C’erano una volta 835 vigili fannulloni, che poi sono diventati 44 casi sospetti, che poi sono diventati 44 manifestanti in polemica con l’amministrazione comunale. Ci è voluta, infatti, la lettera di un vigile urbano della Capitale alla testata online Fanpage per riportare la notizia sui binari. Nella lettera si parla di un’amministrazione indifferente e sprezzante nei confronti della categoria, di nuovi contratti implicanti riduzione degli stipendi, di un uso vessatorio della legge anticorruzione voluta da Brunetta. Il vigile urbano, tale David, aggiunge: “i vigili hanno dichiarato che, come forma di protesta avrebbero disertato la prestazione straordinaria volontaria di capodanno, anche perché sciopero ed assemblea non sono stati autorizzati”. A questo punto, uno può decidere di schierarsi, di parteggiare per l’una o l’altra, di credere alla qualsiasi versione della vicenda e urlare forza vigili! (vedi Grillo) o “dagli allo statale”. Ragionevolmente lecito. C’è però un punto che varrebbe la pena di sottolineare: e cioè la violenza del linguaggio in opera nei governi neoliberali che viene orwellianamente raccontata come moderatismo. La stessa violenza esemplata dalla comunicazione di Mario Monti, quando parlava di tagliare le ali estremiste (riferendosi comicamente ai temibili rivoluzionari al caviale di Sel); che altro non era che un modo di imporre violentemente un dominio delle idee e della prassi senza contraddittori e cominciare quel vero e proprio golpe tecnofinanziario prima salutato come evento messianico-carismatico, e ora demonizzato trasversalmente da tutti i partiti. Così, per giorni, i media hanno raccontato di questo esercito di 835 fannulloni, con quell’accanimento ad orologeria, al di là dei fatti e della dignità delle persone, che tanto sembra costituire un tratto caratterizzante del governo Renzi. Non a caso, infatti, il bombardamento mediatico arriva pochi giorni dopo che il governo era finito nel pantano dell’estensione del Jobs Act agli statali. Un regalo non da poco, il quale prepara il terreno delle ennesime riforme di precarizzazione della vita, fideizzando la popolazione al governo.

Bisogna capire, però, che questo è un meccanismo consolidato delle tecniche di governo neoliberali: il linguaggio – veicolato dai media – produce nemici e parole d’ordine, creando di fatto una nuova realtà su cui impostare il massacro dello stato sociale, dei diritti, delle sovranità nazionali. Il linguaggio addomestica le coscienze ad un immaginario comune di comodo, disinnescando la potenziale rivolta violenta della popolazione – la quale, per altro, più viene tenuta divisa, combattendo nemici fantasma, meglio è. In termini formali, benché possa suonare bizzarro, non c’è differenza tra questa vicenda dei vigili, che ci appare così locale e di usuale routine capitolina, con le richieste di sacrifici su cui si è basata l’austerity in questi anni. Si individua un nemico (solitamente afferente al pubblico), si immettono parole chiavi come cavalli di Troia (ce lo chiede l’europa, spread, austerity, spending review, essere moderni e così via) e si procede con le riforme. Questa è la favola del moderatismo e della tecnocrazia, la quale parla incessantemente di buon senso, spacciandolo per neutrale, post-ideologico; così da costruire un reale unico ed impermeabile in cui la politica non ha più nessun ruolo. Tutto deve essere ricondotto ad una supposta modernità da attuare, posta alla “fine della Storia”, già data e, quindi, auto-diretta, che alla fine coincide con la governamentalità neoliberale. L’informazione, nel suo uso strumentale, passa dall’essere il perno della democrazia tramite cui i cittadini formano la propria coscienza critica, alla distruzione di essa in favore di forme post-moderne di oligarchia.

Del resto, a mettere in dubbio la bontà del Jobs Act nei confronti dei lavoratori è, in maniera paradossale benché inconsapevole, una parte stessa del governo. E cioè quella parte che motiva l’estensione argomentando che sarebbe un’ingiusta discri­mi­na­zione mantenere la riforma solo per i dipen­denti del set­tore pri­vato, ammettendo sottobanco così la pericolosità della riforma per i diritti dei lavoratori. Come a dire: è in atto un attacco contro il mondo del lavoro che non può fare sconti. Perché alla fine, nello scenario politico attuale, non vi è niente di più radicale, nella prassi politica e nell’egemonia culturale, del moderatismo.