese di investimento, in particolare di quelle finanziate da fondi strutturali europei dal calcolo europeo del deficit, appare sempre più la chiave di volta per rimettere in moto investimenti da troppo tempo bloccati e per ridare ai bilanci pubblici spazi di manovra senza i quali nessuna fase espansiva appare ipotizzabile. La vera sfida è costituita da una selezione attenta e mirata degli investimenti pubblici e privati, è la stessa sfida del Piano Juncker, da giocare prima di tutto al Sud”. Con queste affermazioni non si può essere d’accordo. E’ semplicemente inutile continuare a pompare denaro e capitali nella struttura socio-economica meridionale senza un cambiamento della politica economica del Mezzogiorno. Continuare a finanziare il Mezzogiorno nel suo stato attuale significa continuare a finanziare il sottosviluppo e la stagnazione, significa permettere la riproduzione della lumpen-borghesia meridionale. E’ la divisione del lavoro all’interno del sistema capitalistico internazionale a dover essere mutata; e soltanto questo è il mutamento in grado di dare un’alternativa positiva alla formazione sociale del Mezzogiorno e alle classi subordinate meridionali.