Alfine è arrivata la bocciatura da Bruxelles. Il governo italiano non cede ed esprime la volontà di perseverare nei propositi deficitari, pronto ad affrontare le imminenti procedure di infrazione. Malgrado le dichiarazioni concilianti – da parte nostra, non loro – è innegabile che siamo arrivati allo scontro. È curioso notare come l’aria che si respira in questi frangenti sia in qualche modo, mutatis mutandis, impiegando una robusta dose di anacronismo, simile al coraggio speranzoso e all’entusiasmo liberatorio del Risorgimento italiano. Alcune brevi citazioni da due poesie per rendere l’idea.

Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Prendiamo l’ode manzoniana Marzo 1821, grandiosa rêverie in cui il poeta immagina che i patrioti piemontesi abbiano sconfinato armati nella Lombardia austriaca, impegnandosi in un solenne giuramento e dando il la alla ribellione di tutte le regioni d’Italia. Così come oggi il popolo italiano deve obbedire a Bruxelles ed è costretto a sorbirsi predicozzi persino da parte di Commissari usciti dalle nebbie baltiche, allora doveva piegare il capo obbediente ai sovrani stranieri:

L’altrui voglia era legge per lui;

il suo fato, un segreto d’altrui;

la sua parte servire e tacer.

Tutto questo sino al momento fatidico, quando scocca l’ora in cui si riaccende la fiamma della dignità, che languiva sotto le ceneri causate non da anni di PD, ma da secoli di sudditanza a potenze estere. Si risveglia l’orgoglio degli italiani. L’insurrezione costringe gli invasori ad allontanarsi dal suolo patrio:

O stranieri, nel proprio retaggio

torna Italia, e il suo suolo riprende.

O stranieri, strappate le tende

da una terra che madre non v’è.

Ritratto di Alessandro Manzoni, Francesco Hayez (1841)

Oggi l’UE, i mercati e l’arma impropria dello spread, allora era la forza della violenza della armi ad opprimere i popoli e ad imporre una costrizione contraria al volere di Dio e all’ordine naturale delle cose:

Dio rigetta la forza straniera;

ogni gente sia libera, e pèra

della spada l’iniqua ragion.

Arrivano le giornate del nostro riscatto, al termine delle quali Manzoni immagina che l’Italia abbia finalmente ritrovato il posto che merita nella scena politica internazionale:

risorta per voi […] al convito de’ popoli assisa.

Inopitanatamente l’imberbe pseudo-sovranista Kurz – in uniforme da Gauleiter e su istigazione della Grande Vecchia dell’Europa che, ormai, fu? – chiede alla Commissione di punire l’Italia.

Sebastian Kurz con l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini

Un’adeguata risposta al Nostro, e a quelli come il Nostro, sono le parole dell’Inno di Garibaldi di Luigi Mercantini, a.k.a. Canzone Italiana. Scritta su richiesta dello stesso condottiero come inno di guerra per incitare alla lotta le camicie rosse, presenta la riscossa nazionale quasi come una resurrezione:

Si scopron le tombe, si levano i morti
i martiri nostri son tutti risorti!

Gli yes-men non ci sono più e in Europa non l’hanno, ancora, capito. Glielo potremmo far comprendere bene con gli epigrammatici versi di Mercantini, quasi uno slogan:

Bastone Tedesco l’Italia non doma,

Non crescon al giogo le stirpi di Roma;

Più Italia non vuole stranieri e tiranni:

Già troppi son gli anni — che dura il servir.

Va fuora d’Italia, va fuora ch’è l’ora,

Va fuora d’Italia, va fuora, o stranier!

Se non siete ricchi di famiglia, o elettori del PD, avete anche voi constatato in questi anni come la ferrea ed occhiuta disciplina di bilancio nordeuropea, abbia devastato i nostri standard di vita, costringendo indirettamente i più giovani all’emigrazione, d’altronde subito sostituiti dalle avanguardie del nostro futuro, come disse Quell*. Risponde orgogliosamente Mercantini:

Le case d’Italia son fatte per noi,

È là sul Danubio la casa de’ tuoi;

Tu i campi ci guasti; tu il pane c’involi;

I nostri figliuoli — per noi li vogliam.

Anche per Mercantini l’Italia, finalmente, riprenderà il posto che le spetta nella scena internazionale. Rinasce un orgoglio nazionale che mentre rispetta le prerogative degli altri popoli, si oppone all’arroganza del potere tirannico che vuole abolire la libertà (olim l’Impero austriaco, nunc l’UE):

La Senna e il Tamigi saluta ed onora
l’antica signora che torna a regnar.

Contenta del regno, fra l’isole e i monti,
soltanto ai tiranni minaccia le fronti

Scontro tra Kaiserjäger tirolesi e soldati piemontesi del 14º reggimento “Pinerolo” durante la battaglia di Novara (1849)

I prossimi mesi ci diranno se ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni rappresenta solo lo stato embrionale di una pia speranza delusa, oppure se davvero i gialloverdi stanno segnando l’inizio di uno di quei luminosi periodi, poi non così infrequenti nella Storia universale, in cui un popolo riacquista coscienza della propria unità e delle proprie potenzialità, riappropriandosi, dopo uno scontro, anche lungo, contro gli oppressori stranieri, dell’autodeterminazione politica ed economica.

Inoltre capiremo se l’Europa ritornerà ad essere un continente dove i popoli, di nuovo fratelli nel segno della libertà, potranno dar corso ad aspirazioni legittime, sciolte finalmente le ferrigne catene di regole assurde e vessatorie, abolita la proscinesi ai dogmi dell’ortodossia neoliberista. Popoli tutti parimenti degni, senza primi della classe da una parte e PIGS o spendaccioni in alcol e donnine, come disse Quello, dall’altra. Capiremo se finirà, per dirla con le parole di Giuseppe Giusti, quest’odio che mai non avvicina, fomentato dall’UE e dall’euro, e che solamente giova a chi regna dividendo, e teme / popoli avversi affratellati insieme (Sant’Ambrogio).