C’era una volta un paese, in cui tutto era il suo contrario. Il contrario cioè rispetto all’umano comune sentire, rispetto i basilari fondamenti ideologici delle altre nazioni e, per cui, ciò che in queste era giusto, in quello era sbagliato. L’opposto della logica, era la sua logica, qualsiasi banale, semplicissimo criterio di giudizio adottato nell’universo era esattamente capovolto, ogni principio era ribaltato, il male era bene e il bene era male e, di conseguenza, il bene era da punire, biasimare e stigmatizzare, il male, per esempio come la furbizia, l’astuzia e il cinismo, era premiato e ammirato, era indebitamente confuso con l’intelligenza, con una superiorità spirituale, con il vitalismo più energico, era adorato, e solo chi era in grado di adoperare e mettere a frutto queste qualità al negativo, poteva aspirare a scalare il potere, a avere successo nel lungo cursus Honorum inverso, che da semplice consigliere regionale ladro di caffè rimborsati, portava direttamente alla poltrona del presidente del consiglio pluri-indagato e pluri-imputato.

Le poche certezze che il mondo ormai si permetteva di avere su ideali e scopi da perseguire, quel paese li demoliva immancabilmente dimostrando quotidianamente che per l’uomo tutto era possibile, che nulla v’era di sicuro, e che la sua follia non aveva limiti. Un giorno, nel paese, più precisamente nella sua capitale, scoppiò uno scandalo di enormi proporzioni, tanto eclatante da non poter essere né coperto né celato, e obbligava quindi l’opinione pubblica e le autorità a inscenare, almeno per mantenere una parvenza di normalità agli occhi della stampa straniera, un processo che avrebbe dovuto ristabilire la giustizia, nei fatti si sarebbe ridotto a individuare un capro espiatorio, prontamente sacrificato, e salvare nel contempo il verminaio che vi si nascondeva dietro. Il Re, chiamato Giorgio I, s’alzò quindi una mattina e disse: “Ohibò, lassatemi monitare” e monitò. I giornalisti giunti dall’estero, sicuri, poveri stolti, che il capo dello Stato avrebbe scagliato un’infuocata invettiva contro gli abietti delinquenti che avevano commesso il delitto, quasi non si strozzarono quando capirono che a esser denigrati non erano per l’appunto i delinquenti, i corrotti o i mafiosi, i ladri che da tempo saccheggiavano lo Stato ma, al contrario, i pericolosi presunti eversivi, i destabilizzanti rivoluzionari, insomma i paladini dell’antipolitica.

A parte la fumosità dell’espressione, antipolitica, che sembra indicare ma non indica, sembra accusare ma lascia poi l’interpretazione alla discrezione di ognuno, immune da qualsiasi critica, il riferimento comunque sembra poter essere attribuito al Movimento 5 stelle, cioè agli unici estranei alla vicenda, gli unici che, seppur con gli infiniti limiti per cui si sono spesso distinti, hanno avuto il merito (che dovrebbe essere però considerato un prerequisito scontato) di mantenersi estranei a tali vicende e non hanno mai (almeno finora) rubato. Eppure, nonostante ciò e di fronte alla marcia, putrescente, fetida, infetta e inarrestabile corruzione che divora il nostro futuro, con chi si avventa Napolitano? Con i pochi che si sono salvati dall’immorale, ignobile e nauseante naufragio, con gli innocenti, tacciandoli tra l’altro di un’accusa che, mossa dal Presidente della Repubblica, l’istituzione imparziale per antonomasia, risulta essere gravissima. Ma tant’è. Così era e così è nel paese del contrario, nel paese dell’assurdo, in cui tutto è come non deve essere, in cui tutti sanno ma fingono di non sapere, nel quale il palesemente ridicolo è sostenuto arrogantemente, senza scoppiare a ridere e dove si vive serenamente con il proprio pesante carico di truffe e inganni. E vissero tutti felici e contenti.