“Finché un popolo esiste in senso politico, è esso stesso a dover decidere, almeno nel caso estremo, la distinzione fra amico e nemico. In ciò consiste l’essenza della sua esistenza politica. Se esso non ha più la capacità o la volontà di giungere a tale distinzione, allora cessa di esistere politicamente. Se si lascia indicare da un estraneo chi è il suo nemico e contro chi esso deve o no combattere, esso non è più un popolo politicamente libero ed è invece integrato o subordinato ad un altro sistema politico”. Nel Der Begriff des Politischen, Carl Schmitt enunciava con acuta lungimiranza lo scenario sociopolitico ed economico-finanziario mondiale contemporaneo. Circa ottanta anni fa, il giurista tedesco apostrofò con arguzia estrema che qualsiasi tentativo di opprimere le sovranità assolute degli Stati e consequenzialmente dei Popoli equivalesse ad un asservimento ai dettami di un’unità estranea alle sorti di una comunità territoriale e trovasse risvolti pratici nell’esaurimento della politica. L’odierno riflette in modo pressoché inoppugnabile questa tesi: il panorama globale è contornato dall’egemonia degli intrecci affaristici dei mercati azionari, delle lobbies di ogni estrazione lottizzata, delle imponenti conglomerate bancarie e delle manovre della massoneria, disciplinati indiscutibilmente dal capitalismo finanziario, che, in virtù dell’oligarchia del denaro, nulla preclude ma tutto esige. Lo sfaldamento delle dinamiche intergovernative tra Paesi Nazional-Sovrani è un’iconica dimostrazione di come l’attuazione di logiche imponderabili abbia sopraffatto le elementari e primordiali norme del buonsenso e sembra anche che abbia anestetizzato menti e coscienze.

Non è dunque un caso che le sinapsi di Matteo Renzi abbiano condotto il Presidente del Consiglio a farneticazioni al di là dell’assurdo. D’altronde, è difficile ipotizzare che l’esternazione “Non cedo ai poteri forti!” sul tanto chiacchierato articolo 18 abbia cognizione di causa, perché darebbe adito all’eventualità che l’ex sindaco di Firenze abbia le idee confuse su quali siano effettivamente i “poteri forti”. Sarebbe interessante chiedere a Renzi se nei “poteri forti” intenda includere personalità che politicamente, rappresentativamente, istituzionalmente e governativamente hanno contributo ad affondare l’Italia, come ad esempio Massimo D’Alema, che, per quanto intelligente (?) possa essere, non ha ancora ben chiaro il significato del termine “Opposizione”. Ancora, domandargli se nei “poteri forti” annoveri la magistratura, la quale, nonostante necessiti di piena fiducia giurisprudenziale in ogni contenzioso giuridico, dovrebbe tornare ad occuparsi di giustizia, piuttosto che bofonchiare dissensi e rattopparsi minuziosamente una veste dalle tonalità politiche. Interrogarlo se ritenga “poteri forti” il complesso sindacale e i suoi referenti quali Susanna Camusso, Luigi Angeletti e la neo insediata Annamaria Furlan, che nell’arco dell’intera epopea repubblicana non hanno incarnato la massima espressione della tutela dei diritti del proletariato, ma hanno avuto premura di imbastire, condurre ed aizzare diatribe politiche, invece che sobbarcarsi l’onere di battaglie sociali e spendersi per esse.

Sovvengono dei dubbi: è forse possibile che lo spettro dei “poteri forti” fomentato da Renzi sia ravvisabile in quella tecnocrazia che proprio il Capo di Governo vuole evitare, non rendendosi conto che abbia decretato la sua ascesa a Palazzo Chigi e che ci commissari da anni? È probabile che uno spiraglio di “poteri forti” sia rintracciabile tra l’asse Bruxelles-Lussemburgo-Strasburgo e la Troika, ove l’essenze ideologiche e pragmatiche primarie degli Stati Nazione Sovrani vengono depauperate, il tessuto popolare viene defraudato ed ispezionato da pedine a loro volta vincolate ad uno scacchiere dell’ordine precostituito e lo Stato sociale viene scalcinato? Si potrebbe enumerare nei “poteri forti” la canonizzazione di un’incontrollata e bislacca sovranazionalizzazione, che non si accorge delle sue storture inaudite? I “poteri forti” potrebbero essere concentrati nella bandiera pluristellata a sfondo oceanico – a ricordare la vastità delle nefandezze consustanziali all’Eurocrazia – che campeggiava alle spalle del Primo Ministro lunedì durante il suo intervento alla direzione del Partito Democratico?

Potrebbe darsi che i “poteri forti” siano incarnati da quell’entusiasmo atlantista che tenta instancabilmente di asservirci alle disposizioni americane, malgrado ci abbiano già delegittimato di sovranità e abbiano spodestato l’intenzionalità di recuperare un’identitarietà nazionale mai realmente conquistata? Potrebbe essere che i “poteri forti” si sostanzino in quel processo sotteso, tacito, diplomaticamente morigerato ed ossidatosi fra le macerie fumanti del sistema servilista dell’informazione mistificatrice, inaugurato all’alba del 1970 con Richard Nixon e perpetuatosi irreparabilmente sino al XXI secolo, di modo che attorno al dollaro si formasse un’aurea cristallizzata di stradominio finanziario, cosicché la Federal Reserve, la BCE con l’Euro e le vulgate bancarie europee disponessero e tuttora dispongano di incidenza nel tasso di cambio e nel tasso di interesse? Sarebbe scriteriato realizzare che i “poteri forti” abbiano a che fare con la cupidigia a stelle e strisce, alla quale rendiamo servigi e che per avidità di profitti sta imperversando con virulenza e sta lasciando strascichi di sangue dietro sé nel Settentrione africano e nel Vicino e Medio Oriente, per la semplice ragione che Libia, Libano, Palestina, Siria, Iraq, Iran e Afghanistan non abbiano voluto genuflettersi alla iattanza yankee e desiderino sganciarsi dal mattone del dollaro, per mandare al collasso il sistema del fittizio libero mercato – manipolato da lobbisti di settore e dalle multinazionali spietate e lucrative – e per rigettare un’insistenza d’occidentalizzazione? Non ci aspettiamo risposte, ma smentite: celeri e possibilmente pratiche.