Negli scenari politici, non solo nostrani, vi è una sorta di dato invariante nella nascita e nello sviluppo dei movimenti cosiddetti post-ideologici a carattere populista sul modello Front National francese. La direzione è sempre da destra verso sinistra; raramente avviene il contrario. Lo schema, cioè, segue un andamento tipico: vi è un movimento o un partito con forti radici nell’elettorato della destra, se non proprio storicamente afferente a quell’area politica, il quale, ad un certo punto, seguendo alcuni temi tipicamente emergenti da scenari storici di crisi – da intendere proprio nel senso di cesura epocale che riguarda tanto crisi politico-istituzionali che economiche – comincia a far breccia nell’elettorato dell’area opposta. Da qui sorge l’esigenza di affermarsi come superamento della dicotomia classica di destra-sinistra. Non ci interessa ora entrare nel merito di un tema su cui si è scritto anche troppo. C’è un altro aspetto di questo fenomeno che spesso passa in secondo piano, ma che è fondamentale per capire alcuni tratti della situazione politica italiana. E cioè che i movimenti e partiti post-ideologici si reggono in parte sulla debolezza della sinistra. Si immagini un organismo, di cui una parte malata non riesce più a rispondere alle esigenze del sistema e produce degli anticorpi, i quali però puntano a fagocitare la parte malata.

La debolezza della sinistra a cui prima si faceva cenno, consiste in nient’altro che l’assimilazione di un paradigma storico, in questo caso il neoliberismo come pensiero dominante, soprattutto in termini di globalizzazione, sovranità, europeismo dogmatico, atlantismo, che la rendono un soggetto incapace strutturalmente di avere una voce critica. È il paradosso di una sinistra antagonista che non è antagonista a nulla (leggi qui). Questo fenomeno diviene evidente se prendiamo lo scenario italiano. La Lega di Salvini è forse l’argomento più trattato nelle analisi politiche. La Lega detiene attualmente il “monopolio” dei temi sulla sovranità e sulla critica all’europeismo, frutto anche di un’efficace visione geopolitica costruita tramite i rapporti diplomatici nel parlamento europeo e nell’est Europa. Da questa prospettiva, Salvini ha la possibilità di parlare con credibilità a quel mondo del lavoro e operaio, il quale ha da tempo percepito la vacuità di un discorso, come quello di SeL e affini, che vuole rimettere al centro del dibattito il lavoro senza mettere in discussione, se non superficialmente, l’Unione Europea e i suoi trattati. Il tema della sovranità politica e monetaria è trasversale ad ogni parte politica. Sempre. Poiché è l’unico strumento per attuare politiche di redistribuzione o meno. Da qui l’efficacia, sull’elettorato, del discorso post-ideologico. Questo è ciò che viene percepito come primario e che riesce a mettere in ombra tutto il resto.

Ad esempio, sempre rimanendo alla Lega, si parla tanto dei contatti con la Fiom e l’attenzione per il mondo operaio da parte di Salvini; ma si peccherebbe di ingenuità ad inquadrare il nuovo corso leghista come approdo ad una piattaforma più o meno socialista e anti-liberista. D’altronde, come guru delle politiche economiche, è stato scelto Claudio Borghi, docente all’Università Cattolica di Milano, ex managing director di Deutsche Bank, il quale non ha mai fatto segreto della sua visione economica thatcheriana (d’altronde, si tenga presente che anche la Lady di Ferro avvertiva sulla pericolosità dell’UE), il quale, in un’intervista con Claudio Messora del 23 Maggio 2012, ad esempio, affermava: «perché tu supponiamo che oggi schiocchi le dita e dici “da oggi si può licenziare tutti senza problemi”, e io sinceramente in condizioni normali non sono contrario a un’impostazione del genere, perché sono liberista e per me il lavoro dovrebbe essere dato da una contrattazione libera tra le parti». O ancora: se si guarda concretamente al programma avallato da Salvini, si trovano dei punti che poco hanno a che fare con il nomignolo di Comunista Padano che funziona tanto bene a livello mediatico. Ad esempio, la continuità sostanziale con l’impostazione precedente della Lega, che surfeggia tra liberismo e comunitarismo regionale, la si può vedere nella proposta chiave della Flat Tax, vale a dire una tassazione sul reddito priva di qualsiasi elemento di progressività. E ancora: sempre Borghi ha spesso affermato l’inutilità dell’art. 18, pur non considerandone la cancellazione una priorità. Nel programma leghista del 2013, per altro, si parla chiaramente di “ritorno alla Legge Biaggi per uno Statuto dei Lavoratori”. Il tritacarne mediatico, del resto, imbocca il tele-consumatore e lo fa parlare la sua lingua: così, il discorso post-ideologico e i temi dell’anti-europeismo rischiano di diventare una lunga coperta sotto cui nascondere concreti programmi politici che, dietro il refrain polveroso del “buon senso”, predicano dagli schermi il rilancio delle politiche sociali, ma sottoscrivono, nel patto elettorale, obiettivi che non devono spaventare troppo la galassia industriale.

L’impulso alla sopravvivenza spinge qualsiasi essere vivente a superare i propri limiti. Questo vale evidentemente anche per la politica, se si è arrivati a vedere Cuperlo al convegno sull’uscita dall’Euro organizzato dall’economista Alberto Bagnai. Così come si moltiplicano gli appelli al recupero dei temi del sovranismo e del nazionalismo a sinistra (non da ultimo un convegno a Roma organizzato dal Coordinamento Nazionale sinistra contro l’euro per il 22 Novembre). Insomma, anche i compagni si riorganizzano per sfuggire all’incubo dei due Mattei e risvegliarsi un giorno leghisti o, peggio, democristiani. Questo appare, a conti fatti, una delle fragilità che in futuro potranno emergere nella strategia di Salvini. Finora è stato facile: tutto si è tenuto, da un lato, sull’eclissi dello strapotere berlusconiano nell’elettorato della destra; dall’altro, sul deserto politico e sull’isteria europeista che tiene banco nello scenario italiano. La riorganizzazione a sinistra – che, invero, non ha trovato ancora il suo volto (Landini? Una proposta con troppi limiti) – potrebbe essere la spinta concorrenziale con cui scontrarsi sui temi della sovranità e scoprire le carte su ciò che realmente si vuole perseguire a livello socio-economico in seguito all’eventuale recupero delle redini politiche dello Stato.